Storia

Quando gli imperatori romani "giocavano" a fare il vino

In un'opulenta azienda vinicola di 1.800 anni fa, la nobiltà dell'antica Roma sperimentava le gioie (ma non la fatica) della produzione del vino.

Una lussuosa e poco pratica azienda vinicola fuori città forniva agli imperatori dell'antica Roma il palcoscenico perfetto per cimentarsi nell'arte della vendemmia e connettersi per qualche ora con il mondo rurale. I resti di questa speciale vineria, paragonabile a un moderno ranch per miliardari, sono stati scoperti in una recente campagna di scavi nel complesso della Villa dei Quintili, lungo la Via Appia Antica, e descritti sulla rivista di archeologia Antiquity.

Un vezzo da nobili. Il complesso di un migliaio di metri quadrati edificato attorno al 240 d.C. a 7 chilometri e mezzo da Roma è un incrocio tra un'azienda agricola specializzata nella produzione di vino e un teatro, che vedeva al centro della scena le élite nobiliari alle prese con il taglio dei grappoli e la pigiatura dell'uva. Un luogo dove sporcarsi le mani (e i piedi) per un giorno, nel tentativo di riconnettersi alla realtà agricola, che forniva agli imperatori e alle loro cerchie le risorse materiali per vivere.

Fontane di vino. Come ha spiegato Emlyn Dodd, archeologo della British School at Rome e primo autore dello studio, l'edificio era «decorato in modo stupefacente, con un livello di opulenza mai visto in antiche aziende di produzione». Tutto questo sfarzo non andava di pari passo con la praticità. La produzione di vino iniziava con la pigiatura su lisce piastrelle di marmo rosso che però, con i succhi fuoriusciti dall'uva, dovevano diventare molto scivolose: una scelta curiosa considerando che all'epoca, per questa funzione, si sceglievano di solito pavimenti in cocciopesto, un materiale ruvido e idrorepellente a base di tegole e mattoni frantumati e tenuti assieme dalla calce.

Due grandi presse completavano la spremitura, dopodiché il mosto veniva incanalato verso una facciata di circa un metro di altezza da dove ricadeva formando tre cascate, per poi finire in grandi tini di fermentazione su una superficie riccamente decorata.

Che inizi lo show! Tutto il complesso sembra progettato più per assistere allo spettacolo della produzione di vino che per sfruttare gli spazi in modo efficiente. Attorno alle fontane di mosto si trovavano, come in un teatro all'aperto, camere private dove forse era possibile cenare mentre si osservava il processo dall'inizio alla fine.

Uno di voi (o forse no?). «Nella religione dell'antica Roma è presente questo tentativo di connettersi con le gente comune: quello che vediamo è il modo in cui l'élite dà sfoggio di un legame con il mondo degli agricoltori», spiega Dodd.

In origine a inaugurare la stagione delle vendemmie era un sacerdote, ma nella Roma imperiale questo compito ricadeva sull'imperatore, che fungeva da leader politico e religioso. Tuttavia non dobbiamo pensare che il leader si sforzasse più di tanto: «Faceva mezz'ora di duro lavoro, un bagno, un altro sacrificio, poi un altro banchetto», ha raccontato l'archeologa Elizabeth Fentress a Science, «più una faccenda alla Maria Antonietta».

Imperatore-vinaio. L'unico altro esempio di azienda vinicola con questa funzione si trova a Villa Magna, a una cinquantina di chilometri di distanza, nei pressi di Anagni (sempre nel Lazio). Anche in questa struttura, antecedente a quella trovata a Villa dei Quintili, era presente un'area per pranzare con affaccio diretto sulle vasche di produzione.

Qui si era cimentato nei panni di vinaio il giovane imperatore Marco Aurelio, che descrive l'esperienza nelle Lettere a Frontone, suo maestro e amico. Tra il 140 e il 145 d.C., il principe 21enne prese parte a banchetti in cui ebbe occasione di vedere e ascoltare i vinai, oltre a raccogliere un simbolico grappolo d'uva e sacrificare un agnello a Giove. Si può pensare che questi stessi rituali si siano svolti in seguito, in modo molto teatrale, anche nella struttura di Villa dei Quintili, di poco successiva.

27 aprile 2023 Elisabetta Intini
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