Usa: democratici, repubblicani o partito unico?

Stati Uniti, elezioni presidenziali: 100 anni e 15 presidenti per raccontare i precedenti della grande sfida del 6 novembre 2012, tra Obama e Romney.

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Il 6 novembre 2012 si vota per eleggere il Presidente degli Stati Uniti d'America. In lizza ci sono l'attuale inquilino della Casa Bianca, Barack Obama e il governatore del Michigan, Mitt Romney. Democratico il primo, repubblicano il secondo, in una sfida che si replica dalla prima metà del 1800, quando il partito demo-repubblicano fondato da Thomas Jefferson (3° presidente, dal 1801 al 1809) si divise in due fazioni. Da allora, e salvo qualche parentesi, i candidati alle presidenziali sono appartenuti all'uno o all'altro schieramento.
 
Queste elezioni, amplificate dall'incertezza del risultato, dalle gaffe, dalla crisi economica e dall'uragano Sandy, saranno ricordate anche per il ruolo dei social network, Twitter in testa - come vi raccontiamo in L'ombra delle bombe Twitter - e sembrano appassionare l'Europa più dell'America per le ricadute che potrebbero avere per il Vecchio Continente le scelte in materia di politica economica dei due candidati.
 
In attesa di sapere chi siederà allo Studio Ovale della Casa Bianca per i prossimi quattro anni, abbiamo ricostruito in questa gallery gli ultimi 100 anni di presidenziali americane, con una serie di curiosità che vanno dai grandi temi trattati nelle campagne elettorali alla percentuale dei voti agli slogan di maggiore successo.

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Nel 1912, esattamente un secolo fa, le elezioni presidenziali americane furono una corsa a tre: il democratico Woodrow Wilson (foto) contro il repubblicano Taft e Theodore Roosevelt (da non confondere con Franklin Delano Roosevelt, che diventerà presidente 20 anni dopo) del partito progressista. I progressisti nascevano da una costola del partito repubblicano, ma si presentavano agli elettori con un programma elettorale di ultra-sinistra. Theodore Roosevelt proponeva, tra l'altro, di dare il voto alle donne, di tassare le eredità e di ridurre l'orario di lavoro a non più di 8 ore al giorno. Nella sua campagna elettorale attaccò spesso le corporazioni industriali. Prese il 27,5% dei voti, contro il 42% di Wilson, che vinse diventando il 28esimo presidente degli Stati Uniti d'America e fu poi rieletto alle successive presidenziali.

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Nel 1920 le donne votarono per la prima volta. E fu la anche la prima volta che gli americani conobbero il risultato delle elezioni attraverso la radio. Vinse il candidato repubblicano Warren Harding che però morì un anno prima di portare a termine il mandato. Il suo posto fu preso dal vicepresidente Calvin Coolidge che vinse le presidenziali anche nel 1924, in un'America sospesa tra scioperi e boom della borsa. Nella foto: Coolidge durante la cerimonia in cui fu nominato "Grande Capo Aquila" dal popolo dei Sioux, nel 1927.

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Nel 1928 gli Stati Uniti d'America vivevano una fase di euforia finanziaria che contribuì alla vittoria del repubblicano Herbert Hoover, il quale è passato alla storia per essere stato uno dei primi presidenti ad aver usato uno slogan elettorale d'effetto: un pollo in ogni pentola e un'auto in ogni box! Hoover non aveva però fatto i conti con la grande crisi finanziaria del 1929 che avrebbe messo l'America in ginocchio. Da lui hanno preso il nome i campi organizzati nelle periferie delle grandi città per ospitare le migliaia di disoccupati e senzatetto della grande depressione: le Hoover city.

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Nel 1932, in piena Grande Depressione, gli Stati Uniti votarono in massa contro Herbert Hoover, a cui attribuirono le responsabilità politiche della crisi del '29. Ed elessero il candidato democratico Franklin Delano Roosevelt con il 61% dei voti popolari e il 98,5% dei voti elettorali così da vincere in tutti gli Stati tranne due. La sua proposta elettorale era il New Deal, un piano di riforme economiche e sociali per aiutare l'America a uscire dalla crisi. Egli inoltre ebbe il sostegno del movimento anti-proibizionista che chiedeva di legalizzare la vendita dell'alcool negli Stati Uniti, dopo anni di mercato nero. Roosevelt passerà alla storia come il più longevo presidente degli Usa, con ben quattro mandati presidenziali (oggi la legge ne prevede non più di due), sebbene morì pochi mesi dopo aver conquistato il suo quarto mandato nel 1945, lasciando l'incarico al suo vice, Harry Truman. Nella foto, da sinistra: Stalin (segretario generale del partito comunista dell'Urss dal 1924 al '53), Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill (primo ministro della Gran Bretagna dal 1940 al '45 e dal 1951 al '55) alla conferenza di Teheran, nel 1943.

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A vincere le elezioni del 1948 è il vice di Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, nonostante i pronostici dessero per vincitore il suo rivale, Dewey: addirittura, il Chicago Tribune uscì col titolo errato che dava per eletto il candidato repubblicano (foto). Truman passerà alla storia come il presidente della bomba atomica: fu infatti lui ad autorizzarne il lancio su Hiroshima e Nagasaki. Gli storici lo ricorderanno anche per la dottrina Truman, secondo la quale gli Usa dovevano farsi carico della lotta al comunismo in qualsiasi parte del mondo, anche a costo di intromettersi nelle vicende politiche di altre nazioni.

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Dopo vent'anni ininterrotti di presidenti democratici, la Casa Bianca, in piena guerra fredda, tornò nelle mani di un repubblicano: Dwight Eisenhower, già comandante in capo delle forze armate americane in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Ike, questo il suo soprannome, condusse la campagna elettorale sulla paura del pericolo rosso, ovvero l'avanzata del comunismo negli Usa e in America Latina. Una strategia che si rivelò vincente anche nel 1956, il primo anno in cui gli americani poterono vedere i candidati in tv. Eisenhower sarà l'unico presidente americano a passare alla storia per il commiato dalla Casa Bianca nel 1961. Un intero discorso presidenziale contro quello che lui, ex militare, definì il complesso militare industriale: la grande industria bellica colpevole a suo dire di spingere il Paese in guerra per il solo scopo di tenersi in vita e fare affari.

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Alle elezioni del 1960 tutto sembrava favorire il vicepresidente di Eisenhower, Richard Nixon. Finché non apparve sulla scena il democratico John Fitzgerald Kennedy, rampollo di una delle famiglie più ricche del Paese, cattolico e anti razzista. Fu la prima volta nella storia degli Stati Uniti che due candidati alle presidenziali si sfidarono davanti alle telecamere in un dibattito tv. E si dice che sia stato proprio questo a far vincere Kennedy, che appariva rilassato e di bell'aspetto, contro il poco telegenico Nixon. Quella di Kenendy sarà una vittoria storica ma non schiacciante: prenderà solo lo 0,1% dei voti popolari in più del suo avversario, e il 56,5% del voto elettorale. Secondo alcuni storici, Kennedy beneficiò anche del fatto che alle presidenziali di quell'anno partecipava anche un terzo concorrente: l'indipendente Byrd che vinse in tre stati e prese lo 0,7% dei voti.

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Alla morte di JKF nell'attentato di Dallas del 1963, alla Casa Bianca subentro il vicepresidente, Lyndon Johnson, che completò il mandato e vinse poi le elezioni del 1964 con il 61% dei voti popolari e il 90,5% del voto elettorale, guadagnando 44 stati su 50. In campagna elettorale, dove Johnson era contrapposto al repubblicano Barry Goldwater, si parlò soprattutto di diritti civili dei neri (nella foto: 1965, Johnson e Martin Luther King), di armi nucleari e della guerra del Vietnam, iniziata da Kennedy. Sarà proprio questa a segnare negativamente la presidenza di Johnson, fino a mettere in secondo piano i risultati positivi conseguiti, come l'introduzione di un sistema sanitario pubblico gratuito per anziani e meno abbienti e molti passi in avanti nella lotta alle discriminazioni.

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Alle elezioni del 1968, Lyndon Johnson, contestato per la disastrosa gestione della guerra in Vietnam, decise di non ricandidarsi. Ai democratici non rimase che puntare sul suo vice, Hubert Humprey, che si troverà contro il redivivio Richard Nixon, il quale vincerà le elezioni per un pugno di voti. Al voto popolare la distanza tra lui e Humprey infatti sarà solo dello 0,6%. Ma Nixon prenderà il 56% dei voti elettorali, anche grazie all'intervento di Wallace, terzo incomodo nella competizione presidenziale, che vincendo in 5 stati farà pendere il piatto della bilancia per i repubblicani. Nixon avrà invece la sua grande vittoria politica nel 1972, vincendo in 49 stati su 51 col 60% dei voti popolari e il 96,6% del voto elettorale. Ma due anni dopo, costretto alle dimissioni dallo scandalo Watergate, dovrà lasciare la presidenza al suo vice, Gerald Ford. Nella foto: 1970, Elvis alla Casa Bianca.

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Nel 1976 i democratici riconquistarono la Casa Bianca con Jimmy Carter, che sfidò il presidente uscente Gerald Ford, al quale gli americani rimproveravano di aver concesso il perdono presidenziale a Nixon, in seguito al Watergate. La presidenza di Carter sarà contraddistinta da una politica estera più attenta ai diritti civili e critica verso le dittature sudamericane di Cile e Argentina (che invece avevano goduto dell'appoggio dell'amministrazione Nixon, in chiave anti comunista). Contro di lui però giocheranno la crescita della disoccupazione e dell'inflazione e il rapimento di 53 addetti dell'ambasciata Usa in Iran (novembre 1979) da parte di un gruppo di 500 studenti fedeli al nuovo regime degli Ayatollah: la vicenda si concluse con la liberazione degli ultimi ostaggi nel gennaio del 1981, oltre un anno dopo, sotto la presidenza Reagan. Molti americani rimproverarono inoltre a Carter le idee anti proibizioniste che, negli anni del suo governo, portarono diversi Stati a depenalizzare il consumo di marjuana. Nella foto: 21 giugno 1980, Jimmy Carter è ricevuto in Vaticano da Giovanni Paolo II.

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Nel 1980, contro Jimmy Carter, messo alla prova da una crisi economica, i repubblicani schierarono il loro "Kennedy", ovvero Ronald Reagan, popolare attore degli anni '60 e stimato governatore della California. Reagan si proporrà agli elettori con un programma di economia di stampo liberista. E vincerà contro Carter conquistando il 90,9% del voto elettorale e il 50,7% dei voti popolari. A tenere banco durante la campagna elettorale sarà la questione degli ostaggi in Iran che curiosamente furono liberati poche ore dopo l'elezione di Reagan. Secondo il New York Times e il Newsweek questo accadde perché alcuni membri del team di Reagan avevano trattato segretamente con gli ayatollah perché non liberassero i prigionieri fino alla chiusura delle urne. Nell'84 Reagan, popolarissimo, aumenterà il suo consenso elettorale, vincendo di nuovo le elezioni con il 97,6% dei voti elettorali e il 58,8% dei voti popolari. Quella competizione passerà alla storia per essere la prima con un candidato donna alla vicepresidenza: l'italo-americana Geraldine Ferraro (la famiglia era originaria di Marcianise, in provincia di Caserta), proposta come vice dello sfidante democratico di Reagan, Walter Mondale. Nella foto: ottobre 1986, Ronald Reagan al suo secondo mandato incontra a Reykjavík Mikhail Gorbaciov, l'ultimo segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, per discutere la riduzione degli arsenali nucleari in Europa.

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Con il 53,4% dei voti popolari e il 79,2% del voto elettorale, George Bush Senior, vice di Ronald Reagan ed ex capo della CIA, vinse le presidenziali contro il democratico Michael Dukakis (foto). Il tema forte della campagna elettorale erano le tasse. Gli strateghi di Bush gli fecero dire «Leggete le mie labbra, nessuna nuova tassa». Uno slogan vincente. Ma si parlerà anche di pena di morte in Texas (lo Stato di Bush) e di aborto.

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Dopo 12 anni di presidenza repubblicana, i democratici tentarono la riconquista della Casa Bianca con Bill Clinton, governatore dell'Arkansas, che sconfisse il presidente uscente Bush rinfacciandogli di non aver mantenuto la promessa elettorale di non alzare le tasse. Si parlò anche della prima guerra del Golfo. A dare filo da torcere a Clinton e Bush c'era anche un terzo candidato: il miliardario populista Ross Perot che prese il 18,8% del voto popolare con una campagna elettorale basata sull'anti-politica. Clinton vinse con il 42,9% dei voti popolari e col 68,8% del voto elettorale, e bisserà il successo nel 1996 contro il repubblicano Dole.

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In quella destinata a essere ricordata come la più controversa elezione della storia americana, si sfidarono il vicepresidente di Bill Clinton, Al Gore (che nel 2007 vincerà il premio Nobel per la pace) e George W Bush, governatore del Texas e figlio dell'ex presidente Bush. Gore prese il 48,8% dei voti popolari contro il 47,9% di Bush. Ma il voto elettorale, dopo una serie di riconteggi e un ricorso alla Corte Suprema, premiò invece Bush con 271 collegi a 266. In realtà la distanza tra i due candidati era di soli 500 voti in Florida, stato governato da Jed Bush, fratello di George W Bush (nella foto: Bush e Al Gore, a destra). A complicare ancora di più le cose per i democratici sarà il candidato ambientalista e di sinistra Ralph Nader che guadagnerà il 2,7% dei voti popolari proprio negli Stati chiave per la vittoria elettorale. George W Bush porterà a casa anche un secondo mandato presidenziale, nel 2004, vincendo con il 53,2% dei voti elettorali contro il democratico John Kerry. Temi di quella campagna elettorale: la sicurezza dopo l'11 settembre, le guerre in Afghanistan e in Iraq, ma anche istanze religiose come l'aborto e la laicità dell'insegnamento.

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Il 2008 è l'anno di Barack Obama, primo candidato nero alla presidenza degli Stati Uniti d'America che vincerà col 52,9% del voto popolare e il 67,8% del voto elettorale. La campagna elettorale, che lo vide contrapposto al candidato repubblicano John McCain, si tenne a ridosso dei giorni in cui gli Stati Uniti erano alle prese con la crisi finanziaria. I repubblicani proposero come vice di McCain la governatrice dell'Alaska, Sarah Palin. Fu la prima campagna elettorale in cui si usarono i social network, utili a Obama per la raccolta dei fondi. Internet fece anche da cassa di risonanza per il popolare slogan del presidente, Yes we Can.

Il 6 novembre 2012 si vota per eleggere il Presidente degli Stati Uniti d'America. In lizza ci sono l'attuale inquilino della Casa Bianca, Barack Obama e il governatore del Michigan, Mitt Romney. Democratico il primo, repubblicano il secondo, in una sfida che si replica dalla prima metà del 1800, quando il partito demo-repubblicano fondato da Thomas Jefferson (3° presidente, dal 1801 al 1809) si divise in due fazioni. Da allora, e salvo qualche parentesi, i candidati alle presidenziali sono appartenuti all'uno o all'altro schieramento.
 
Queste elezioni, amplificate dall'incertezza del risultato, dalle gaffe, dalla crisi economica e dall'uragano Sandy, saranno ricordate anche per il ruolo dei social network, Twitter in testa - come vi raccontiamo in L'ombra delle bombe Twitter - e sembrano appassionare l'Europa più dell'America per le ricadute che potrebbero avere per il Vecchio Continente le scelte in materia di politica economica dei due candidati.
 
In attesa di sapere chi siederà allo Studio Ovale della Casa Bianca per i prossimi quattro anni, abbiamo ricostruito in questa gallery gli ultimi 100 anni di presidenziali americane, con una serie di curiosità che vanno dai grandi temi trattati nelle campagne elettorali alla percentuale dei voti agli slogan di maggiore successo.