Una sola mente dietro all'Uomo di Piltdown

Moderne analisi scientifiche sui (falsi) reperti dimostrano che la frode fu architettata dal solo Charles Dawson, archeologo britannico in cerca di rivalsa e affermazione.

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I falsi fossili dell'Uomo di Piltdown (che aveva anche un nome scientifico: Eoanthropus dawsoni) esposti al Natural History Museum. | CAMERA PRESS/GM/contrasto

Una truffa ben architettata, ma da una mente soltanto. È il verdetto raggiunto, a oltre 100 anni di distanza, sulla frode dell'Uomo di Piltdown, uno dei falsi scientifici più tristemente famosi nella storia della paleoantropologia.

 

L'antenato che non c'era. Il ritrovamento a Piltdown (un villaggio del Sussex) di presunti resti di un ominide dal grande cranio e dalla mandibola simile a quella di una scimmia, tra il 1912 e il 1914, venne venduto come la scoperta dell'"anello mancante" nella storia dell'evoluzione umana.

 

Peccato che il fossile fosse stato montato ad arte dai resti di un uomo e di un orgango, un fatto che fu dimostrato con certezza soltanto nel 1953, dopo 40 anni di ricerche "viziate".

 

Un solo colpevole. Ora una ricerca multidisciplinare di un team di scienziati di Liverpool, Londra, Cambridge e Canterbury, che sfrutta le più moderne tecniche di analisi dei reperti, identifica nell'archeologo e antiquario britannico Charles Dawson l'unico responsabile della frode. Fu Dawson, insieme al paleontologo del Natural History Museum Arthur Smith Woodward, ad annunciare il ritrovamento del fossile di ominide, a 5 anni dalla scoperta, in Germania, dei resti (reali) di Homo heidelbergensis.

 

Charles Dawson (1864-1916, sulla sinistra) e Arthur Smith Woodward (1864-1944, a destra), durante gli scavi a Piltdown, Regno Unito. | Science Photo Library/Contrasto

Nessun complice. In base al nuovo studio, il falsario avrebbe agito da solo, tenendo all'oscuro il collega, per una solta di rivalsa rispetto agli scienziati tedeschi, e in cerca di affermazione presso la Royal Society britannica (nella quale non fu mai ammesso).

 

La parte animale. Le analisi del DNA e la tomografia computerizzata della mandibola e del molare "rinvenuti" a Piltdown confermano che i resti provengono da un orango simile a quelli che oggi popolano il Borneo. Dawson se lo procurò forse in un negozio di oggetti rari, e mise il molare nel primo sito e un altro dente dello stesso esemplare, un canino, in un presunto "secondo sito".

 

Appesantite ad arte. Delle ossa umane non è stato possibile stabilire l'età, ma il team ha notato che sono ricoperte di una patina di gesso simile a uno stucco da dentista, dipinta, macchiata e usata sia per colmare le crepe, sia per sigillare le loro cavità, a loro volta riempite con sassolini. Il procedimento doveva forse rendere le ossa più pesanti (i fossili pesano di più delle ossa giovani).

 

Il metodo usato per l'assemblaggio, ripetuto su tutti i reperti e sempre con la stessa tecnica, fa pensare a una sola mano: quella di Dawson, di cui Woodward fu probabilmente soltanto l'involontaria pedina.

 

Il valore dei fatti. La vicenda induce riflettere, dicono gli autori dello studio, sulla necessità di analizzare i reperti reali, e non quelli che vorremmo aver trovato. La frode di Dawson ebbe successo perché il falsario mostrò alla comunità scientifica ciò che essa avrebbe voluto vedere: l'anello mancante, metà uomo, metà scimmia.

 

13 agosto 2016 | Elisabetta Intini