Alzheimer: la ricerca e le nuove speranze vai allo speciale

Alzheimer, male i test di un promettente farmaco

La molecola aveva dato buone speranze nei trial precedenti, ma si è rivelata in efficace nella più importante sperimentazione sui malati. Colpa del medicinale, o dell'obiettivo sbagliato?

con_h_9.03589805_web
Immagine al microscopio della risposta delle cellule cerebrali a una terapia anti-Alzheimer. In rosso, le placche beta amiloidi, in verde le cellule della glia.|Patrick ALLARD/REA/contrasto

Un importante test di un farmaco destinato a ridurre i sintomi delle prime fasi della malattia di Alzheimer si è rivelato una delusione. La molecola, il solanezumab, che prende di mira le placche di proteina beta amiloide - il cui accumulo è associato al deterioramento delle sinapsi e alla progressiva morte dei neuroni - sembrava aver dato un qualche risultato sui pazienti in fase lieve nel 2012.

 

Nessuna differenza. Ma l'ultimo studio sperimentale di fase 3 condotto su oltre 2.000 pazienti, chiamato EXPEDITION3, non ha mostrato alcuna riduzione del deterioramento cognitivo in chi ha assunto il farmaco rispetto a chi ha usato un placebo.

 

Una circostanza che ha in parte riaperto il dibattito sul target da prendere di mira per combattere la malattia: secondo alcuni, non ci sarebbero ad oggi sufficienti evidenze per collegare l'accumulo di placche beta amiloidi al deterioramento cognitivo tipico di questa forma di demenza.

Ingorgo letale. Per molti tuttavia non è l'obiettivo ad essere sbagliato: piuttosto sarebbe il modo in cui la molecola agisce a non funzionare. «Quando un vaccino come il solanezumab viene somministrato, le placche amiloidi nel cervello si rompono, ma le scorie e il fluido in eccesso non riescono a drenare attraverso un sistema di vasi già danneggiati» ha spiegato alla BBC Roxana O'Carare, Professoressa di Neuroanatomia all'Università di Southampton (Inghilterra).

 

«Il cervello non ha gli stessi vasi linfatici degli altri organi. Fluidi e spazzatura sono eliminati attraverso vie molto sottili incorporate nelle pareti dei vasi sanguigni. Queste vie cambiano composizione e funzionano meno bene con l'avanzare dell'età e dei fattori di rischio dell'Alzheimer; in questo modo le beta amiloidi si accumulano nelle pareti dei vasi sanguigni».

 

Lontano dal mirino. Un'altra ipotesi è che l'anticorpo presente nel preparato, che prende di mira le forme solubili della beta amiloide presenti nel sangue, rimanga intrappolato nei vasi sanguigni e non raggiunga il cervello in sufficienti quantità.

 

Non perdere le speranze. Il solanezumab non è la prima molecola destinata alle placche amiloidi che fallisce nel compito, ma molti altri farmaci con lo stesso obiettivo sono ancora in fase di test, su pazienti lievi o su persone non ancora malate ma ad alto rischio Alzheimer. La ricerca è fondamentale: solo in Italia sono 600.000 le persone colpite da questa malattia dal fortissimo impatto sociale e familiare.

 

25 Novembre 2016 | Elisabetta Intini