Storia

La storia della verginità, i test per dimostrarla e i trucchi delle donne per aggirarla

Dall'esame della pipì alle lenzuola insanguinate la prima notte di nozze: tutte le prove alle quali le donne hanno dovuto sottoporsi nei secoli per dimostrare la loro verginità.

Nel 2018 l'Organizzazione mondiale della sanità e le Nazioni Unite hanno ufficialmente chiesto l'eliminazione dei test di verginità, in quanto violazione dei diritti umani e pratica dannosa per il benessere fisico, psicologico e sociale delle donne. Eppure tuttora, in alcune culture, la pratica di verificare la "purezza" di una ragazza resiste. Così come la credenza che dallo stato dell'imene si possa dedurre l'attività sessuale della donna, a dispetto del fatto che «"verginità" non sia un termine medico, né compaia nei grandi trattati di anatomia», ha spiegato sul British Medical Journal Eugenia Tognotti, docente di Storia della medicina e della sanità pubblica all'Università di Sassari.


Virgo, donna non sposata. Infatti la verginità, come specifica "condizione" femminile, è una mera costruzione culturale (senza cioè un vero riscontro anatomico), che prende origine dalla parola latina virgo, ovvero donna non sposata. Il motivo per cui dall'antichità a oggi questa presunta caratteristica si è affermata come un valore sociale, e quindi come una qualità che una donna doveva possedere, è legato alla necessità, per gli uomini, di avere garanzie sulla propria paternità.

la Verginità del corpo e quella spirituale. Nella mitologia greca erano vergini tre dee: Artemide, Atena ed Esti (poi divenute le romane Diana, Minerva e Vestia). E per i cristiani è vergine, anche dopo il matrimonio, Maria, la madre di Gesù e simbolicamente di tutti i credenti. Non era l'imene, però, a definire la verginità secondo gli antichi medici. Né Galeno né Aristotele lo menzionarono. Il medico greco Sorano sosteneva che il sangue prodottosi dopo un rapporto sessuale dipendeva da alcuni vasi sanguigni scoppiati. E per sant'Agostino (IV secolo) essere violentate non faceva perdere la verginità, purché si fosse resistito con tutto il cuore e l'anima. Questo perché, come scritto nel De civitate Dei, per il santo esistevano due tipi di verginità: una del corpo e una spirituale, basata sull'anima e decisamente più difficile da verificare.

Dalle dee alle vestali. Eppure aldilà delle definizioni nell'antichità si escogitarono molti sistemi per verificare la castità delle donne. Quanto scientifici lasciamo immaginare. Le più famose vergini del mondo antico erano le vestali di Roma, sacerdotesse consacrate alla dea del focolare e della famiglia, Vesta. Scelte ancora bambine, rimanevano in carica per trent'anni durante i quali avevano l'obbligo di curare la fiamma del tempio di Vesta e di rimanere caste.

Perciò la relazione sessuale tra una vestale e un uomo era una sorta di sacrilegio definito incestum, un termine che diventa comprensibile se si considera che le queste donne erano ritenute le "madri" di ogni cittadino romano. Come punizione, le vestali incestuose venivano sepolte vive nel cosiddetto Campus Sceleratus, a Roma, presso porta Collina, perché a una sacerdotessa non poteva comunque essere torto un capello.

Ma come si valutava la purezza di una vestale? Lo rivela lo storico Valerio Massimo (I secolo a.C.- I d.C.), narrando che alla vestale Tuccia, sospettata di non essere più pura, fu chiesto di dimostrare la sua castità con un miracolo: raccogliere l'acqua del Tevere con un setaccio. Il prodigio le riuscì e da allora il setaccio rimase per secoli un simbolo di verginità. Non a caso, in un famoso dipinto di Quentin Metsys il Giovane, Elisabetta I, detta la Regina Vergine (sul trono dal 1588 al 1632), ne tiene uno in mano: dimostrava la moralità e l'idoneità a regnare della sovrana. Allora infatti era impensabile che a 34 anni una donna non avesse avuto figli, come suo dovere, a meno che non fosse dissoluta. Perciò, facendosi ritrarre con il setaccio in mano, Elisabetta I fece del suo nubilato una virtù politica, presentandosi come una donna senza coniuge in quanto onorevolmente già sposata con il regno.

Test delle urine. Il setaccio non era che uno fra i tanti "test diagnostici", e nemmeno il più surreale. Lo scrittore romano Claudio Eliano (175-235 d.C.) descrisse un rituale che consisteva nel mandare le ragazze nel bosco con focacce d'orzo. Se le focacce lasciate vicino alla tana di un serpente sparivano, le fanciulle erano vergini; se il cibo rimaneva intatto non lo erano. Un'altra possibilità era l'esame della pipì: il testo del XIII secolo De Secreta Mulierum spiegava che l'urina delle vergini è "chiara e lucida, a volte bianca, a volte frizzante". Al contrario, la ragione per cui le donne corrotte hanno "urina fangosa" è a causa della rottura della pelle e dello "spermatozoo maschile che appare sul fondo". Il testo illustrava anche i segni esteriori della castità: "vergogna, modestia, paura, un'andatura e una parola impeccabili, l'uso di abbassare gli occhi davanti agli uomini e alle azioni degli uomini".

La svolta nei test di verginità si verificò nel secolo XVI, quando il fiammingo Andrea Vesalio, il padre dell'anatomia moderna, ebbe l'opportunità di dissezionare il corpo di due donne certamente pure: una era una suora e l'altra era deforme.

Come racconta Kate Lister in Sesso (Il Saggiatore) il medico notò un setto di tessuto membranoso attorno all'ingresso della vagina e si convinse di aver trovato in essa la prova fisica della loro verginità, come riportò nel 1543 nel trattato De humani corporis fabrica.

L'esame dell'imene. In seguito, Vesalio avrebbe precisato che "non tutte le vergini hanno l'imene", ma ormai era troppo tardi: la presunta scoperta rafforzava l'idea che fosse possibile distinguere una donna che non aveva mai avuto rapporti da una che li aveva avuti. Nonostante il parere di medici come il celebre chirurgo francese Ambroise Paré, che nel 1573 non solo negava che la verginità potesse essere dimostrata dall'esame dell'imene, ma addirittura che essa esistesse, da quel momento la mentalità patriarcale, spiega la scrittrice americana Jessica Valenti, autrice di libri sui diritti delle donne, posizionò la purezza di una donna «tra le sue gambe» e si iniziò a «idolatrare la verginità come sostituto della moralità delle donne». Rosso sangue.

Dopo Vesalio, comunque, addio all'analisi della pipì o dello sguardo: la prova decisiva di una donna perbene divennero le lenzuola insanguinate la prima notte di nozze, già citate nel Deuteronomio (il quinto libro della Bibbia) come contrassegno di verginità. Una "prova" presa molto sul serio in ogni classe sociale. Caterina d'Aragona, per esempio, conservò per anni le sue lenzuola macchiate di sangue nella prima notte di nozze con Enrico VIII e le presentò alla Corte durante la causa di annullamento intentata nel 1505 contro di lei dal marito, sfidandolo ad affermare di non averla trovata vergine. Per converso, dopo le nozze del 1745 con lo zar Pietro III, Caterina la Grande fu oggetto di pettegolezzi per non aver mai "sporcato" le lenzuola con il marito, disinteressato alla sua virtù. Nei suoi diari la sovrana scrive che i cortigiani le consigliarono di prendersi un amante, Sergei Saltykov, che fu probabilmente il padre dell'unico figlio maschio legittimo avuto dalla sovrana, il futuro Paolo I.

Stratagemmi femminili. In ogni caso, per quanto la perdita di sangue fosse ritenuta decisiva per la verginità di una donna, poteva sempre essere simulata. Stratagemmi appositi si trovano nel manoscritto Trotula, titolo di un breve testo sulla salute delle donne attribuito alla prima donna medico d'Europa, Trotula De Ruggiero o Trota di Salerno (XI secolo): "Il giorno prima del suo matrimonio, la donna si metta cautamente una sanguisuga sulle labbra vaginali, avendo cura che non si infiltri per errore; allora il sangue uscirà e si formerà una piccola crosta in quel punto.

Così nell'avere rapporti, a causa del flusso di sangue, la falsa vergine sedurrà l'uomo". Altri suggerimenti prevedevano di avere rapporti durante le mestruazioni, o di posizionare il cuore di un uccello o una vescica di maiale ricucita, nella cavità vaginale in modo che si rompessero al momento giusto. Altre fonti, come il libro del Seicento di Nicolas Venette L'amour conjugal (considerato il primo trattato di sessuologia) suggerivano preparati astringenti, che avrebbero ristretto la vagina per accrescere la difficoltà nella penetrazione e dare all'uomo l'impressione di essere il primo partner sessuale.

prostitute: Rifarsi una verginità. Non erano solo le future spose a voler simulare una purezza che non avevano più: anche le prostitute avevano interesse a sembrare illibate perché potevano chiedere tariffe più elevate. I due volumi di Nocturnal Revels (1779), un saggio sulle prostituzione (vista come male necessario) a Londra nel XVIII secolo, illustravano come nascondere in cassetti invisibili posti "in ciascuna testata del letto" un recipiente contenente una spugna impregnata di sangue. Al momento buono essa andava "posta tra le cosce per spremerne molto più liquido rosso di quanto avrebbe salvato l'onore di una ragazza".

la sella della bicicletta. Il maschilismo che induceva a stimare la purezza di una donna spinse in epoca vittoriana a far sospettare addirittura delle prime biciclette, la cui sella avrebbe danneggiato gli organi genitali delle donne, rendendole inadatte al matrimonio. Nel 1895, la St. Louis Medical Review non solo affermò che il ciclismo era "un'occupazione estremamente sgraziata e sconveniente per le giovani donne", ma dichiarò che poteva portare a "infiammazione ovarica, sanguinamento dal rene o dall'utero, aborto spontaneo". Nello stesso periodo un articolo dell'Iowa State Register avvertiva che il ciclismo "può sopprimere o rendere irregolari e terribilmente dolorose le mestruazioni, e forse gettare i semi per future malattie". Oggi si tende a leggere questi avvisi allarmanti come l'espressione dell'ansia maschile che una donna potesse provare piacere sessuale cavalcando un sellino. Ma questa è un'altra storia.

24 marzo 2024 Elisa Venco
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