Stiamo vivendo una nuova fine dell'Età del Bronzo?

Attacchi da gruppi organizzati, migrazioni, siccità, carestie. No, non è la descrizione di ciò che stiamo passando in questi anni; sono le ultime fasi dell'Età del Bronzo, un momento d'oro della storia dell'uomo finito male. Secondo due storici, tra quel periodo storico e il nostro esistono molti parallelismi. 

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Rovine ittite dell'Età del Bronzo ad Alaca Höyük, nella moderna Turchia. | CC/Verity Cridland

Il 1177 a.C. è ricordato, sui libri di storia, come l'anno della fine della prima civiltà globale interconnessa: con esso si conclude, convenzionalmente, la tarda Età del Bronzo, una fase caratterizzata dal fiorire del commercio di metalli e materie prime, prodotti agricoli e merci di lusso - gioielli, spezie, vasellame - nel bacino del Mediterraneo e non solo.

 

Quella data può sembrare lontana, ma in un certo senso è più vicina a noi di quanto si creda. Secondo l'analisi di due studiosi statunitensi, Nina Fedoroff e Eric H. Cline, tra la fine di quel periodo e il momento storico che stiamo vivendo ci sarebbero evidenti somiglianze. Corsi e ricorsi storici che, prima ancora che alla politica, sono legati ai cambiamenti climatici.

 

Oltre i confini. Torniamo ai fasti di quell'epoca passata. Lo sviluppo della metallurgia diviene la base di complesse dinamiche socio economiche e di una più marcata stratificazione sociale. Ci si spinge a nord, verso la Scandinavia, e a est, verso l'Afghanistan. Le distanze si accorciano, e la politica tra le civiltà che si affacciano sul "Mare Nostrum" e sull'Egeo - le attuali Grecia e Turchia, ma anche Egitto, Israele, Libano, Siria, Iraq, Iran - si fa sempre più interdipendente.

 

Il collasso. Ma poi qualcosa in questi equilibri si rompe. La siccità rende le terre sempre più aride e improduttive. Aumentano le carestie e con esse le epidemie. Molti sovrani sono costretti a richiedere rifornimenti alimentari di emergenza ad altre nazioni.

 

La politica si indebolisce, aumentano le rivolte e il numero di "rifugiati ambientali", affamati e pronti a migrare. I potentati che si affacciano sul Mediterraneo iniziano a cadere uno dopo l'altro, come tessere di un domino. Le città costiere subiscono le incursioni dei misteriosi Popoli del mare, predoni organizzati che tra il XIII e il XII secolo invadono il Vicino Oriente (che qualche storico paragona all'ISIS).

 

Oggi come allora. Catapultiamoci ora al 2007: in quell'anno inizia, in Siria, la peggiore siccità della storia moderna. Nel 2008, tre quarti delle terre coltivabili risultano completamente improduttive, e gli allevatori perdono l'85% del bestiame. L'anno successivo, ormai 800 mila siriani hanno perso qualunque fonte di reddito a causa del clima. Nel 2011, da due a tre milioni di siriani sono ormai ridotti in estrema povertà.

 

Agricoltori siriani al lavoro. Siccità e crisi dei raccolti sono stati alcuni degli elementi scatenanti dell'attuale guerra civile. | Khalil Ashawi/Reuters

Catastrofi a catena. L'evoluzione delle cose purtroppo la conosciamo. Contadini e allevatori ormai ridotti allo stremo delle forze premono sulle aree urbane in cerca di lavoro. L'assenza di risposte politiche alla crisi umanitaria fomenta rivolte prima a Daraa, poi a Raqqa e Hassakah. Scoppia la guerra civile.

 

Se il clima fa politica. Ma non accade solo in Sira. L'emergenza climatica, una popolazione in aumento, il sovrasfruttamento delle risorse idriche e il ricorso a pratiche agricole arretrate sono all'origine di molte rivolte e instabilità politiche nell'area del Mediterraneo. Tanto che i migranti provenienti da Africa e Medio Oriente, oltre che rifugiati politici, andrebbero per molti considerati "rifugiati ambientali".

 

Imparare dal passato. Finirà con il collasso del sistema socio-economico attuale, come nell'Età del Bronzo? Rispetto ad allora, puntualizzano i due studiosi nel loro articolo su Quartz, abbiamo due carte in più da giocare. La consapevolezza di come andò a finire allora, e le nuove conoscenze tecnologiche, chimiche e genetiche da applicare allo sviluppo agricolo, per adeguare la produzione alla nuova situazione climatica. Se sarà sufficiente o meno, lo si saprà solo fra una cinquantina d'anni.

 

15 gennaio 2016 | Elisabetta Intini