Salute

Gli anticorpi anti-covid durano almeno 9 mesi

Nuovi risultati dallo studio di Vo' Euganeo: gli anticorpi nei guariti persistono a lungo, a prescindere dalla gravità dei sintomi dell'infezione.

Gli anticorpi sviluppati contro la covid resistono a lungo nei guariti: la conferma arriva ancora una volta da Vo' Euganeo, il paese del Veneto diventato, nella primavera 2020, modello internazionale di contenimento riuscito di un focolaio di CoViD-19, e da allora più volte oggetto di studi scientifici. Da una massiccia campagna di screening che ha coinvolto la quasi totalità della popolazione di Vo' emerge che gli anticorpi anti-covid prodotti in risposta a un'infezione naturale rimangono nell'organismo per almeno nove mesi, a prescindere dalla gravità della malattia: vale, insomma, anche per gli asintomatici.

Le analisi effettuate. Gli scienziati dell'Università di Padova e dell'Imperial College London hanno sottoposto a tamponi l'85% dei 3.000 residenti di Vo' tra febbraio e marzo 2020, in seguito alla morte per covid di un residente, il 21 febbraio 2020. Le stesse persone sono state testate di nuovo a maggio e a novembre 2020, per monitorare i livelli di anticorpi contro il coronavirus. Le analisi pubblicate su Nature Communications mostrano che il 98,8% della popolazione ammalata in primavera aveva ancora quantità rilevabili di anticorpi a novembre, nove mesi più tardi.

E qui inizia la parte più interessante: tanto per cominciare non sembra esserci alcuna relazione tra la gravità dei sintomi iniziali e il livello di anticorpi rimasti - la qualità della risposta immunitaria non dipende quindi dal decorso della malattia. Inoltre, benché in tutti i pazienti gli anticorpi abbiano subito un calo generale tra maggio e novembre, la velocità rilevata di questo calo variava in base al tipo di esame usato. Esistono infatti diverse metologie di sierologico, capaci di individuare anticorpi che si legano a parti diverse della proteina spike.
 
«I livelli di anticorpi variano, in certi casi in modo marcato, a seconda del test usato», spiega Ilaria Dorigatti, una degli autori, «serve dunque cautela quando si confrontano diversi livelli di infezione nella popolazione in diverse parti del mondo, usando differenti tipologie di test».

Gli altri risultati. La prima parte dello studio, quella che arrivava fino a maggio, aveva rilevato un passato incontro con il virus nel 3,5% circa della popolazione, con un'alta prevalenza dei casi asintomatici. Questo secondo "follow-up" indica un calo generale degli anticorpi dopo nove mesi e la necessità di continuare a monitorare le difese nel prossimo futuro. Ma il lavoro ha anche fornito qualche informazione in più sulla modalità di contagio e di contenimento delle infezioni.

Una persona contagiata dal SARS-CoV-2 ha una probabilità su quattro di trasmettere l'infezione a un membro della stessa famiglia. Inoltre, come già trovato in precedenti ricerche, la maggior parte della trasmissione virale (il 79% dei casi) è riconducibile al 20% appena delle infezioni. Significa che la gran parte dei pazienti contagiati non genera infezioni secondarie, mentre una minoranza dei positivi dà origine al grosso della trasmissione. Di qui l'importanza di continuare con le misure di contenimento, come distanziamento e uso delle mascherine, anche in questa fase in cui solo una parte della popolazione è totalmente vaccinata contro la covid.

Infine, la ricerca dimostra che durante le ondate pandemiche, in assenza di misure come pronto isolamento dei positivi e brevi lockdown, il solo contact tracing non è sufficiente ad arginare l'epidemia. Chiarisce Andrea Crisanti, che ha supervisionato lo studio: «Il contact tracing manuale (la ricerca dei positivi sulla base dei contatti conosciuti e dichiarati) avrebbe avuto un impatto limitato sul contenimento dell'epidemia se non fosse stato accompagnato dallo screening di massa». Nei prossimi mesi, sarà importante rafforzare anche questo strumento, mentre si cerca di completare la campagna vaccinale.

21 luglio 2021 Elisabetta Intini
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