Storia

Il veleno, l'arma del delitto perfetto

Il veleno garantiva discrezione e rendeva difficile risalire al mandante. Nell'antica Roma tolse di mezzo più di un personaggio scomodo, nell'Italia del Rinascimento fece stragi... e ancora oggi non è proprio tramontato.

Per secoli il delitto perfetto si è servito del veleno, ma ancora ai giorni nostri c'è chi cerca di eliminare in questo modo gente scomoda senza sporcarsi le mani. Arsenico, cicuta, belladonna hanno tolto di mezzo molti personaggi scomodi, lasciando ai vivi poche prove su cui indagare. Il veleno, infatti, rendeva difficile risalire alla mano assassina. Inoltre, a piccole dosi, molte sostanze causano una debilitazione che, almeno fino al secolo scorso, era interpretabile come malattia.

«Il veleno è stata l'arma di chi agisce nell'ombra e vuole nascondere la propria responsabilità», sostiene lo storico francese Georges Minois, autore del saggio Il pugnale e il veleno - L'assassinio politico in Europa (Utet). Di conseguenza, mentre «Chi uccide con il pugnale o con la spada lo fa pubblicamente, assumendosene la responsabilità e rivendicando i motivi dell'atto violento, nella storia l'avvelenamento è considerato un mezzo poco nobile, utilizzato da chi agisce per motivi abietti, in nome di una causa ingiustificabile».

COMPLICE LETALE. Per i Romani i venefici erano una faccenda da codardi o, nella logica misogina dell'epoca, da donne. Una legge risalente all'imperatore Antonino Pio (II secolo d.C.) enunciava chiaramente che "Plus est hominem extinguere veneno, quam occidere gladio" ("È più grave uccidere un uomo con il veleno che con la spada"). Eppure nelle insidiose corti imperiali i veleni giravano, eccome. Solo che era difficile distinguere gli avvelenamenti dai decessi provocati da qualche morbo o da medicinali successivamente rivelatisi tossici. Col beneficio del dubbio, quindi, vanno considerati la morte dell'imperatore Augusto, che secondo lo storico Tacito sarebbe stato avvelenato dalla moglie Livia; quella dell'imperatore Claudio, presunta vittima della consorte Agrippina; o quella di Germanico, probabilmente fatto assassinare dal governatore di Siria Pisone, uomo di fiducia dell'imperatore Tiberio.

Meno dubbi sulla fine di Britannico, ucciso con una zuppa letale offertagli dal fratellastro Nerone, che per i suoi delitti si serviva addirittura di un'avvelenatrice professionista, la gallica Locusta. E sempre da Nerone arrivò l'"invito" a Seneca, filosofo e suo ex precettore, a suicidarsi: il malcapitato non ebbe alternativa che trangugiare una bella dose di cicuta e poi tagliarsi le vene. Del resto anche Socrate era passato a miglior vita attraverso la cicuta: era la versione edulcorata della pena capitale che i Greci riservavano a personaggi degni di rispetto.

Il filosofo greco Socrate in procinto di bere la cicuta in un quadro di Jacques Louis David (
Il filosofo greco Socrate in procinto di bere la cicuta in un quadro di Jacques-Louis David ("La morte di Socrate", 1787). Socrate era stato condannato a morte dai cittadini ateniesi. © Shutterstock

CORTI ASSASSINE. Durante il Medioevo gli avvelenamenti si ridussero perché, spiega Minois, «i potenti avevano altri mezzi per sopprimere gli avversari, a cominciare dalla guerra privata.

Ma subito dopo, con la nascita e il rafforzamento degli Stati nazionali, nei quali inizia a delinearsi lo Stato di diritto, il potente che voleva sbarazzarsi di un nemico non poteva che utilizzare mezzi illegali, come il veleno, lo strumento che lascia meno tracce e rende più difficile l'identificazione del colpevole». A partire dal XV secolo, dunque, l'avvelenamento diventò una pratica diffusa nelle corti europee e italiane in particolare: a Firenze, per esempio, nel 1548, il duca Cosimo I de' Medici ideò un complotto per avvelenare Piero Strozzi, capo militare di una fazione avversa, chiedendo "qualcosa che potesse avvelenare la sua acqua o vino, con le istruzioni su come mescolarlo".

A Venezia, il Consiglio dei Dieci, uno dei principali organi di governo della Repubblica dal 1310 al 1797, ordinò assassini con "mezzi segreti, attenti e abili", un chiaro riferimento al veleno. Lo storico Matthew Lubin della Duke University ha fatto un po' di conti: sono stati ben 34 i casi di avvelenamento politico sponsorizzato dall'intelligence veneziana tra il 1431 e il 1767. Non che a Milano si andasse leggeri: di omicidio in omicidio, nell'arco di un secolo la città vide avvicendarsi al comando della Signoria (diventata Ducato nel 1395) diversi zii, nipoti e figli. Matteo II Visconti (1319-1355) morì come suo padre Stefano: avvelenato. 

E poi c'è la spregiudicata famiglia dei Borgia, col papa Alessandro VI in testa, che conquistò e conservò il potere anche attraverso l'omicidio. Fra pugnalate e strangolamenti, che non risparmiarono i loro stessi familiari (Giovanni fu fatto assassinare dal fratello Cesare), ricorsero ancora più volentieri al più discreto veleno. Leggenda vuole che avessero una predilezione per la cantarella, una pozione ottenuta facendo evaporare urina in un contenitore di rame e mescolando i sali così ottenuti con arsenico. In questo modo nel 1503 fu tolto di mezzo il cardinale Giovanni Michieli, i cui beni facevano gola al solito Cesare.

L'avvelenamento di Bona Sforza (1494-1557). Alla morte della regina consorte di Polonia si diffuse la diceria che fosse stata uccisa dal suo segretario per conto del re di Spagna.
L'avvelenamento di Bona Sforza (1494-1557). Alla morte della regina consorte di Polonia si diffuse la diceria che fosse stata uccisa dal suo segretario per conto del re di Spagna. © WikiMedia, P.D.

EFFETTI COLLATERALI. Il veleno poteva colpire anche indirettamente, come effetto collaterale di terapie mal dosate: arsenico, mercurio, digitale sono alcune delle sostanze con proprietà terapeutiche che venivano usate come medicine. Fra le tante vittime eccellenti, una cura finita male fu quella che uccise Enrico VII di Lussemburgo, imperatore del Sacro romano impero che l'8 agosto 1313 marciò a sud di Pisa con il suo imponente esercito. Sedici giorni più tardi il sovrano, accolto con speranza da Dante che nella sua figura vedeva la fine della contesa tra guelfi e ghibellini, era morto: avvelenato col suo vino della comunione, si diceva.

I ricercatori dell'Università di Pisa che nel 2013 hanno analizzato il corpo del sovrano hanno trovato nelle sue ossa una quantità tale di arsenico che solo mesi di assunzione avrebbero potuto provocare. L'ipotesi è che, anziché dal vino, il sovrano sia stato ucciso da un farmaco, a base di arsenico e mercurio, usato contro le lesioni cutanee da antrace (una malattia trasmessa da capre e cavalli). Il rimedio funzionò fin troppo bene, uccidendo tanto i batteri, quanto il corpo ospitante. Ancora in dubbio se si sia trattato di omicidio o errore la morte del condottiero Cangrande della Scala, che nel 1329 passò a miglior vita a causa della digitale, sostanza benefica per il cuore ma mortale in caso di sovradosaggio.

AMORE LETALE. Nelle corti europee si affermarono nel Cinquecento le figure degli alchimisti, eruditi a caccia della "pietra filosofale" e grandi esperti, fra le altre cose, di veleni. Fu anche a causa loro, e del pericolo che rappresentavano, che in Europa si scatenò una vera e propria psicosi, tanto che tra i personaggi più altolocati si diffuse l'usanza dell'assaggiatore di corte (anche se i praegustatores esistevano già presso gli imperatori romani).

Alcuni sovrani furono particolarmente sospettosi: il francese Luigi XI passò gli anni prima della morte, avvenuta nel 1483, in isolamento nel castello di Plessis-les-Tours, mangiando solo uova sode. Per uccidere il diffidente Ladislao I di Napoli, detto il Magnanimo, che faceva assaggiare tutto quello che ingeriva, secondo le voci fu infettata l'unica cosa che non avrebbe mai fatto testare. Per quanto gli storici riconducano la sua morte a un'infezione forse alla prostata, leggenda vuole che il re morisse nel 1414, a 38 anni, dopo un incontro con una sua amante di Perugia: sugli organi genitali della donna era stata spalmata una sostanza letale.

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Questo articolo è tratto da "L'arma invisibile" di Elisa Venco, pubblicato su Focus Storia 158 (dicembre 2019), disponibile in formato digitale. Leggi anche il nuovo numero di Focus Storia in edicola.

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