Quando il chirurgo ha tra le mani pazienti speciali

Viaggio nella chirurgia, la più osannata e temuta delle specialità mediche, attraverso le storie di pazienti, medici e interventi di ieri e di oggi.

Ercolano: Achille cura Telefo, figlio di Eracle
Cenni sulle antiche pratiche chirurgiche si deducono anche dai racconti mitologici: qui, per esempio, vediamo (sulla destra) Achille che cura Telefo, figlio di Eracle, dopo averlo ferito in duello con una lancia. Per saperne di più: dalle perforazioni craniche del Neolitico alla tecnologia indolore del futuro. | CC

Un venerdì all'ora di pranzo, al pronto soccorso di un ospedale di Dallas, il ventottenne medico di guardia si trova a dover prestare soccorso a un paziente di quarantacinque anni, incosciente in barella, con il viso schizzato di sangue e un grosso foro in testa. Il giovane medico lo riconosce: davanti a lui c'è il presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, cui hanno appena sparato. Il corpo dell'uomo è scosso da lenti movimenti spastici: è chiaro che nei polmoni non arriva aria. Il paziente viene subito intubato, ma la respirazione non migliora. Dopo pochi secondi arriva di corsa anche il primario, che senza esitare decide di ricorrere alla chirurgia d'urgenza e praticare una tracheotomia: allarga con un'incisione verticale il foro sanguinante che Kennedy ha nel collo, e prova a inserire direttamente nella trachea il tubicino per fare arrivare aria ai polmoni. Non funziona neppure questa volta. Come è noto, Kennedy sarà dichiarato ufficialmente morto ventidue minuti dopo il suo arrivo in ospedale, trenta minuti dopo gli spari che l'hanno colpito mentre viaggiava sulla Limousine presidenziale durante il corteo a Dallas, in Texas.

 

Morte di un presidente. È la "tracheotomia del secolo", come la definisce il chirurgo olandese Arnold van de Laar in uno dei capitoli del suo libro Sotto i ferri - Storia della chirurgia in 29 straordinarie operazioni. In questo volume appena uscito per Codice Edizioni, l'autore racconta questo campo della medicina - la sua origine, l'evoluzione, le malattie che le tipologie di interventi cercano di trattare - seguendo le tracce di pazienti o chirurghi famosi, o quelle di interventi particolari. Come l'autore dichiara nell'introduzione, «cerco di raccontare, da chirurgo, la storia della mia disciplina in modo critico e senza magia». Pur nella crudezza, ne esce un racconto intrigante e pieno di curiosità.

 

JFK, pochi istanti prima dell'assassinio
22 novembre 1963, 12:30: il presidente Kennedy con la moglie, Jacqueline, il governatore del Texas John Connally e la consorte Nellie Connally, nella Limousine presidenziale, pochi istanti prima dell'assassinio. | PDM / Victor Hugo King via WikiMedia

Nessuno può dire se Kennedy avrebbe potuto salvarsi. La ferita alla testa causata da uno degli spari fu sicuramente devastante, però a metterlo in pericolo di vita immediato fu l'asfissia causata dal colpo che gli aveva trapassato la trachea. Oggi le regole del soccorso prevedono che una persona priva di conoscenza non venga spostata prima di essersi accertati che respiri e, nel caso non sia così, di averla intubata. Nel libro van de Laar ricorda che anche il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, morì per soffocamento. Per un banale mal di gola, l'epiglottide gli si era talmente gonfiata da ostruirgli la trachea, ma i suoi medici ritennero troppo rischiosa la tracheotomia, che in qualche modo già si praticava, e in compenso gli fecero un gran numero di salassi. Indebolito ed esaurito dalla perdita di sangue, Washington finì per soffocare, il 13 dicembre 1799, a 68 anni.

 

Il mago che non sfuggì a un'appendicite. A porre fine alla vita di Houdini fu invece un'appendice infiammata, che si trasformò in peritonite. Per molto tempo si è pensato che Ehrich Weisz, il vero nome del famoso "mago" illusionista ed escapologo che nei primi decenni del Novecento estasiava gli spettatori con i suoi trucchi spettacolari, fosse stato vittima di uno dei suoi numeri, quello con cui si faceva colpire con un forte pugno allo stomaco senza apparentemente subirne alcuna conseguenza.

 

escapologia: Houdini in catene
Houdini in catene (1899 circa) per uno dei suoi spettacoli di escapologia. | PDM, via WikiMedia

Proprio in una tappa del suo tour, quella di Montreal, il 22 ottobre 1926, alcuni fan in camerino gli avevano chiesto di fare la prova, e lui si era fatto assestare il pugno, ma aveva accusato il colpo. Già da diversi giorni infatti non si sentiva bene, ma nonostante tutto aveva deciso di andare in scena lo stesso. A Detroit, dove era arrivato per la tappa successiva dello spettacolo, aveva chiesto di vedere un medico, perché aveva la febbre alta e non era per niente in forma, ma non ce ne era stato il tempo. Andò in scena e fece lo spettacolo come al solito, compreso il numero della fuga sott'acqua, in cui doveva stare in apnea per alcuni minuti.

 

Si recò in ospedale solo alla fine, e il chirurgo fece subito una diagnosi di appendicite e lo operò. L'appendicite era stata descritta in maniera corretta da poco: solo alla fine dell'Ottocento gli esiti devastanti, che senz'altro i medici conoscevano da secoli, come la totale devastazione prodotta dall'infezione diffusa nell'addome, furono messi in relazione proprio con l'infiammazione di quella piccola propaggine dell'intestino crasso. La sua lacerazione, alla fine, a causa della quale feci e gas intestinali si disperdono nell'addome, può provocare uno shock settico, ovvero l'avvelenamento del sangue e la morte. Il primo intervento venne eseguito subito, poco dopo la diagnosi. Per Houdini, però, l'operazione arrivò troppo tardi: il chirurgo non poté che constatare una peritonite. Gli antibiotici per combattere l'infezione ancora non esistevano: il Grande Houdini non si riprese mai dall'intervento e dopo una settimana morì, a 52 anni.

 

Arnold van de Laar, Sotto i ferri (Codice Edizioni, 2019).
Arnold van de Laar, Sotto i ferri (Codice Edizioni, 2019). | Codice Edizioni, 2019

La medicina è relativa. Nonostante le probabilità fossero nettamente a suo sfavore, andò invece meglio ad Albert Einstein, di cui van de Laar parla in un capitolo significativamente intitolato "la relatività della chirurgia". A 69 anni, quando era professore a Princeton ed era ormai l'icona che conosciamo, al padre della Teoria della Relatività fu diagnosticato un aneurisma dell'aorta addominale, ossia una dilatazione dell'arteria che "gonfia" il vaso come un palloncino. Quando l'arteria si rompe improvvisamente, la morte per emorragia è la conseguenza quasi sicura. Anche se gli aneurismi si espandono in modo graduale e spesso non danno sintomi, alcune volte il paziente avverte dolori all'addome o alla schiena.

 

Einstein consultò il medico Rudolf Nissen, a sua volta famoso per alcune tecniche chirurgiche che portano il suo nome, perché diverse volte l'anno aveva degli attacchi di dolori all'addome, accompagnati da vomito, che duravano anche alcuni giorni. Nissen sospettò un aneurisma e la sua diagnosi fu confermata durante l'intervento. L'aneurisma di Einstein era grande come un pompelmo, e Nissen lo trattò con una tecnica particolare, oggi non più in uso: in pratica lo avvolse con del cellophane, con l'idea che la sostanza, estranea all'organismo, scatenasse una reazione cicatriziale che avrebbe "rinforzato" la parete indebolita dell'arteria.

 

Con l'aneurisma impacchettato nel cellophane Einstein visse altri sette anni. Le statistiche gliene davano al massimo uno o due, ma con ogni probabilità non fu merito dell'intervento: ebbe semplicemente fortuna. Nel 1955 si ripresentarono nuovamente i sintomi già noti e questa volta, anche se era ormai a disposizione un intervento simile a quelli attuali, Einstein rifiutò di sottoporvisi. Sono rimaste famose le parole con cui avrebbe comunicato la sua decisione ai medici: "I have done my share, it is time to go", ho fatto la mia parte, è ora di andare.

13 dicembre 2019 | Chiara Palmerini