Che cos'è il microbiota

Miliardi di organismi, soprattutto batteri, popolano il nostro intestino. Questo popolo di microbi chiamato microbiota ci aiuta ad assimilare il cibo, ci protegge da molte malattie e ci fa stare meglio.

shutterstock_1139164184
Nell'intestino risiedono circa 400 - 500 specie di microrganismi: batteri, funghi, virus e protozoi. E qui è il 70% dell’intero sistema immunitario. I microbi intestinali sono essenziali alla maturazione e allo sviluppo del sistema immunitario.

L’intestino non è il solo a lavorare alla digestione del cibo per l’organismo: lo aiuta una popolazione di microbi che svolge attività metaboliche e nutrizionali, ha funzione protettiva e stimola la risposta immunitaria di fronte all’attacco di agenti patogeni residenti o arrivati dall’esterno. Tutti i microrganismi dell’intestino, in parte autoctoni e in parte di origine ambientale, fanno parte del cosiddetto microbiota, ovvero l’insieme di tutti i microbi che abitano dentro e sulla superficie del nostro corpo: il loro numero è pari a 10 volte quello delle nostre cellule, che sono circa 10 mila miliardi.

 

Nell’intestino umano è presente il cosiddetto microbiota intestinale, un sottoinsieme del più generale microbiota, ma certamente il più ricco e importante. Pesa circa 1 chilogrammo e mezzo ed è composto da circa 500 specie di batteri diverse tra loro, divise in 45 generi e 14 famiglie: alcune sono utilissime, come Bacteroides thetaiotaomicron, che aumenta enormemente la capacità dell’organismo di metabolizzare i carboidrati, altre invece possono diventare nocive, come il Clostridium difficile, la cui azione in genere viene arginata dalla presenza di altri microbi, ma che in alcuni casi può causare diarrea e febbre.

 

La popolazione di microbi “buoni” dell’intestino (che sono la grande maggioranza), tra l’altro protegge l’ospite, cioè l’uomo, producendo il muco che fa da barriera tra i microrganismi e le cellule che formano le pareti dell’intestino. Inoltre stimola la risposta infiammatoria e le difese immunitarie nel caso di un attacco al nostro organismo.

 

Per questi motivi il microbioma è diventato un campo di estremo interesse per tutta la medicina, perché a differenza di alcuni fattori che non sono modificabili e che incidono sull’insorgenza di malattie – come l’età e la genetica – modificare il microbioma si può. Almeno in teoria.

 

Nel 2010, uno studio eseguito da alcuni ricercatori dell’Ospedale Meyer e del dipartimento di Farmacologia dell’Università di Firenze ha rivelato che alcuni bambini del Burkina Faso, abituati a una dieta quasi vegetariana e ricchissima di fibre, hanno nell’intestino una popolazione di microbi molto più ricca e varia rispetto a quella contenuta nell’intestino dei coetanei fiorentini, abituati a mangiare zuccheri, grassi, carne e molte meno fibre. E che i primi soffrono molto meno rispetto ai secondi di malattie autoimmuni non trasmissibili.

Lactobacillus. Varie specie di lattobacilli, negli esperimenti, hanno mostrato diversi effetti: dal calo dei raffreddori nei bimbi al controllo dell’ansia.

Estinti per sempre. La scoperta dei ricercatori fiorentini e di altri scienziati che stanno studiando il microbiota intestinale (e il relativo genoma, definito microbioma), dimostrerebbe inoltre che esiste una correlazione stretta tra ciò che mangiamo, i microbi che abitano l’intestino e il nostro stato di salute. Una dieta ricca di fibre, simile a quella dei bambini del Burkina Faso, è certo più vicina a quella originaria dell’uomo: prima dell’era industriale, infatti, la nostra specie si è nutrita per millenni di vegetali e di (poca) cacciagione.

Bifidobacterium. I membri di questo genere sono considerati parte di un microbiota sano. Alcuni sono usati come probiotici, organismi da assumere per avere effetti benefici.

Questo tipo di dieta darebbe origine a una maggiore biodiversità del microbiota: nell’intestino delle popolazioni di “nativi” ancora presenti sul pianeta sono state trovate il 50 per cento in più di specie di microbi rispetto a quelle contenute nell’addome di nordamericani ed europei. Basterebbe allora cambiare dieta e iniziare a mangiare alimenti ricchi di fibre (legumi, cereali integrali, frutta, verdura) per ripopolare il nostro intestino delle specie perdute? Non è esattamente così: un cambiamento di stile di vita stimola un arricchimento del microbiota, in quantità e diversità dei microrganismi, ma non è in grado di farci recuperare specie che non fossero già presenti nel nostro organismo alla nascita.

 

Con un esperimento condotto sui topi e compiuto presso il Sonnenburg Lab dell’Università di Stanford, è stato infatti verificato che i microbi scomparsi dall’intestino della madre a causa di una dieta “occidentale” risultano definitivamente estinti nell’intestino del figlio immediatamente dopo il parto. Molti microrganismi, infatti, passano al neonato attraverso i contatti con la pelle, i capezzoli e le labbra della mamma. E se la mamma non li possiede, la trasmissione non può avvenire.

 

Prevotella. Questo genere predomina in chi ha una dieta basata su vegetali. Alcuni studi mostrano che Prevotella copri è associato ai problemi di artrite reumatoide.

Trapianto di microbi. A contribuire a questo processo di estinzione microbica nell’uomo occidentale sarebbero stati anche altri fattori intervenuti con il progresso: per esempio, l’urbanizzazione e dunque l’allontanamento da terreni agricoli e bestiame (fornitori di una maggiore varietà di microrganismi), e l’uso degli antibiotici, in grado di uccidere gran parte della microflora. Processi dagli effetti talmente irreversibili da far pensare ad alcuni scienziati che l’unico metodo possibile per ricreare nell’addome degli uomini civilizzati un microbiota simile a quello dei popoli di nativi (più sani) sia quello di salvare i microbi a rischio di estinzione in una sorta di “arca di Noè” biologica, per poi reimpiantarli artificialmente nei nuovi ospiti umani.

I villi intestinali sono piccole sporgenze della mucosa dell’intestino che hanno il compito di assorbire le sostanze utili al metabolismo.

L’impoverimento del microbiota sarebbe alla base della recente diffusione di patologie tipiche della società contemporanea, come il cancro del colon, le malattie autoimmuni, ma anche dell’obesità, di patologie depressive e disturbi d’ansia. Secondo le ricerche del microbiologo Usa Justin Sonnenburg, quando la nostra dieta si impoverisce di fibre, i batteri abituati a metabolizzarle, non trovandone più a disposizione, attaccano il muco che protegge l’intestino dagli altri microbi e questi ultimi, arrivati a contatto con le cellule intestinali, provocano un’infiammazione.

 

Bacteroides. I batteri di questo genere dominano nelle pance degli occidentali. Si pensa siano legati alla dieta ricca di zuccheri e grassi, o più che altro povera di fibre.

Sarebbe proprio l’infiammazione cronica causata dalla dieta errata e dal conseguente assottigliamento del muco protettivo a scatenare le patologie “occidentali” (del resto, quasi del tutto sconosciute alle tribù di mangiatori di fibre). Una dieta più frugale, al contrario, stimolerebbe i batteri a produrre composti chimici utili all’organismo, come il butirrato (che si trova anche nei formaggi stagionati), capace secondo i ricercatori di proteggerci contro alcune malattie come il morbo di Chron, grazie al suo potere antinfiammatorio.

 

 

09 Ottobre 2018