Scoperto il collirio degli antichi romani

Trovate in un relitto di una nave romana delle strane pillole. Risalgono a 2000 anni fa e si tratta di una specie di collirio composto di zinco, amido e cera d’api. Una medicina per curare gli occhi citata già da Plinio il Vecchio.

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Una delle pastiglie ritrovate nel relitto romano, vista di fronte e di taglio (Foto: Gianna Giachi et al., PNAS)

Il mare della Toscana ci ha restituito l’antico collirio di Plinio il Vecchio. È racchiuso in
misteriosi cilindri di 4-5 cm di diametro ritrovati in un relitto non lontano da Piombino.
La storia è presto detta: fra il 140 e il 120 a.C., mentre Roma si godeva le ricchezze accumulate dopo la terza Guerra Punica, un veliero di ritorno da un viaggio nel Mediterraneo fu sorpreso da una tempesta e naufragò nel Golfo di Baratti, vicino a Piombino.
Nel relitto furono trovati alcuni interessanti oggetti, compresa una “cassetta dei medicinali” d’emergenza a disposizione dei marinai (e dell’eventuale medico di bordo).

Ora ricercatori dell’Università di Pisa hanno pubblicato su Proceeding of the National Academy of Sciences i risultati delle analisi chimiche delle pastiglie presenti a bordo. Dallo studio si evince che erano composte da grassi animali e vegetali, resine di pino e composti dello zinco, amido e cera d’api.
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Senza occhiali da sole
Per gli scienziati questa composizione indica che si trattasse di antichi rimedi per alleviare il dolore agli occhi, una sorta di collirio, usato per ripulirli dalle impurità.
Non è impensabile infatti, che i marinai potessero soffrire di forti congiuntiviti a causa del forte riverbero delle acque marine contro il quale non c’era nulla per difendersi o per batteri presenti nelle navi che potevano proliferare senza alcun ostacolo.

Come sono stati studiati
Spiega Maria Perla Colombini, professoressa di chimica all’Università di Pisa: «Sono rimasta davvero sorpresa nello scoprire così tanti ingredienti presenti in una sola pillola e come essi si siano preservati così bene nonostante che le pastiglie siano rimaste sott’acqua per così tanto tempo». La ricercatrice ha utilizzato uno spettrometro di massa per determinare la composizione chimica dei dischetti, un lavoro che ha richiesto molto tempo sia per preparare il materiale da sottoporre ad analisi, sia per lo studio vero e proprio.
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La ricerche precedenti
Uno studio dello Smithsonian's Center for Conservation and Evolutionary Genetics su altre pastiglie simili aveva avanzato l’ipotesi che si trattasse di medine per combattere problemi gastrointestinali Ma a supporto delle tesi dell’Università di Pisa vi sono anche alcuni documenti storici, come spiega Gianna Giachi, della Soprintendenza dei Beni Archeologici della Toscana: «Abbiamo confrontato i risultati ottenuti con quanto scrivevano antichi autori a proposito di rimedi medici, tra cui Teofrasto, Plinio il Vecchio e Dioscoride. Nei loro scritti si scopre che l’uso di composti allo zinco erano frequentemente utilizzati proprio per porre rimedio a problemi agli occhi».

08 Gennaio 2013