Capelli bianchi e salute del cuore: c'è un legame

Negli uomini, i capelli grigi possono essere un indicatore di problemi coronarici prima che si manifestino, perché l'effetto "sale e pepe" è legato, così come le malattie cardiache, all'invecchiamento biologico.

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Un colpo al cuore.|Emilija Manevska / Alamy / IPA

Dietro al fascino del brizzolato potrebbe nascondersi un'insidia per il cuore: gli uomini che "imbiancano" precocemente sarebbero più a rischio di patologie coronariche.

 

Secondo uno studio dell'università del Cairo (Egitto), negli individui maschi i capelli bianchi sono un indicatore dell'invecchiamento biologico e pertanto, a prescindere dall'età anagrafica in cui appaioni, sono da considerarsi un campanello d'allarme per la salute cardiovascolare.

 

Qualcosa in comune. L'aterosclerosi (cioè l'accumulo di materiale ostruente sulle pareti delle arterie) e l'imbiancamento dei capelli sono legati a meccanismi simili, come stress ossidativo (l'eccessiva produzione di radicali liberi), infiammazione cronica, cambiamenti ormonali, alterazioni del DNA e senescenza delle cellule. Entrambi aumentano con l'età, ma i capelli grigi potrebbero essere un segnale di rischio indipendente e immediatamente visibile, di cui tenere conto.

Le osservazioni. I ricercatori hanno valutato la presenza di eventuali patologie coronariche in 545 uomini adulti, che hanno anche classificato in 5 gruppi in base alla quantità di capelli bianchi (capelli totalmente scuri; più scuri che bianchi; scuri e bianchi in ugual numero; più bianchi che scuri; totalmente bianchi). Sono poi stati valutati per ciascuno gli altri fattori di rischio, come ipertensione, diabete, abitudine al fumo, concentrazione anomala di lipidi nel sangue e storie familiari di malattie cardiache.

 

Collegati. Un alto grado di capelli bianchi - dal terzo "stadio" (metà e metà) in poi - è risultato associato a un più alto rischio di malattie coronariche, a prescindere dall'età anagrafica e dagli altri fattori di rischio. La prevalenza di "grigi" nella chioma potrebbe quindi essere utilizzata come indicatore di rischio di malattie coronariche in pazienti ancora asintomatici.

 

10 Aprile 2017 | Elisabetta Intini