Storia

Tutte le Olimpiadi della discordia

Anche le Olimpiadi Invernali di Pechino 2022 riflettono le tensioni politiche di questi tempi, ma non è una novità: tra risse, boicottaggi e attentati, le Olimpiadi sono sempre state un palcoscenico ideale anche per le proteste.

Altro che tregua olimpica! Stati Uniti, Australia, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Giappone (oltre a Taiwan, naturalmente) non invieranno rappresentanti ufficiali ai Giochi invernali di Pechino 2022. Gli Stati protestano contro le violazioni dei diritti umani in Cina, scelta che però non coinvolge gli atleti, che si recheranno invece a Pechino per competere. Non è certo la prima volta che i giochi olimpici vengono boicottati, ci sono moltissi episodi analoghi nella Storia. Eccone alcuni, tra risse, attentati, ma anche proteste pacifiche.

Origini tradite. Olimpiadi di Città del Messico, 17 ottobre 1968, premiazione dei 200 metri piani. Sul primo e sul terzo gradino del podio salgono due velocisti afroamericani: Tommie Smith e John Carlos. Mentre nell'aria risuona l'inno statunitense e sventola la bandiera a stelle e strisce, i due abbassano lo sguardo a terra e alzano al cielo un pugno chiuso, guantato di nero. È un omaggio al Black Power, il movimento per i diritti civili dei neri negli Usa, ma il gesto più forte, per la federazione degli aleti USA, è il rifiuto di guardare la bandiera: è un oltraggio che costerà ai due atleti l'espulsione dalla squadra americana. La loro immagine, però, fa il giro del mondo e diventa uno dei simboli dell'eterno intreccio tra sport e politica.

Sebbene la Carta Olimpica vieti ogni "dimostrazione o propaganda politica, religiosa o razziale", le Olimpiadi sono state spesso la cassa di risonanza di questioni extra-sportive: manifestazioni di protesta, episodi di terrorismo e boicottaggi ai Giochi sotto forma di assenze clamorose. Senza contare che le guerre del XX secolo hanno provocato la cancellazione di diverse edizioni. La prima Olimpiade sospesa per la guerra fu quella di Berlino 1916, la sesta dei Giochi olimpici moderni che avevano preso il via nel 1896 ad Atene. Il Paese ospitante, la Germania, era all'epoca nel pieno della Grande guerra che stava dilaniando l'Europa ed era quindi impossibile organizzare la manifestazione sportiva, così come avverrà poi durante la Seconda guerra mondiale, quando salteranno le edizioni di Tokyo 1940 e Londra 1944.

Tregua olimpica. E pensare che nell'antichità era la guerra a doversi fermare, non gli atleti. In Grecia, tra l'VIII e il IV secolo a.C., durante i Giochi che si tenevano a Olimpia, vigeva infatti una tregua che sospendeva ogni conflitto tra le città-Stato partecipanti. Era vietato mettere in pericolo atleti e spettatori diretti all'evento, costretti di volta in volta ad attraversare territori nemici. «Per comprendere il significato e l'importanza di tale tregua bisogna tenere in considerazione che i Giochi olimpici, celebrati in onore di Zeus, erano soprattutto un evento sacro», spiega Nicola Sbetti, autore del volume Giochi di potere. Olimpiadi e politica da Atene a Londra, 1896-2012 (Mondadori). «Era dunque necessario preservarli garantendo il silenzio delle armi. Va detto però che la tregua non coinvolgeva l'intero territorio greco, ma soltanto l'area geografica utile a garantire il regolare svolgimento della manifestazione». In ogni caso, due millenni più tardi, di questa tregua non rimarrà che il mito.

Rissa in vasca. Dopo le due guerre mondiali la politica tornò a inquinare la storia olimpica in occasione dei Giochi di Melbourne 1956. Prima del loro inizio, due eventi avevano scosso la geopolitica mondiale: Israele, con il sostegno di Francia e Inghilterra, aveva invaso l'Egitto, colpevole di aver nazionalizzato il Canale di Suez. L'Urss aveva fatto altrettanto con l'Ungheria, che aveva tentato di sfuggire all'orbita sovietica. «Gli egiziani scelsero a quel punto di non partecipare ai Giochi per protestare contro gli israeliani, così come fecero Libano e Iraq. In parallelo, per manifestare dissenso contro i sovietici, diedero forfait l'Olanda, la Spagna e la Svizzera», riprende Sbetti: «il Cio, il Comitato olimpico internazionale, criticò queste assenze ma non prese provvedimenti di alcun tipo. In questo modo, contribuì indirettamente a legittimare i boicottaggi che segnarono in seguito la storia olimpica».

A Melbourne le tensioni internazionali scoppiarono fin dentro le competizioni. La partita di pallanuoto tra Ungheria e Urss si trasformò in una battaglia fra occupanti sovietici e patrioti ungheresi. A un certo punto il capitano ungherese, Erwin Zador, per vendicare il suo Paese invaso dai carri armati dell'Urss sferrò un pugno a un giocatore russo. Questi rispose ferendolo al volto, il che scatenò la furia dei tifosi delle due squadre. L'incontro è passato alle cronache come il "bagno di sangue di Melbourne". In realtà non ci fu un vero spargimento di sangue (a parte le ferite dell'ungherese): la polizia intervenne subito per sedare la rissa e la partita si concluse con la vittoria dell'Ungheria.

Saluto nazista all’arrivo di Hitler durante le Olimpiadi di Monaco del 1936.
Saluto nazista all’arrivo di Hitler durante le Olimpiadi di Monaco del 1936. © Everett Collection / Shutterstock

Ben più pesante fu il clima che si respirò a Monaco di Baviera nel 1972. Il 5 settembre il terrorismo, in cerca di un'azione clamorosa davanti alle televisioni di tutto il mondo, ebbe la meglio sui Giochi. Otto estremisti dell'organizzazione palestinese Settembre Nero assassinarono in un assalto due atleti israeliani e ne sequestrarono nove. Dopo aver chiesto invano la liberazione di alcuni detenuti nelle carceri israeliane, minacciarono di uccidere uno a uno tutti gli ostaggi. Finì, quella volta per davvero, in un bagno di sangue: l'azione delle forze speciali tedesche provocò la morte di tutti gli atleti israeliani, di cinque terroristi palestinesi e di un poliziotto tedesco.

Palcoscenico per tutte le cause. Perché tante tensioni intorno agli stadi olimpici, luoghi che dovrebbero essere il tempio della pace e della sportività? Semplice: pochi altri eventi garantiscono una visibilità globale paragonabile. Lo sapevano bene anche gli attivisti per i diritti civili dei neri, a Città del Messico 1968. Alla vigilia, alcuni atleti afroamericani, per manifestare contro il razzismo, diedero vita all'Olympic Project for Human Rights (Ophr), organizzazione che mirava a boicottare le Olimpiadi. Mancò l'obiettivo, ma ottenne i pugni chiusi di Smith e Carlos. E se in Australia e in Germania era stato il dissenso politico a rovinare la festa olimpica, ai Giochi di Tokyo 1964 fu nuovamente il razzismo a "invadere il campo".

Quell'anno il Sudafrica fu escluso dalle competizioni, e tale rimase fino alla fine dell'apartheid, nel 1992, come ritorsione per le sue leggi sulla segregazione razziale. E 12 anni dopo il tema era ancora così sensibile che a Montreal 1976 molte nazioni africane si rifiutarono di presentarsi al via, in segno di protesta per la presenza della Nuova Zelanda. La sua colpa? Avere inviato gli All Blacks – la squadra nazionale di rugby – in tour nel Sudafrica dell'apartheid. Tre decenni prima, un altro atleta di colore, statunitense, aveva fatto parlare di sé mandando di traverso ai nazisti i Giochi di Berlino 1936. Si chiamava Jesse Owens. Le sue quattro vittorie smentirono clamorosamente la tanto sbandierata supremazia degli atleti ariani. E creò non poco imbarazzo a Hitler, che vedeva in quelle Olimpiadi l'occasione per celebrare i fasti del Reich millenario e la superiorità della razza ariana.

Guerra fredda in pista. «Chi per molto tempo non rischiò brutte figure fu l'Urss, che non partecipò ai Giochi fino al 1952, poiché li giudicava un'istituzione "borghese"», spiega Sbetti: «il blocco orientale organizzava delle proprie competizioni alternative, le Spartachiadi». Che cosa cambiò nel 1952? «I motivi del mutamento di rotta sovietico sono riassunti in una frase attribuita a Stalin: "Gareggiamo, e non senza successo, con le nazioni borghesi sul piano economico e politico [...]. Perché non farlo anche nello sport?"». Il ritorno degli atleti russi fece delle Olimpiadi una delle arene più celebri della Guerra fredda, combattuta a suon di medaglie. Nelle ultime edizioni i "temi caldi" sono stati la violazione dei diritti in Cina, il conflitto nel Medio Oriente e i profughi siriani contro gli Stati Uniti.

Il clima di scontro tra Urss e Usa, tra "l'impero del male" comunista e gli "sfruttatori imperialisti" è reso bene dalla serie di ripicche alle Olimpiadi degli Anni '80. Defezioni a catena colpirono l'edizione di Mosca 1980, disertata dagli americani e da decine di Paesi della Nato in polemica con l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Alcune nazioni presenti a Mosca si rifiutarono comunque di partecipare alla cerimonia di apertura. O, come fece l'Italia, sfilarono le insegne olimpiche anziché quelle nazionali, rinunciando al proprio inno e a far gareggiare gli atleti dei corpi militari. Esserci, per noi italiani, fu una scelta vincente: arrivarono due storiche medaglie d'oro, con Pietro Mennea nei 200 metri e Sara Simeoni nel salto in alto. «Come altri boicottaggi, quello statunitense si rivelò di scarsa efficacia», continua lo storico: «l'unico risultato fu la "vendetta" sovietica a Los Angeles 1984, boicottate anche da altri Paesi comunisti, come la Germania Est. In tal modo venne peraltro meno la partecipazione di numerosi atleti abituati al "doping di Stato", il che facilitò le cose agli atleti americani.»

Olimpiadi - Spartachiadi
Francobollo per celebrare la seconda edizione delle Spartachiadi (1968). © Marino14 / Shutterstock

Spiragli di pace. Edizione dopo edizione, i Giochi sono tornati a svolgersi in un clima di relativa serenità. Ma con l'arrivo del nuovo millennio la politica è tornata a fare capolino tra i cerchi olimpici. A Pechino 2008, per esempio, il pomo della discordia fu la repressione cinese in Tibet. Alla fine però non si registrarono defezioni: troppi gli interessi economici in gioco. Per Rio de Janeiro 2016, il primo tedoforo a trasportare la fiamma olimpica è stato il nuotatore siriano Ibrahim Al-Hussein, che ha perso una gamba a causa di una bomba. Come recita una recente risoluzione dell'Onu, la tregua olimpica vale ancora, per tentare di "edificare un mondo pacifico e migliore grazie allo sport e all'ideale olimpico".

Tratto da I giochi della discordia di Matteo Liberti, pubblicato su Focus Storia 118 (agosto 2016), disponibile in formato digitale. Leggi anche il nuovo numero di Focus Storia in edicola.

4 febbraio 2022
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