Salute

Sì, si può morire di crepacuore

È proprio vero: la perdita della persona amata mette a rischio la vita di chi sopravvive. Colpa dello stress, ma non solo.
 

Succede, soprattutto nelle coppie di lunga data, che la morte di uno dei partner sia seguita, nel giro di pochi giorni o settimane, da quella dell'altro. Il senso comune ha sempre attribuito questi decessi al dolore causato dal lutto, e un'analisi condotta nel 2011 dall'Università di Harvard (Usa) e di Yamanashi (Giappone) sui dati di 2,2 milioni di persone, già confermava questa credenza: nei 6 mesi successivi alla perdita, per il coniuge sopravvvissuto, indipendentemente dalla sua età ma in misura maggiore se è maschio, il rischio di morte aumenta del 41%.

Uno studio inglese, pubblicato quest'anno su Jama Internal Medical, è giunto a conclusioni molto simili. Nel mese successivo alla morte del partner, il rischio di infarto e di ictus, per chi rimane solo, raddoppia. La “sindrome del cuore spezzato” come è stata soprannominata dagli scienziati, deriva principamente dallo stress emotivo provocato dal lutto (che causa tra l'altro un picco nel rilascio di adrenalina). Non è però solo il sistema circolatorio a sopportare i colpi e la fatica della sofferenza, anche il sistema immunitario si indebolisce, esponendo a un maggiore rischio di infezioni. E ancora, secondo gli scienziati, sono da studiare gli effetti negativi sull'organismo del brusco stop nel rilascio nel cervello delle sostanze legate alle relazioni felici, quelle che si aumentano con le carezze e la vicinanza emotiva, come dopamina (neurotrasmettitore) e ossitocina (ormone).

28 luglio 2014 Isabella Cioni
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