Salute

Giudicare e ironizzare sull'aspetto fisico altrui (body shaming) è una "moda" che affonda le radici nei secoli

Dietro il body shaming di oggi, ovvero la tendenza a giudicare in modo negativo la forma fisica delle persone e farle vergognare del proprio corpo, ci sono secoli di pregiudizi sul sovrappeso.

La ginnastica ritmica in Italia è stata travolta dallo scandalo delle denunce di atlete, vittime di violenze psicologiche e abusi, che in alcuni casi hanno portato all'insorgere di disturbi dell'alimentazione. Purtroppo si tratta di una "vecchia storia", che non riguarda solo lo sport: ripercorriamo la vicenda del body shaming nei secoli attraverso l'articolo "Grassi e derisi" di Claudia Giammateo, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Un problema secolare. Da una parte i corpi affusolati e tonici di pochi eletti. Dall'altra una distesa di volti paffuti e forme burrose. I primi destano ammirazione e invidia, i secondi disapprovazione, compatimento, spesso derisione. Il body shaming verso pancette e rotondità varie (ma anche altri tipi di imperfezioni fisiche, nei tritacarne dei social può finire di tutto) non è l'ennesima stortura di questi anni. È, al contrario, frutto di un pregiudizio antico quanto l'uomo. Perché il sovrappeso, fatta salva qualche epoca particolare, è sempre stato visto come un difetto caratteriale (debolezza, ingordigia) se non addirittura una colpa da espiare. Che senso ha e da dove arriva la condanna verso questa specifica condizione fisica?

Body shaming - Venere di Willendorf
Riproduzione della statuetta della Venere di Willendorf, antico simbolo di fertilità. © Lefteris Tsouris / Shutterstock

ANTICHI APPETITI. "Guai a voi, uomini pingui", tuonò il profeta Amos settecento anni prima di Cristo. Mentre il severo profeta Isaia mise gli obesi tra i malvagi, "perché la loro voracità oltrepassa i limiti del lecito". La demonizzazione del sovrappeso affonda le sue radici nelle Sacre Scritture. «La mollezza, l'apatia, associate al grasso sono parti integranti delle culture antiche occidentali e hanno generato stereotipi duraturi», chiarisce lo storico Christopher E. Forth nel libro Grassi. Una storia culturale della materia della vita (Espress Edizioni). Ripercorrere a ritroso le vicende di quegli stereotipi regala alcune sorprese.

Umiliazioni ieri e oggi. «Se oggi sono le donne a essere vittima di body shaming, per molti secoli lo stigma è stato rivolto ai corpi maschili. Nell'ideale greco kalòs kai agathòs ("bello e buono"), secondo cui colui che è bello possiede tutte le virtù, la cedevolezza del grasso non era solo un'impressione tattile: era sintomo della stessa "mollezza morale" delle donne, ritenute inferiori e perciò escluse dal governo della polis.

Per il filosofo Platone la "gastrimargia" (l'ingordigia) era nemica delle Muse; nel trattato aristotelico Fisiognomica gli ingordi erano ritenuti insensibili, visto che i sensi erano oppressi a causa dell'eccesso di riserva alimentare. Umiliante, secondo le cronache dell'epoca, il trattamento che gli Spartani riservavano ai grassi: ogni dieci giorni i giovani dovevano presentarsi nudi al cospetto degli efori (i magistrati), i quali ne esaminavano il fisico cercando segni di fiacca effeminatezza, tra cui un ventre sporgente.

GOLIARDIA LATINA. Per correre ai ripari il medico Ippocrate di Coo (V secolo a.C.) prescriveva i seguenti rimedi: smaltire i grassi dedicandosi alla corsa o alla lotta, provocarsi il vomito (con purganti a base di acqua, aceto e sale) e astenersi dai rapporti sessuali perché inducevano pigrizia. A loro volta, salvo rare eccezioni, i Romani estesero lo stigma dei grassi (dal latino crassus, "ottuso") dalla mollezza morale alla sfera cognitiva.

Se il sarcasmo non risparmiava le donne corpulente, a essere presi di mira erano soprattutto "gli altri", gli stranieri: il "grasso etrusco", l'"umbrio sazio", i pingui e pigri soldati persiani, gli obesi tiranni. Fra questi ultimi, il greco Dionisio di Eraclea (361-306 a.C.), ribattezzato nelle fonti "maiale lardoso", o Magas di Cirene (320-250 a.C.) che non faceva mai esercizio fisico e mangiava, mangiava... Da dove proveniva tanto sarcasmo? «Per i Greci e i Romani il disprezzo non era questione di estetica, ma di status: l'uomo grasso si abbassava al livello degli schiavi, delle donne e degli animali», risponde Forth. Ma il carico da novanta arrivò con l'avvento del cristianesimo, che introdusse il concetto di disgusto verso il grasso. Nell'ottica cristiana i peccati di gola e lussuria riportavano alla condizione bestiale persino le anime più nobili. Mentre il corpo magro era una corazza in grado di intercedere persino di fronte al tribunale divino.

Bullismo ante litteram. In età imperiale anche l'uomo più potente dell'impero doveva preoccuparsi del suo aspetto. Quando i Romani si rivoltarono contro gli imperatori Nerone, Vitellio ("dall'esofago senza fondo" secondo lo storiografo Svetonio) e Domiziano per il modo di governare, non risparmiarono frecciatine alla loro obesitas ventris del tutto incompatibile con i valori latini della gravitas, ovvero dignità e autorità. A volte erano però gli imperatori a deridere i poveri oversize. Uno degli spassi dello stravagante Eliogabalo era chiedere a otto "grassoni" di sedere su un solo divano, suscitando l'ilarità generale perché non c'era spazio per tutti.

Morale cristiana. Così, se per l'apologeta cristiano Tertulliano, vissuto nel II secolo, il corpo denutrito passava più facilmente attraverso le strette grate del Paradiso e resuscitava prima nel Giorno del Giudizio, il posteriore San Giovanni Crisostomo in un'omelia sulla Lettera di san Paolo ai Corinzi chiedeva ai fedeli di astenersi da peccati di gola in vista di ciò che li aspettava nell'aldilà: "Qui sudiciume e obesità, lì vermi e fuoco".

Molti, però, predicavano bene e razzolavano male. Perché tra digiuni sacri e carestie, mangiare a crepapelle appena possibile era questione di sopravvivenza. Persino per i religiosi, che in fondo tenevano anche alla vita terrena. Nacquero così detti come "grasso come un monaco" e raccolte come il Baldus di Teofilo Folengo (1517), che dileggiavano la voracità dei frati cappuccini.

Body shaming - ritratto fiammingo
Gerard Andriesz Bicker, ritratto dal pittore fiammingo Bartolomeus van der Helst nel 1664 circa. © Everett Collection / Shutterstock

VIVA LA GOTTA. Flagellato da pesti, guerre e carestie, il Medioevo si trasformò per certi versi nell'età dell'oro per le rotondità. Come spiega lo storico dell'alimentazione Massimo Montanari, «il grasso maschile e quello femminile erano segno di benessere, sicurezza e ricchezza». Lo dimostrano i termini coniati in quel periodo: "Bologna la grassa", cioè felice; e "popolo grasso", a intendere la parte più ricca di Firenze. E anche la gotta, malattia circolatoria dovuta all'eccesso di carne, in certe epoche fu quasi un segno del privilegio di classe.

Fatta esclusione per i poveri magri e affamati e per i guerrieri: "Colui che è troppo grasso non può esercitare l'ufficio di cavaliere", tuonava il teologo catalano Raimondo Lullo ai tempi di Dante. Di fronte ai sontuosi banchetti rinascimentali e agli anatemi lanciati dai medici ("si muore più di ingordigia che di peste", si lamentavano alla corte inglese dei Tudor) iniziarono a circolare i primi trattati dietetici, molto simili agli attuali manuali per dimagrire. Fra questi, i Discorsi della vita sobria (1550) scritto dal nobile veneziano Luigi Alvise Cornaro. Nel 1602 il frate domenicano Tommaso Campanella immaginò una società utopica in cui alla fine le persone grasse sarebbero state eliminate. Nella sua "città del sole", repubblica platonica della virtù, uomini e donne dovevano mostrare ai magistrati incaricati di decidere quali coppie avrebbero dovuto accoppiarsi per garantire una discendenza più attraente.

MAGREZZA CIVILIZZATA. "Ingrassare è fastidioso, malsano e sgraziato", scriveva il politico inglese Philip Dormer Stanhope, conte di Chesterfield, a suo figlio nel 1748, invitandolo a fingersi malato "piuttosto che indulgere nella ricca cucina di Parigi". Con l'Illuminismo la critica sociale del grasso (che il fisiologo scozzese Malcolm Flemyng nel 1769 associava all'idea di "sudiciume che si accumulava nell'organismo") investì la nobiltà e il clero e la retorica rivoluzionaria prese di mira il corpulento re Luigi XVI: "l'uomo che è ingrassato affamando il popolo".

Il corpo delle donne. Con la Rivoluzione industriale lo stigma del grasso si spostò sul corpo delle donne.

Il punto più basso fu toccato nella seconda metà dell'Ottocento con le teorie razziste di Cesare Lombroso. L'antropologo associò la pinguedine femminile a un'immoralità innata, soprattutto di "ottentotte, africane ed abissine, che ricche e pigre diventano immensamente grasse". La catena di associazioni culminò nella tesi secondo la quale "nelle carceri e nei manicomi le pazze sono spesso assai più corpulenti degli uomini".

LA "GABBIA" DEL NOVECENTO. «Non siamo lontani da quanto professò nel 1926 il medico americano Leonard Williams, autore del best seller Obesity, che bollò di egoismo le persone troppo grasse perché imponevano agli altri lo spettacolo indecente della loro taglia», sottolinea l'antropologo culturale Marino Niola nel saggio Umiliati ed obesi. Né i movimenti femministi degli Anni '70 né, ancora prima, quello suffragista che rappresentava donne magre, bianche e di bell'aspetto "sopraffatte da poliziotti corpulenti", riuscirono a sviare la mentalità comune dalla trappola del pregiudizio.

Una nuova forma di razzismo. Così il Novecento, che ha imposto a uomini e donne il valore della magrezza e della forma fisica come modello estetico, ha semplicemente inasprito stereotipi già radicati. E non solo. Gli antichi pregiudizi hanno trasmesso l'idea che la mancanza di autodisciplina e di autocontrollo sia una "colpa" da espiare i cui costi medici ricadono sulla collettività. Il rischio è trasformare, come accaduto in passato, la derisione verso le persone in sovrappeso in una nuova forma di razzismo. Alla luce dei secoli passati, è una prospettiva che merita tutta la nostra attenzione.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

8 novembre 2022 Focus.it
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