Alzheimer: la ricerca e le nuove speranze vai allo speciale

Uno studio sul rapporto tra demenze e cellule senescenti

Le cellule senescenti contribuiscono in un modo inaspettato ai processi neurodegenerativi: eliminarle dal cervello dei topi evita l'accumulo di una proteina tossica, caratteristica dell'Alzheimer, e protegge dai danni cognitivi della malattia.

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Malattia di Alzheimer: dietro all'assottigliamento dei tessuti cerebrali sembra esserci l'azione di cellule senescenti.|Shutterstock

Ripulire il cervello dei topi da un particolare tipo di cellule, che si trovano in una condizione di perenne "letargo", previene la diffusione dei sintomi caratteristici dell'Alzheimer e di altre forme di demenza. Lo sostiene uno studio pubblicato su Nature che apre prospettive importanti nel trattamento delle malattie neurodegenerative, perché offre un diverso bersaglio terapeutico: le cellule senescenti avrebbero un ruolo molto più rilevante del previsto nella genesi del declino cognitivo.

 

Meglio senza. Durante l'invecchiamento le cellule accumulano mutazioni che potrebbero risultare in una crescita incontrollata e nello sviluppo di tumori. Un meccanismo di autodifesa fa sì che si trasformino in cellule senescenti: entrano cioè in uno stato di animazione sospesa, per cui non muoiono, ma cessano di crescere e dividersi.

 

A lungo queste cellule zombie sono state ritenute inerti, inutili ma innocue. Negli ultimi anni, tuttavia, alcune ricerche hanno dimostrato che sbarazzarsi di esse ha - nei topi - effetti molto positivi: i roditori "ripuliti" vivono più a lungo. In più, se sottoposti a chemioterapia ne sopportano meglio gli effetti collaterali.

 

Nella malattia di Alzheimer, la proteina tau avanza sfruttando il nostro "punto di forza": la connettività cerebrale. Vedi anche: servono nuovi criteri per diagnosticare l'Alzheimer? | Shutterstock

Intervenire all'origine. Darren Baker e Jan van Deursen, della Mayo Clinic di Rochester (Usa), hanno indagato il ruolo delle cellule senescenti nelle malattie neurodegerative. Rimuovendole dal cervello di alcuni topi ingegnerizzati per mostrare i sintomi precoci dell'Alzheimer, hanno prevenuto uno dei tratti più caratteristici della malattia: l'accumulo di proteina tau, che forma grovigli tossici all'interno dei neuroni. I topi liberati da questi ammassi non hanno perso neuroni come sembravano destinati a fare, e non hanno mostrato segni di perdita di memoria.

 

Il team ha lavorato con roditori geneticamente predisposti a sviluppare grovigli di proteina tau nei neuroni nei primi sei mesi di vita. All'ottavo mese, le aggregazioni di tau hanno iniziato a provocare la morte dei neuroni in regioni cruciali per l'apprendimento e la memoria, come l'ippocampo.

 

Ma i ricercatori hanno scoperto che tutti questi danni erano preceduti dalla comparsa di cellule senescenti, e che eliminandole - sia attraverso l'ingegneria genetica sia farmacologicamente - si potevano prevenire i grovigli di tau, insieme alle loro nefaste conseguenze. I topi sgravati da queste cellule non hanno mostrato segni di infiammazione cerebrale né di assottigliamento dei tessuti, e hanno mantenuto le abilità di apprendimento e memoria. Gli scienziati hanno inoltre dimostrato che a diventare senescenti non sono i neuroni, ma due altri tipi di cellule cerebrali, che hanno un ruolo immunitario e di protezione: gli astrociti e le cellule della microglia.

 

Aspettative e realismo. Per i ricercatori è troppo presto per stabilire in che modo le cellule senescenti causino danno alle altre e che cosa avvenga quando vengono eliminate - se, cioè, siano rimpiazzate da nuove cellule o se semplicemente il contenuto di cellule del cervello si riduca. Non si può neanche dire se lo stesso risultato si possa ottenere su modelli animali che includano altri sintomi dell'Alzheimer, né a maggior ragione sull'uomo: gli ultimi 15 anni di ricerca su questa malattia sono costellati di studi promettenti sui roditori, sfociati in delusione al momento di tradursi in trial farmacologici.

 

Lo studio è però importante perché, finora, la ricerca sull'Alzheimer si è concentrata soprattutto sull'accumulo di un'altra proteina, la beta-amiloide, senza dare i frutti sperati. Cambiare target terapeutico potrebbe aprire nuove strade da esplorare, anche perché esistono già farmaci approvati per eliminare le cellule senescenti: sono utilizzati, per esempio, in ambito oncologico.

 

21 Settembre 2018 | Elisabetta Intini