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Alzheimer: la ricerca e le nuove speranze Vai allo speciale

Due passi importanti nella lotta all'Alzheimer

Un modello tridimensionale di un cervello malato, su cui poter sperimentare farmaci in breve tempo; e la possibilità di lenire i sintomi sui neuroni dei topi, grazie alle nanotecnologie: buone notizie dal fronte della ricerca sul morbo che annienta la memoria.

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Placche amiloidi al microscopio a immunofluorescenza (in rosso), in un laboratorio di ricerca sull'Alzheimer. | Patrick ALLARD/REA/contrasto

La lotta alla più diffusa forma di demenza - che interessa, solo in Italia, almeno un milione di persone - si arricchisce di due importanti contributi: una coppia di studi indipendenti, uno statunitense e uno italiano, usciti a poche ore di distanza l'uno dall'altro, il 12 e il 14 ottobre.

 

A portata di analisi. Il primo, pubblicato su Nature, riguarda un rivoluzionario modello tridimensionale della malattia, a cui hanno lavorato Rudolph Tanzi e Doo Yeo Kim, neuroscienziati del Massachusetts General Hospital. I ricercatori hanno ricreato per la prima volta in provetta, o meglio in una piastra di Petri di laboratorio, una coltura di cellule che riproduce i sintomi e l'esatta sequenza di eventi che colpiscono i neuroni di un malato di Alzheimer.

 

Una sorta di cervello in miniatura, ottenuto a partire da cellule staminali di embrioni umani fatte crescere - è questa l'intuizione geniale - non in un liquido, come avviene di solito, ma in una matrice di gel, che meglio rappresenta la conformazione della corteccia cerebrale. Le cellule utilizzate erano state in precedenza ingegnerizzate in modo da contenere due varianti genetiche, scoperte nello stesso laboratorio, osservate in molti dei pazienti che poi sviluppano la malattia: quelle della presenilina 1, e della proteina precorritrice della beta-amiloide.

 

Modello fedele. In sei settimane le cellule hanno sviluppato due delle caratteristiche essenziali dei neuroni malati di Alzheimer: la formazione di placche amiloidi, causate dall'accumulo di una proteina tossica, la beta-amiloide appunto, e gli ammassi neurofibrillari, grovigli di proteina tau nel citoplasma dei neuroni, che portano alla morte delle cellule nervose e all'assottigliamento del tessuto cerebrale.

 

«Una delle domande più grandi (per chi fa ricerca sull'Alzheimer) è se la beta amiloide favorisca la formazione degli ammassi che uccidono i neuroni. Nel nostro modello, che chiamiamo "Alzheimer nel piatto", siamo stati in grado di mostrare per la prima volta che il deposito di placche amiloidi è sufficiente a causare la formazione dei grovigli e la conseguente morte cellulare» spiega Tanzi.

 

Enorme progresso. Lo studio, che ha visto la partecipazione anche di una giovane ricercatrice italiana, la 29enne Carla D'Avanzo (un cervello emigrato ad Harvard), permetterà di avere a disposizione un modello di cervello su cui testare, in condizioni di sicurezza e in breve tempo (si parla di poche settimane), i farmaci attualmente testati su animali e malati, in trial che durano anche 8-10 anni. Snellendo così i tempi della sperimentazione, e rispondendo ai molti interrogativi aperti su questa malattia: per esempio, quali siano i fattori di rischio, o da che parte giochi il sistema immunitario - se si trovi, cioè, nella stessa "squadra" della beta amiloide o se invece protegga i neuroni dall'accumulo della proteina.

 

Nanotecnologie. È invece una ricerca tutta italiana, a cura dell'Università di Milano-Bicocca e dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, quella che ha reso possibile bersagliare, con l'aiuto di nanoparticelle lipidiche in grado di oltrepassare la barriera del sangue cerebrale, le placche amiloidi accumulate nel cervello di topi con malattia di Alzheimer.

 

Cervelli di topi con Alzheimer trattati con nanoparticelle (a sinistra) o non trattati (a destra). | Unimib

Rimosse e smaltite. Dopo solo tre settimane dall'inizio del trattamento, nei topi trattati con le nanoparticelle di dimensioni di un miliardesimo di metro sono stati osservati sia la rimozione delle placche dall'encefalo, sia lo smaltimento della proteina tossica tramite fegato e milza. I "nanoproiettili", chiamati Amyposomes, sono stati ingegnerizzati dai ricercatori italiani nell'ambito del progetto europeo NAD (Nanoparticles for therapy and diagnosis of Alzheimer Disease); i risultati del trattamento sono stati osservati attraverso tomografia a emissione di positroni (PET) dagli scienziati dell'Università di Turku, Finlandia. La ricerca è stata pubblicata su The Journal of Neuroscience.

 

Un primo passo. I risultati, osservati per ora soltanto sul modello animale (altra cosa è il cervello umano) sono promettenti: «Il trattamento è riuscito a frenare la progressione della malattia, ma stiamo anche valutando, per ora sempre sul modello animale, la possibilità di prevenirne l'insorgenza, intervenendo quando le capacità cognitive e la memoria sono solo minimamente compromesse» spiega Massimo Masserini, coordinatore del progetto. Se in futuro questi risultati saranno verificati nell'uomo, il trattamento, abbinato ad una diagnosi precoce, permetterebbe ai malati di Alzheimer di condurre una vita pressoché normale».

 

15 ottobre 2014 | Elisabetta Intini