L'ultima missione del sottomarino H.L. Hunley

Risolto il mistero del primo sottomarino della Storia ad avere successo in un'azione militare, e poi affondare: era il 1864, durante la Guerra civile americana.

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Il sottomarino H.L. Hunley in un dipinto del 1863.|WikiMedia

Il 17 febbraio 1864, durante le ultime fasi della Guerra di secessione americana, il battello sottomarino della Marina degli Stati Confederati d'America CSS H.L. Hunley (dal nome del suo progettista, Horace Lawson Hunley) passò alla storia per avere affondato una nave dell'Unione.

 

Era una "prima volta" nella storia della marineria: era il primo natante sommergibile a funzionare per davvero (che non cercasse cioè di uccidere subito il suo equipaggio), lungo una dozzina di metri, azionato grazie a un albero a gomiti a forza di braccia dall'equipaggio (in pratica, "pedalavano" con le braccia), dotato, fuori dalla prua, di una "prolunga" di 5-6 metri all'estremità della quale era fissata una carica esplosiva a contatto.

 

sottomarini, H.L. Hunley, guerra di secessione
Viste in sezione del sottomarino in un disegno del 1863 di William Alexander, generale dell'esercito continentale americano durante la Guerra di indipendenza. | WikiMedia

La USS Housatonic dell'Unione fu affondata, ma il sottomarino non riemerse mai e fino alla Prima guerra mondiale restò l'unico sottomarino ad avere avuto successo in un'azione militare.

 

La sua carcassa fu rinvenuta nel 1995 al largo del porto di Charleston, nella Carolina del Sud, e nel 2000 fu recuperata, con ancora a bordo gli scheletri degli 8 uomini dell'equipaggio, ancora ai posti di manovra.

 

Finiva così un mistero che aveva resistito oltre 150 anni e alimentato leggende e ipotesi fantasiose finite anche in molti romanzi.

 

 

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L'analisi ai raggi X del sottomarino ha mostrato la posizione degli uomini dell'equipaggio, ancora nelle proprie postazioni. | Friends of the Hunley

 

Adesso uno studio pubblicato su PLos One chiarisce che l'equipaggio non morì per mancanza d'aria o per qualche altro problema tecnico che impedì al natante di riemergere, come talvolta suggerito, ma per l'onda d'urto causata dalla sua stessa carica, all'impatto con lo scafo della Housatonic.

 

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La USS Housatonic. La missione dell'H.L. Hunley era di forzare o indebolire il blocco navale imposto dell'Unione. La Housatonic stazionava davanti al porto di Charleston. | WikiMedia

Ferite invisibili. L'esplosione di per sé causò un danno minimo al sottomarino, ma l'onda d'urto danneggiò irrimediabilmente i tessuti molli degli uomini dell'equipaggio, soprattutto polmoni e cervello. Parti che si degradano rapidamente, ed ecco perché, dal ritrovamento, non era ancora stato possibile identificare la causa di morte.

 

Uno degli autori dello studio, Rachel Lance, ingegnere biomeccanico alla Duke University, ha lavorato tre anni per ricreare le condizioni della missione, riproducendo in scala 1:6 il sottomarino, che era lungo 12 metri. Grazie a una serie di sensori disposti fuori e dentro il modello dello scafo, ha poi misurato l'effetto di diverse cariche esplosive simili a quella che equipaggiava l'H.L. Hunley.

 

sperone letale. L'arma dell'H.L. Hunley non era un siluro, ma un barilotto di rame riempito con 61 kg di polvere da sparo. Il cilindro esplosivo, montato all'estremità della prolunga fuori dallo scafo, esplodeva a contatto: bisognava speronare l'obiettivo sotto il pelo dell'acqua.

 

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L'H.L. Hunley con lo sperone armato. | Michael Crisafulli

Morte immediata. Così avvenne: la Housatonic affondò nel giro di 5 minuti, con 5 dei suoi uomini (altri si salvarono). Ma l'equipaggio del sottomarino rimase probabilmente ucciso ancora prima di aver realizzato l'avvenuto successo. Nessuno dei marinai, infatti, è stato trovato "fuori posto" e non ci sono, nel relitto, elementi che facciano pensare a un tentativo di rilascio dei pesi di zavorra della chiglia, manovra che avrebbe permesso almeno un tentativo di evacuazione.

 

L'onda d'urto dell'esplosione avrebbe colpito i marinai a una velocità di 30 metri al secondo: freddi calcoli mostrano che a quel punto le loro possibilità di sopravvivenza erano del 16%, troppo poco, come dimostrano i fatti.

 

25 Agosto 2017 | Elisabetta Intini