I figli della provetta

La fecondazione in vitro è uno dei progressi più significativi della medicina dell'ultimo secolo. Ecco come funzionano le tecniche che danno una risposta all’infertilità.

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La vita in tre tappe - La fecondazione in vitro è un procedimento complesso, che va monitorato e adattato alle caratteristiche della coppia. Ciascun passaggio è delicato, e tutto è studiato per aumentare al massimo le probabilità di successo. Ingrandisci l'immagine |

Il 25 luglio del 1978 nasceva Louise Brown (leggi la sua storia), la prima bambina concepita con la fecondazione in vitro: uno dei progressi più importanti nella medicina dell’ultimo mezzo secolo, che ha cambiato (in meglio) la vita di tantissime famiglie, sollevando però infiniti dubbi e polemiche. Messa a punto dopo decenni di studi dallo scienziato Robert Edwards e dal ginecologo Patrick Steptoe, la tecnica ha infatti inaugurato un nuovo campo della medicina, quello che cura l’infertilità, e ha dato nuova speranza a tante coppie che, altrimenti, avrebbero dovuto convivere con il dolore di non poter avere figli.

La fecondazione in vitro è oggi praticata in oltre 4.000 strutture, presenti in più di 100 Paesi di tutti i continenti. Secondo uno studio dell’Oms, pubblicato su Plos Medicine, potrebbe aiutare 48 milioni di coppie nel mondo: tante sono, infatti, quelle con problemi di infertilità; una cifra che, in termini percentuali, è invariata dal 1990 ed equivale al 12,5% di tutte le coppie che vorrebbero procreare.

 

Genitori anziani. «In Italia il tasso di infertilità è attorno al 15%, ma in futuro potrebbe aumentare» dice Giulia Scaravelli, responsabile del Registro nazionale della procreazione medicalmente assistita, dell’Istituto Superiore di Sanità. «Nelle giovani sono infatti in crescita le malattie sessualmente trasmesse capaci di compromettere la fertilità, come la clamidia, che può portare alla chiusura delle tube di Falloppio, e che oggi colpisce il 7,7 per cento delle ragazze fra i 15 e i 24 anni. Ma il fenomeno più rilevante è che gli aspiranti genitori sono più anziani. In media, le donne al primo figlio hanno 32 anni». E dell’orologio biologico risentono anche gli uomini, ai quali è attribuibile il 50% delle infertilità di coppia. «Dopo i 40-50 anni la produzione di spermatozoi diminuisce e la loro qualità può deteriorarsi, anche a causa dell’inquinamento, del consumo di alcol e caffè, del fumo» chiarisce l’esperta.

La conseguenza è che alla procreazione assistita si rivolgono persone sempre più in là con gli anni (la paziente tipo ne ha 36), e per loro le tecniche sono meno efficaci. «Il buon esito dipende moltissimo dall’età della donna» rileva Andrea Borini, direttore scientifico del centro Tecnobios di Bologna. «In media, il 25% degli interventi di fecondazione in vitro ha successo, ma le probabilità calano a meno del 5% se la donna ha più di 43 anni».

Con gradualità. Nel nostro Paese, la legge prevede che i primi tentativi siano fatti con la semplice inseminazione, che consiste nell’introduzione degli spermatozoi nelle vie genitali femminili e ha successo nel 15% dei casi. Solo in seguito si può accedere alla fecondazione in vitro, più complessa e costosa, in cui gli ovociti sono prelevati e fecondati in laboratorio, prima di essere reintrodotti nelle vie genitali femminili. Il tasso di successo di ciascun intervento non è aumentato molto da quando la tecnica è stata messa a punto. Tuttavia, metodi e varianti nuove hanno aumentato il numero di tentativi di cui ciascuna donna può disporre, o hanno dato qualche possibilità anche a coppie che un tempo non ne avevano affatto.

Medicina high-tech. Così, se fino all’inizio degli anni Novanta la medicina poteva affrontare solo l’infertilità femminile, la nuova Icsi (da Intracytoplasmic sperm injection), messa a punto a Bruxelles dal ginecologo italiano Giampiero Palermo, dà oggi una risposta anche a quella maschile. La Icsi prevede l’iniezione diretta degli spermatozoi nell’ovocita e si usa quando questi sono troppo deboli per superare le spesse membrane che proteggono la cellula uovo, o troppo poco numerosi per garantire una buona probabilità di successo.

Risale invece al decennio precedente il congelamento degli embrioni in azoto liquido, a -196 °C, che consente di utilizzare in un secondo tempo quelli prodotti in eccesso, se il primo tentativo fallisce o se la coppia decide di avere un secondo figlio. Questa tecnica ha portato per la prima volta a una nascita il 28 marzo 1984, quando al Queen Victoria Medical Centre di Melbourne venne alla luce Zoe Leyland.

 

La semplice inseminazione ha successo solo nel 15% dei casi

 

A spingere gli australiani a metterla a punto era la constatazione che molto spesso gli embrioni disponibili per ciascun tentativo erano più numerosi di quelli che si potevano effettivamente utilizzare. Infatti, prima del prelievo, le donne sono sottoposte a una stimolazione ormonale che fa sì che il numero di cellule uovo disponibili sia maggiore rispetto a quell’unico ovocita che maturerebbe con il normale ciclo mestruale, e che sarebbe molto difficile recuperare. In seguito, per aumentare le probabilità di successo, anche le uova che si mettono a fecondare sono di più rispetto agli embrioni che si trapianteranno.

Sempre l’Australia, negli stessi anni, fu anche teatro della nascita di un bambino concepito a partire da una cellula uovo prelevata da una donatrice: era la prima fecondazione eterologa della storia. Questa procedura, che può prevedere anche l’impiego di spermatozoi di un donatore, rappresenta a tutt’oggi l’unica soluzione se uno dei due genitori è totalmente sterile, oppure è portatore di una malattia genetica che sarebbe trasmessa al figlio. O se si tratta di una coppia omosessuale.

Uova congelate. Più di recente, sono stati sviluppati metodi per preservare la fertilità in donne che devono sottoporsi a cure che possono danneggiare le ovaie, per esempio la chemioterapia, o che vogliono posticipare la maternità a un’età alla quale sarebbe difficile ottenerla naturalmente. Le cellule uovo possono infatti essere congelate e riutilizzate in seguito per la fecondazione in vitro, e allo stesso modo si può conservare il tessuto ovarico, che può essere impiantato anche dopo anni, rendendo la donna di nuovo fertile (ma la procedura è ancora sperimentale).

«Da decenni esiste il congelamento dei gameti maschili» dice Andrea Borini «ma con le cellule uovo, più grandi e fragili, la procedura è molto più complessa, perché possono danneggiarsi». I primi tentativi risalgono agli anni Settanta, ma la combinazione idea­le di tempi, temperature e soluzioni da usare nelle varie fasi è stata individuata solo da poco, e ancora va perfezionata. Oggi, in Italia, i centri che offrono il congelamento degli ovociti sono più di 120, mentre una decina congelano anche il tessuto ovarico

 

23 luglio 2013 | Margherita Fronte