Sì, si può morire di crepacuore

È proprio vero: la perdita della persona amata mette a rischio la vita di chi sopravvive. Colpa dello stress, ma non solo.
 

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Una coppia felice fa vivere più a lungo, ma è difficile sopravvivere al partner.|Patrik Giardino/CORBIS

Succede, soprattutto nelle coppie di lunga data, che la morte di uno dei partner sia seguita, nel giro di pochi giorni o settimane, da quella dell'altro. Il senso comune ha sempre attribuito questi decessi al dolore causato dal lutto, e un'analisi condotta nel 2011 dall'Università di Harvard (Usa) e di Yamanashi (Giappone) sui dati di 2,2 milioni di persone, già confermava questa credenza: nei 6 mesi successivi alla perdita, per il coniuge sopravvvissuto, indipendentemente dalla sua età ma in misura maggiore se è maschio, il rischio di morte aumenta del 41%. 

 

Uno studio inglese, pubblicato quest'anno su Jama Internal Medical, è giunto a conclusioni molto simili. Nel mese successivo alla morte del partner, il rischio di infarto e di ictus, per chi rimane solo, raddoppia. La “sindrome del cuore spezzato” come è stata soprannominata dagli scienziati, deriva principamente dallo stress emotivo provocato dal lutto (che causa tra l'altro un picco nel rilascio di adrenalina). Non è però solo il sistema circolatorio a sopportare i colpi e la fatica della sofferenza, anche il sistema immunitario si indebolisce, esponendo a un maggiore rischio di infezioni. E ancora, secondo gli scienziati, sono da studiare gli effetti negativi sull'organismo del brusco stop nel rilascio nel cervello delle sostanze legate alle relazioni felici, quelle che si aumentano con le carezze e la vicinanza emotiva, come dopamina (neurotrasmettitore) e ossitocina (ormone).

28 Luglio 2014 | Isabella Cioni