Alzheimer: gli studi su una cruciale proteina

La malattia di Alzheimer e il virus dell'HIV potrebbero danneggiare le cellule cerebrali mediante un meccanismo analogo. Responsabile la beta amiloide, che sembrerebbe colpire anche una parte dei neuroni mai considerata finora.

shutterstock_306633086
Le placche amiloidi caratteristiche del cervello con Alzheimer.|Shutterstock

Due nuovi studi su una proteina la cui sovrapproduzione è caratteristica di molte malattie neurodegenerative, la beta-amiloide, svelano aspetti per certi versi sorprendenti di questa sostanza, principale costituente delle placche senili (o placche amiloidi) che si accumulano nel cervello dei malati di Alzheimer.

 

Il primo studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience, ipotizza che i danni cognitivi dovuti alla malattia di Alzheimer e i disturbi neurocognitivi associati al virus dell'HIV siano legati a danni neuronali dello stesso tipo, e che a metterci lo zampino sia proprio la beta-amiloide.

Analogie e differenze. Anche se i disturbi cognitivi associati all'HIV (HAND) e la malattia di Alzheimer hanno alcuni sintomi in comune (come perdita di memoria, scarsa concentrazione, deficit delle funzioni esecutive), non è chiaro se all'origine vi siano analoghi meccanismi di progressione, perché i pazienti del primo gruppo non mostrano le placche amiloidi caratteristiche del morbo di Alzheimer.

 

Così i ricercatori dell'Università della Pennsylvania hanno rivolto le loro attenzioni sul ruolo di una proteina, la beta-secretasi (BACE1), un enzima considerato indicatore precoce dell'insorgenza della malattia. Le placche amiloidi sono formate dall'aggregazione di blocchi proteici insolubili detti oligomeri Aβ - anch'essi neurotossici - la cui formazione è favorita dall'azione della beta-secretasi.

 

Il team ha trovato alti livelli di enzima BACE1 e di oligomeri Aβ - capaci di danneggiare le cellule nervose - nel tessuto cerebrale di individui sieropositivi, analizzato post mortem. Quando globuli bianchi infettati dal virus dell'HIV sono stati somministrati a neuroni di topo, hanno in effetti scatenato su di essi meccanismi di neurotossicità.

 

La scoperta porta a sperare che la beta-secretasi possa essere un buon bersaglio terapeutico, e che prendendola di mira si possano lenire i disturbi neurologici connessi al virus dell'HIV.

Alzheimer, malattia di Alzheimer, demenza senile, proteine tau, proteine beta-amiloidi
Nell'illustrazione artistica, un oligodendrocita (che fa parte delle cellule della glia, che svolgono una funzione di sostegno, per i neuroni) ripara il rivestimento mielinico danneggiato di una cellula nervosa. | Carol & Mike Werner/Visuals Unlimited/Corbis

Danno più esteso. Il secondo studio, di un'equipe italiana, ipotizza che l'accumulo di beta amiloide possa essere correlato non solo alla morte dei neuroni (localizzati nella cosiddetta sostanza grigia) ma anche a un danno della sostanza bianca che li avvolge e ne facilita la comunicazione, composta principalmente da mielina.

 

I ricercatori dell'Unità Malattie Neurodegenerative dell'Università di Milano, Centro Dino Ferrari, e della Fondazione Ca' Granda IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, hanno reclutato 85 volontari: 65 con malattia di Alzheimer di nuova diagnosi, con demenza non Alzheimer o con lieve deterioramento cognitivo, e 20 soggetti di controllo. Hanno prelevato dai partecipanti campioni di liquido cerebrospinale (un fluido corporeo del sistema nervoso centrale) e hanno analizzato i livelli di beta-amiloide.

 

Distruttrice di ponti. Tra i pazienti, 42 presentavano livelli patologici della proteina e 23 mostravano livelli normali. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a valutazioni neurologiche e neurocognitive, nonché a risonanza magnetica cerebrale: in coloro che mostravano livelli patologici della proteina, le lesioni a carico della sostanza bianca erano maggiori, tanto che potrebbe esserci un legame diretto tra accumulo della proteina e danni alla mielina.

 

Anche in questo caso, la scoperta, pubblicata sul Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry, potrebbe portare allo sviluppo, più che mai urgente e necessario, di nuovi bersagli terapeutici.

 

06 Giugno 2018 | Elisabetta Intini