Che cos'è l'intelligenza?

Ce n'è una soltanto o può manifestarsi in varie forme? Conta più la genetica o l'influenza dell'ambiente in cui si vive? A Focus Live, e risposte di due grandi scienziati.

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Alberto Oliverio, professore emerito di psicobiologia all’Università La Sapienza di Roma; Steven Pfeiffer, psicologo clinico infantile e pediatrico.|Silvia Morara

Cos’è che fa davvero la differenza tra gli esseri umani e le altre specie? Un certo tipo di intelligenza, innanzitutto, che nel nostro caso si esprime nel linguaggio e poi anche nei gesti, e nell’esistenza dei due emisferi in cui è diviso il nostro cervello, una separazione che ha permesso un migliore sviluppo delle rispettive intelligenze, quella razionale e quella invece relativa alla vita emotiva.
 

Parola di Alberto Oliverio, professore emerito di psicobiologia all’Università La Sapienza di Roma che, a conferma della sua tesi, aggiunge un aforisma celebre nel campo: “Del resto, se i delfini avessero una mano, probabilmente parlerebbero”.
 

Un immenso database a cui attingere. Insomma, l’intelligenza fa la differenza, tanto per rimanere in tema di slogan. Anzi, le intelligenze, che quando sono entrambi attive e ben coltivate, fanno sì che le nostre reti neurali diventino un deposito di informazioni a cui si può attingere per analogia e rappresentare la base per nuovi spunti intellettivi ed emotivi che acquisiscono un'importanza sempre maggiore, via via che si invecchia.
 

E poi ci sono le eccezioni, le intelligenze che stanno alle estremità, per esempio quelle che riguardano i giovani più dotati, il settore d’interesse dell’altro ospite protagonista della sessione di Focus Live dedicato all’argomento, Steven Pfeiffer, psicologo clinico infantile e pediatrico, specializzato, tra le altre cose, nella valutazione dei ragazzi plusdotati. Nella sua disamina, lo scienziato elenca tre classici grandi filoni di interrogativi.


I grandi quesiti. Il primo: che cos’è l’intelligenza? Per Pfeiffer è dato «dall’insieme della capacità di ragionamento, di risolvere problemi e di apprendere. E tutto ciò, a sua volta, include anche la capacità di attenzione, la memoria, l’uso e la comprensione del linguaggio, la percezione».
 

Secondo interrogativo: di intelligenza ce n’è una soltanto? O possono anche essere molteplici? «Secondo Aristotele - spiega - la risposta giusta è quest’ultima, contrariamente a quanto pensava invece Darwin».

«Le ultime teorie - prosegue - parlano di due generi, ben distinti, uno riguarda l’intelligenza cristallizzata (della verbalizzazione e della comunicazione), l’altro quella fluida, che comprende il ragionamento, la memoria a breve e a lungo termine, i processi audio-visuali, la velocità nel processare le informazioni». A loro volta, le due categorie si suddividono in numerosi sottoinsiemi più specifici.  

 

Il filo conduttore. E poi ci sono anche diverse altre visioni, per esempio la teoria dell’intelligenza multipla di Gardner o il modello trittico di Sternberg. Insomma, tante correnti di pensiero e il leitmotiv che le attraversa tutte è che non esiste un modo univoco per identificarle.
 

Infine la genetica: l’intelligenza è scritta nel Dna e quindi è innata o si può insegnare? «Anche qui - conclude Pfeiffer - la risposta non può essere univoca ma possiamo affermare che, tendenzialmente, il codice genetico individuale influisce in una percentuale variabile tra il 40 e il 60 per cento. E che, l’ambiente umano circostante, svolge, anch’esso un ruolo fondamentale».

12 Novembre 2018 | Luciano Lombardi

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