Scienza

Cellule di maiale per curare il cervello

Allo studio un impianto di cellule cerebrali di maiale per curare il morbo di Huntington.

Cellule di maiale per curare il cervello
Allo studio un impianto di cellule cerebrali di maiale per curare il morbo di Huntington.

I maiali sono tra gli animali più adatti per gli xenotrapianti, una delle frontiere più affascinanti e controverse della medicina.
I maiali sono tra gli animali più adatti per gli xenotrapianti, una delle frontiere più affascinanti e controverse della medicina.

Le cellule cerebrali del maiale potranno forse curare la malattia di Huntington, una gravissima patologia congenita del sistema nervoso che per la tradizione popolare è il “ballo di San Vito”. Entro i primi mesi del prossimo anno dovrebbe infatti partire negli USA la sperimentazione sull'uomo di una terapia basata sul trapianto di cellule nervose asportate dal cervello dei maiali. La nuova tecnica d'avanguardia pone numerose questioni sulla sua legittimità oltre che sui possibili rischi di infezioni da virus provenienti dagli animali. Eppure lo xenotrapianto (così è chiamato il trapianto di organi da animale a uomo) sembra essere una via decisamente percorribile, almeno stando ai risultati degli esperimenti condotti sui primati dai ricercatori del Living Cell Technologies di Auckland (Nuova Zelanda).
Cellule protettrici. Le cellule cerebrali asportate dai maiali non sono neuroni, ma provengono da quella struttura “di rivestimento” dell'encefalo nota come plesso coroide. Quest'area è responsabile, tra l'altro, della produzione delle neurotrofine, proteine essenziali alla protezione del cervello ma carenti nei pazienti affetti dal morbo di Huntington.
Scimmie e maiali. Per testare l'azione delle cellule di maiale, i ricercatori hanno ricreato artificialmente nel sistema nervoso di sette primati le condizioni biochimiche di un cervello malato. Tre degli animali hanno poi subito il trapianto di cellule. Gli animali non trattati hanno mostrato lesioni nel 50% dell'area di encefalo presa in esame, mentre i soggetti che hanno subito il trapiantato hanno riportato danni su meno del 10% della superficie totale. «I risultati sono così stupefacenti» afferma uno dei ricercatori «che confidiamo in una rapida approvazione dei protocolli di sperimentazione sull'uomo. Se tutto andrà per il meglio, sarà la prima volta che la malattia viene attaccata alla radice e non semplicemente curandone i sintomi.»

(Notizia aggiornata al 16 agosto 2005)

16 agosto 2005
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