Tombe riciclate per gli antichi Egizi

Il legname era scarso e molto richiesto: così, per gli ultimi onori al defunto, ci si affidava spesso a bare "rattoppate" con pezzi di sarcofagi più antichi. Ma chi ne era a conoscenza?

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Il sarcofago del capo scriba Nespawershefyt, che incorpora parti di una bara più antica.|Andrew Norman/The Fitzwilliam Museum, Image Li

L'eterno riposo non doveva durare molto, nella terra dei faraoni. Almeno è quanto sostiene una sorprendente ricerca archeologica sui reperti funerari egizi del Fitzwilliam Museum di Cambridge, che aprirà al pubblico il 23 febbraio. Alcuni sarcofagi apparentemente nuovi e ben decorati erano in realtà ricavati assemblando pezzi di tombe precedenti, in molti casi "freschi" di appena poche generazioni.

 

Quanto era diffusa questa pratica? I parenti dei defunti sapevano di aver scelto una tomba di "seconda mano"? I sarcofagi riciclati erano meno cari? Sono alcune delle domande che si sono fatti Helen Strudwick, egittologa e curatrice del museo, e i suoi colleghi.

derubati di tutto. Gli unici in grado di reperire i pezzi di bara erano i tombaroli. La maggior parte delle tombe egizie note è stata visitata da ladri di corredi funebri, ma finora si pensava che le loro mire si limitassero ai gioielli e al vasellame sepolti con il defunto. Evidentemente, anche il sepolcro stesso era motivo di interesse. Ma chi li pagava? Si trattava di una truffa o di una pratica consolidata?

 

Nessuno escluso. Non è facile dare una risposta univoca. Alcuni sarcofagi della collezione erano evidentemente oggetti acquistati già pronti, e poi personalizzati con il nome e gli attributi del defunto. Altri erano manufatti di grande valore commissionati direttamente dal destinatario quando ancora era in vita.

 

Ma neppure i nobili erano immuni dall'arte del riciclo: il sarcofago di un certo Nespawershefyt, scriba capo del tempio di Amun-Re a Tebe, è ricco di iscrizioni eseguite prima e dopo la morte, e persino di "aggiornamenti" circa i risultati raggiunti nella sua carriera. Eppure, le analisi ai raggi X e la TAC della bara mostrano che la bara include i pezzi di almeno un altro sarcofago più vecchio, con stracci di lino, argilla e paglia a colmare le crepe tra un frammento di legno e l'altro.

 

Un possibile colpevole. Un'altra tomba della collezione mostra una lunga frattura nel vano che doveva ospitare la mummia, con le due estremità del legno tenute unite da tendini animali. Un terzo sarcofago apparteneva a chi, se ancora potesse parlare, rivelerebbe forse il segreto della tratta di bare: un tale Pakepu, un portatore d'acqua vissuto a Tebe nel 700-650 a.C., con diversi contatti nell'industria funeraria. La sua tomba comprende 74 diversi pezzi di legno tenuti insieme da 143 tasselli.

 

Non si butta via niente. Il problema ricorrente doveva essere, in ogni caso, la mancanza di legname. Uno dei sarcofagi della collezione è fatto con le assi deformate e ricurve di un albero di fico; un altro ancora è in legno di cedro, un materiale pregiato importato direttamente dal Libano. Insomma quando si trattava di legno, ogni minuscolo pezzo contava. Anche se destinato ad altri.

 

22 Febbraio 2016 | Elisabetta Intini