Salute

Anticorpi monoclonali: negli USA si testa l'iniezione preventiva

Gli anticorpi monoclonali di Regeneron sembrano prevenire le infezioni nei soggetti a stretto contatto con positivi. Cambia la modalità di somministrazione del farmaco.

Saranno i vaccini e la loro equa e rapida distribuzione a condurci fuori dalla pandemia. Fatta questa necessaria premessa, è comunque positiva la notizia di un passo in avanti nella modalità di somministrazione degli anticorpi monoclonali registrato negli USA nel corso di una sperimentazione clinica. L'azienda farmaceutica Regeneron ha comunicato che una singola iniezione del suo cocktail di anticorpi monoclonali, fornita a scopo preventivo, ha ridotto dell'81% i casi di covid nei soggetti che vivevano a stretto contatto con una persona risultata positiva.

Protezione temporanea. I risultati, ripresi dal sito Stat News, sono stati diffusi per ora mediante un comunicato stampa, al quale seguirà una pubblicazione scientifica. Lo studio ha coinvolto 1500 volontari che dividevano l'abitazione con qualcuno contagiato dal SARS-CoV-2. Un terzo dei soggetti aveva almeno un fattore di rischio che predisponeva a forme gravi di covid; un terzo era obeso e il 38% aveva più di 50 anni. A metà dei volontari è stato somministrato un cocktail di anticorpi monoclonali, cloni cellulari ottenuti in laboratorio delle proteine più efficaci che il sistema immunitario mette in campo, in questo caso, contro il nuovo coronavirus. Dopo 29 giorni, 11 pazienti del gruppo trattato hanno sviluppato la covid, contro i 59 del gruppo dei placebo.

Meno sintomi. Coloro che hanno contratto la covid nonostante il trattamento hanno visto i sintomi sparire in una settimana, rispetto alle tre settimane dei malati del gruppo di controllo. Nei 204 volontari che erano risultati già positivi al SARS-CoV-2 all'esordio dello studio (e cioè che erano già stati contagiati prima di cominciare), il trattamento ha ridotto le probabilità di avanzare verso forme sintomatiche di covid del 31%. Eventi avversi, come una reazione nel sito dell'iniezione, si sono verificati nel 20% delle persone che hanno ricevuto gli anticorpi monoclonali, ma anche nel 29% di coloro che hanno ricevuto il placebo.

Iniezione, non infusione. Al di là delle percentuali di efficacia, che andranno confermate su numeri più ampi e soprattutto in una pubblicazione scientifica, la novità importante è la modalità di somministrazione del farmaco che, grazie a una nuova formulazione, è stato consegnato per iniezione subcutanea e non per infusione intravenosa come era stato fatto finora.

Quella sulla difficile modalità di somministrazione è stata finora una delle (ma non l'unica) principali critiche avanzate contro l'eccessiva fiducia risposta negli anticorpi monoclonali, in più occasioni acclamati dai media come trattamento miracoloso anti-covid. L'infusione intravenosa è infatti una procedura di almeno un'ora che va eseguita in ospedale da personale medico specializzato, e alla quale deve seguire un periodo di osservazione per monitorare eventuali effetti collaterali. Poiché gli anticorpi monoclonali, quando non usati a scopo preventivo come in quest'ultimo studio, sono comunque indicati per pazienti covid potenzialmente a rischio ma con sintomi ancora lievi nelle fasi iniziali della malattia, quella del ricovero in ospedali già sovraffollati è una necessità di cui si farebbe volentieri a meno.

Non sono un'alternativa ai vaccini. Perché prevenire con gli anticorpi monoclonali, se ci sono già i vaccini? Secondo gli autori dello studio, questi farmaci andrebbero pensati come complementari in contesti in cui la popolazione è solo in parte vaccinata, o è ancora in attesa della seconda dose di vaccino, o in situazioni in cui i pazienti non possono essere vaccinati per problemi di salute, o ancora hanno un sistema immunitario poco reattivo che non sviluppa, anche da vaccinato, difese sufficienti.
 
Inoltre, gli anticorpi monoclonali hanno il vantaggio di essere efficaci da subito (anche se la loro protezione è transitoria): potrebbero servire in situazioni, come per esempio un focolaio in una casa di riposo, in cui non c'è tempo di aspettare le due settimane canoniche di reazione immunitaria che richiedono i vaccini.

14 aprile 2021 Elisabetta Intini
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