Storia

Walt Disney, l'uomo che ci fatto volare nel mondo della fantasia

Il 5 dicembre 1901 nasceva Walt Disney, il papà di Topolino e di tanti altri fantastici personaggi di fumetti, cartoon e capolavori del cinema d'animazione.

Walt Disney era partito nel 1923, a 22 anni (era nato il 5 dicembre 1901), per la California, con un biglietto di sola andata e 40 dollari in tasca, e nel dopoguerra era già a capo della più florida industria cinematografica di Hollywood. Morì a Los Angeles il 15 dicembre 1966. Con la sua inconfondibile firma curvilinea, il nome di Walt Disney è divenuto una leggenda della storia del cinema. Vincitore di 26 Oscar, vari premi e importanti riconoscimenti internazionali, Disney ha emozionato e divertito generazioni di spettatori riscuotendo un successo talmente grande da essere spesso considerato come l'inventore dell'animazione disegnata. Questa tecnica, in realtà esisteva da circa vent'anni, ma è stata la fantasia e la determinazione di Disney a farle spiccare il volo.

Walt Disney  in una scena del trailer di Biancaneve del 1937.
Walt Disney presenta ciascuno dei sette nani in una scena del trailer teatrale originale di Biancaneve del 1937. © Wikipedia

Walter Elias Disney Jr., quarto di cinque figli, nacque a Chicago nel 1901 da una famiglia di umili origini. Gli anni dell'infanzia furono difficili. Il padre, uomo autoritario, lo costringeva a lunghe ore di lavoro nelle attività di famiglia e non gli risparmiava punizioni corporali. Il bambino si consolava come poteva: con il disegno, grande passione fin da subito; con la compagnia del fratello Roy di poco più grande; con le amate fiabe che la mamma gli leggeva la sera; e con la magia del cinema di Charlie Chaplin. Disegno, cinema, fiabe... a ben guardare, gli ingredienti per il futuro re dei cartoon c'erano già tutti.

Un'infanzia difficile. Infatti, subito dopo gli studi artistici tra Kansas City e Chicago, il ragazzo iniziò a dedicarsi all'animazione. I primi passi in quello che diverrà il suo mondo, fantastico e totalizzante, li mosse con l'amico Ub Iwerks. Insieme realizzarono cortometraggi che chiamavano Laugh-O-grams. Ma i tempi erano quelli che erano, e le difficoltà finanziarie non mancavano. Così traslocò a Los Angeles, sperando in una maggiore fortuna, che in effetti era ormai a portata di mano. Il giovane Disney infatti si fece strada in fretta, e nel 1923 fondò insieme al fratello una sua casa di produzione, la Disney Brothers Cartoon Studio. Qui si ritrovò a lavorare gomito a gomito con una ragazza minuta e graziosa di nome Lillian Bounds: lui disegnava, lei gli ripassava i disegni con l'inchiostro.

La mancanza di talento artistico, e un certo nascente interesse del boss nei suoi confronti, la portarono a cambiare mansione e a diventare la segretaria personale di Walt. E poco dopo la moglie. Nel 1925 si sposarono e nel 1933 ebbero la prima e unica figlia biologica, Diane Marie.

Per festeggiarne la nascita Walt annunciò che il primo giorno di ogni film Disney la proiezione sarebbe stata gratuita per tutti gli orfani. Pochi anni dopo adottarono la seconda figlia, Sharon Mae. Lilli e Walt resteranno insieme fino alla morte di lui, nel 1966.  

Topolino in una scena de
Topolino in una scena de "L'apprendista stregone" (Fantasia, 1940) di Walt Disney. © Screenshot catturato da Totorosan1, Copyrighted

Nel 1927 nacque la serie di Oswald il coniglio fortunato, personaggio che in breve Iwerks, rielaborando alcuni schizzi, trasformò in un topo. Lillian lo battezzò Mickey Mouse – in Italia Topolino – e lo stesso Disney gli diede personalità e voce. Fu proprio questo fortunato personaggio, emblema stesso dell'impero Disney, a debuttare col sonoro. Il cortometraggio, del 1928, si chiamava Steamboat Willie e scatenò nel pubblico un'ondata di entusiasmo.

Il topo detective. Non che Topolino fosse particolarmente divertente o interessante, come osserva lo storico Stephen Cavalier nel suo Cartoon, storia mondiale del cinema d'animazione (Atlante, 2012), ciononostante il topo detective si affermò come «l'individuo retto che cerca di controllare i personaggi e le situazioni caotiche che gli gravitano attorno, un amabile "eroe" a cui i bambini – e i genitori – possono fare riferimento». Un mondo luminoso e magico, lo descrive Cavalier, in cui «l'intero scenario è intelligentemente realizzato per essere apprezzato da ogni bambino ma anche dal bambino che alberga in ogni adulto».

Vero pioniere delle tecniche di animazione, Disney era pronto a rischiare la bancarotta pur di elevare le sue produzioni a nuova forma d'arte. Dopo l'introduzione del sonoro sperimentò l'utilizzo della musica e del colore per migliorare le atmosfere dei suoi cortometraggi, che ottennero il picco di maggior successo nel 1933 con I tre porcellini. Per Disney l'animazione era lo strumento con cui raccontare storie in grado di suscitare una vasta gamma di emozioni.

I primi capolavori. Una visione che portò, nel 1937, alla realizzazione del primo lungometraggio nella storia dell'animazione d'oltreoceano: Biancaneve e i sette nani. Costato molto di più di quanto stimato, Biancaneve non soltanto ripagò ampiamente la compagnia (che crebbe fino ad avere ben oltre 1.000 dipendenti), ma aprì la strada verso la produzione di molti altri classici, come Fantasia e Pinocchio (entrambi del 1940), Dumbo (1941), Bambi (1942), fino ai successivi Cenerentola (1950), Alice nel paese delle meraviglie (1951), Peter Pan (1953).  

La fiaba di Biancaneve, pubblicata da Mondadori nella collana Sinfonie allegre (1948).
Copertina de La fiaba di Biancaneve con le illustrazioni del film Disney, pubblicata da Mondadori nella collana Sinfonie allegre (1948). © Mondadori

In molti dei suoi film, tuttavia, la carica fantastica di Disney assume anche una dimensione più profonda e oscura. Stando alla biografia di Marc Eliot dal titolo Walt Disney, Hollywood's Dark Prince (Birch Lane Press), ogni lungometraggio riflette vari aspetti del grande tema che più gli stava a cuore: la sacralità della famiglia e le tragiche conseguenze dovute al suo venir meno.

Non a caso ciò che spesso accumuna questi film è il tema dell'abbandono e della ricerca dei veri genitori da parte del protagonista. Un fatto che avrebbe personalmente ossessionato Disney sin dalla giovane età, da quando, non potendo prendere parte alla Prima guerra mondiale perché minorenne, scoprì l'inesistenza del suo certificato di nascita e si insinuò in lui il dubbio di essere stato adottato, tanto da giustificarsi così le punizioni subite da bambino.

In Azienda come in famiglia. Un simile retaggio lo portò a considerare la sua azienda come una grande famiglia, disposizione che gli rese particolarmente odiosi i contrasti che si verificarono con i dipendenti. Il suo carattere dispotico mise a dura prova le relazioni con i numerosi animatori e, presto, i rapporti divennero conflittuali, tanto più che Walt non voleva riconoscere il loro contributo creativo. Di più: paghe basse, licenziamenti ingiustificati e rifiuto del sindacato portarono le relazioni nell'azienda-famiglia allo scontro aperto.

Nel maggio del 1941 i dipendenti entrarono in sciopero con tanto di picchetti all'ingresso della casa cinematografica e la partecipazione di diverse centinaia di dimostranti muniti di cartelli con slogan e caricature dei celebri personaggi disneyani. La lotta si protrasse per due mesi, finché un arbitrato riconobbe aumenti salariali, ferie pagate, la riassunzione dei licenziati e la presenza del sindacato. Disney se la legò al dito.

Durante la Seconda guerra mondiale anche gli studi della Disney vennero "arruolati" per produrre film di propaganda per il governo. Tra le decine di titoli il più noto – e anche premio Oscar come miglior cortometraggio animato – è La faccia del Führer, con Paperino che vive l'incubo di trovarsi sotto il regime nazista. Sembra che lo stesso presidente Roosevelt fosse rimasto condizionato dall'abile propaganda di Disney e avrebbe dato il via alla strategia del bombardamento a lungo raggio solo dopo aver visto il film-documentario Victory Through Air Power, realizzato per raccogliere fondi per la costruzione di aerei da guerra.

propaganda e politica. Ma l'impegno politico e ideologico di Disney non finì con il termine del conflitto. Anzi, le tensioni della Guerra fredda e l'inizio della caccia alle streghe che negli Anni '50 investì anche Hollywood, vide Walt Disney in prima linea contro il "pericolo comunista". Cominciò con il togliersi qualche sassolino dalla scarpa contro i suoi dipendenti che avevano scioperato anni prima: testimoniò al Comitato contro le attività antiamericane (Huac) e denunciò l'infiltrazione dei comunisti nella sua azienda.

Negli anni del maccartismo fu un informatore del'Fbi, diretta dall'amico J. Edgar Hoover, e nel 1954 diventò Special Agent in Charge, offrendo all'agenzia un uomo di fiducia anche dietro le quinte della neonata industria della televisione.

Julie Andrews in Mery Poppins di Walt Disney
Julie Andrews nei panni di Mary Poppins nell'omonimo film di Walt Disney del 1964. Per questa interpretazione l'attrice vinse l'Oscar come migliore attrice protagonista. © Wikimedia Commons

Disney trovò nel piccolo schermo, dove presentava i suoi programmi, un'occasione per rendere il volto dello "Zio Walt" familiare e osannato tanto quanto quello delle grandi stelle del cinema. Ma la televisione si rivelò soprattutto uno strumento straordinario per finanziare e promuovere la sua ultima visionaria creazione: Disneyland, il parco divertimenti che aprì nella città di Anaheim, vicino a Los Angeles, nel 1955. Inaugurato in diretta televisiva, il suo straordinario successo non si fermò neanche con la scomparsa del suo stesso ideatore, finendo per arrivare in molte grandi città del mondo dove continua ad attrarre milioni di famiglie.

L'ulitmo capolavoro: Mary Poppins. Tra le molteplici creazioni della sua carriera, Disney lasciò un segno indelebile anche nel cinema con il film Mary Poppins uscito nel 1964, due anni prima della sua scomparsa. In una miscela impeccabile di riprese dal vivo e animazione, Disney dipinse il grande ritratto dell'eterno trionfo della speranza sul cinismo, della gioventù sulla vecchiaia, della vita sulla morte. Come osserva il biografo Marc Eliot: «è il suo grande monumento all'immortalità».  

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Questo articolo è tratto da "L'uomo dei sogni", di Gian Domenico Iachini, pubblicato su Focus Storia 162 (aprile 2020). Leggi anche l'ultimo numero di Focus Storia.   

5 dicembre 2021
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