Storia

Sandro Pertini, il presidente di tutti gli italiani

Il 25 settembre 1896 nasceva Sandro Pertini, il partigiano che diventò il Presidente più amato della storia della nostra Repubblica.

Dal 3 agosto Sergio Mattarella è nel suo "semestre bianco", periodo che anticipa l'addio al Quirinale. A febbraio 2022 si conclude infatti il mandato di un presidente molto apprezzato dagli italiani. In attesa del nome del suo successore, ecco la storia di un altro presidente amatissimo: Sandro Pertini, che nonostante il caratteraccio (o forse proprio in virtù di quello), ha lasciato il segno nel cuore di generazioni di italiani.

Giornalista e partigiano. Pertini, impegnato in politica fin da giovanissimo, giornalista e partigiano, subì l'esilio, il carcere e il confino durante il regime fascista. Fu membro dell'Assemblea Costituente, e subentrò al Quirinale a Giovanni Leone, dimissionario. Il suo mandato presidenziale durò dal 1978 al 1985.  Il viso onesto e fiero, la pipa all'angolo della bocca, gli occhialoni spessi e l'aria severa. Così tutti ricordano Sandro Pertini. Un uomo, come disse il suo compagno di lotta Giuseppe Saragat, che "era della stoffa di cui sono fatti gli eroi" e che combatté per tutta la vita senza tradire mai i suoi ideali: un eterno ribelle dall'esistenza tutt'altro che tranquilla, il presidente più amato dagli italiani.

Sandro Pertini - Comizio
Un affollato comizio di Sandro Pertini. © Almanacco socialista 1976 / Wikimedia commons

Quarto di cinque fratelli, Alessandro, per tutti Sandro, era di famiglia benestante. Gracilino e malinconico, da ragazzo amava starsene in disparte a leggere Leopardi e Dostoevskij o in sella alla bicicletta, pedalando per le strade tutte curve della sua terra: San Giovanni di Stella, un paesino sull'Appennino ligure in provincia di Savona. Ma più di ogni altra cosa amava la compagnia di sua madre, Maria Muzio, donna religiosissima, rimasta vedova nel 1907, quando Sandro aveva appena 11 anni. "Se nella vita  sono riuscito a fare qualcosa di buono lo debbo al suo insegnamento e al carattere che lei mi ha formato. Ho l'orgoglio di pensare che io le assomiglio molto: per temperamento, per devozione alla fede scelta, per volontà nel sopportare sacrifici e rinunce e per fierezza", diceva Pertini.

L'ideale socialista e l'amor di patria. Solo che mentre Maria credeva fermamente in Dio, la religione di suo figlio era il socialismo. E proprio quelle idee assorbite sui banchi di scuola guidarono tutta la sua avventurosa esistenza. Nonostante la ferma convinzione che l'Italia non dovesse entrare nel conflitto, all'alba della Prima guerra mondiale – appena diciannovenne – Sandro rispose alla chiamata alle armi, spinto dal senso del dovere e dall'amore per la nazione. Tornò dal fronte con un bagaglio di tristi racconti, il grado di capitano e una medaglia al valore che i fascisti non vollero consegnargli.

Come potevano riconoscere che un  socialista può essere anche un buon patriota? E non fu l'unico sgarbo che il ragazzo ricevette dal regime in quegli anni. "Molti erano intimiditi da quelle violenze e sostenevano che non si dovevano provocare i fascisti [...]. Questo non è mai stato il mio atteggiamento. Sono stato bastonato perché il primo maggio  andavo in giro con una cravatta rossa. Sono stato mandato all'ospedale perché nella ricorrenza della sua morte, ho appeso alle mura di Savona una corona d'alloro in memoria di Giacomo Matteotti. Ho vissuto i miei vent'anni così e non me ne pento", dichiarò in un'intervista, quasi mezzo secolo dopo che si erano svolti quei fatti.

Una vita lontano da casa. Nel giro di due anni, tra 1924 e 1926, fu processato, condannato al carcere e poi al confino come "avversario irriducibile dell'attuale Regime" e "sovversivo pericoloso per la salute della nazione". Si rifugiò in Francia e, nonostante le due lauree, una in giurisprudenza e l'altra in  scienze politiche, per tirare a campare lavò taxi, fece il muratore, il pittore di infissi e perfino la comparsa nei film della Paramount. E nel frattempo non smise di darsi da fare per la causa antifascista. Ma stare lì, con tutto quello che succedeva in Italia, lo faceva diventare matto. Perciò nel 1929 tornò in patria, e non per riabbracciare l'allora fidanzata, Matilde Ferrari, a cui intitolò il suo rifugio clandestino a Nizza (il massimo del romanticismo, per lui), ma per riorganizzare il Partito socialista.

Il suo sogno, però, si infranse a Pisa a causa della solerzia di una camicia nera, Icardio Savoldi, che lo riconobbe a una fermata del tram. Così Pertini fu acciuffato, processato e condannato a quasi 11 anni di carcere e tre di confino. In tribunale la sua unica preoccupazione fu sigillare la sentenza col grido "abbasso il fascismo e viva il socialismo". Mentre l'Italia scivolava nel baratro della dittatura, nel carcere dell'isola di Santo Stefano, al largo della costa tra Lazio e Campania, come un Mandela italiano, il futuro presidente  continuò a battersi per i suoi ideali e per la dignità propria e degli altri prigionieri.

Gli anni di prigionia. Lottò per ottenere un trattamento più umano, per avere libri, per poter studiare storia, economia e inglese. E, benché malato, si dissociò drasticamente dalla richiesta di grazia che la madre spedì al Duce. Reagì con durezza, per non tradire la fede politica, "l'unica cosa di veramente grande e puro che io porti in me". Ma non sapeva che sua madre, laggiù in Liguria, seduta sul muricciolo di fronte casa continuò ad aspettarlo per anni e anni, tutti quelli che "il suo Sandro" passò in carcere.

La prigione non portò solo sofferenza, Pertini ne ricavò anche l'amicizia con uno dei fondatori del Partito comunista italiano, Antonio Gramsci. Lo incontrò nella prigione pugliese di Turi, nei pressi di Bari, dov'era stato trasferito. Gramsci, isolato in carcere come nel suo partito, provò a convertire al comunismo il compagno socialista, senza riuscirci. Rimase però l'ammirazione reciproca: "In quei  tempi, all'estero socialisti e comunisti si sbranavano […] io ho sempre disapprovato questa rottura perché sono sempre stato per l'unità del movimento operaio; quindi l'amicizia concessami da Gramsci assunse per me un significato, oltre che sentimentale e umano, anche politico", ricordò in seguito Pertini. Gramsci morì nel 1937, sei anni prima che gli Alleati sbarcassero in Italia, che il Duce fosse destituito e i prigionieri politici rilasciati dopo l'abolizione del Partito fascista.

"Cominciava un'altra triste e lunga storia", raccontò Pertini a Enzo Biagi in un'intervista: la guerra di Resistenza per la liberazione dell'Italia dai nazifascisti. Una guerra civile a cui l'eterno ribelle partecipò con idee, carisma e mitra in mano, sia nel direttivo che nelle piazze, alla testa dei partigiani d'Alta Italia, Firenze e Milano. Fino alla ritirata dei tedeschi in quel famoso 25 aprile del 1945, all'arresto di Mussolini due giorni dopo e alla sua fucilazione il 28 aprile. Allora, con una medaglia d'oro al valore militare appuntata al petto per il ruolo di "combattente audacissimo della Resistenza", entrò da protagonista in una nuova fase della sua vita, meno violenta forse, ma non meno agguerrita.

Nel nome della libertà. Una fase che si aprì con una svolta inaspettata: il matrimonio, a quasi 50 anni. Si sposò con una giovane giornalista e partigiana, la ventiquattrenne Carla Voltolina, conosciuta a Milano durante l'organizzazione della liberazione della città. Ma, politicamente, per lui la Resistenza non era finita. "La libertà è un bene prezioso che bisogna difendere giorno per giorno", diceva. Cosa che cercò di fare da segretario del Partito socialista, da deputato e da membro dell'Assemblea costituente. Oltre che da giornalista, quando usò le colonne dell'Avanti!, di cui fu direttore per alcuni anni, per opporsi al gioco della spartizione di cariche e poltrone in parlamento e per criticare l'amnistia a "coloro che hanno incendiato villaggi con i tedeschi, che hanno violentato donne colpevoli solo di aver assistito dei partigiani".

Pertini non era uno che le mandava a dire, lo sapevano i colleghi. Eppure la sua estrema correttezza fu premiata: dopo due legislature in veste di presidente della Camera, l'8 luglio 1978 fu eletto settimo presidente della Repubblica. Nello stesso anno Karol Wojtyla diventò pontefice con il nome di Giovanni Paolo II. Contro ogni pronostico, un ateo dichiarato e la massima carica della Chiesa diventarono amici: l'ennesima incoerenza della vita di questo ligure schivo, che aveva anche il crocifisso appeso al Quirinale.

Il presidente ateo amico del Papa. Diceva infatti che ammirava Gesù, perché aveva sostenuto le sue idee a costo della vita. Il presidente e il papa furono amici veri, oltre le regole del protocollo: telefonate dirette, scherzosi scambi di battute, lettere, pranzi segreti, abbracci in pubblico e persino vacanze insieme in montagna, che era la passione di entrambi. I due si diedero conforto reciproco nelle avversità di quel tetro periodo: gli anni del terrorismo rosso e nero, del disastro aereo di Ustica, della strage alla stazione di Bologna, del terremoto in Irpinia, della loggia massonica P2, della morte del piccolo Alfredino intrappolato in un pozzo a Vermicino (Roma), dell'assassinio del prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Sandro Pertini - Saragat
Sandro Pertini e Giuseppe Saragat nel 1979. © Presidenza della Repubblica / Wikimedia Commons

Pertini odiava i funerali, e in quei sette anni da presidente fu costretto a presenziarne parecchi: sempre lì, dritto, con lo sdegno o il dolore stampato sul viso. Come durante l'ultimo sentito saluto a Enrico Berlinguer, l'allora segretario generale del Partito comunista italiano, colpito da ictus durante un comizio a Padova nel 1984. Un comunista, quindi un "rivale" per i socialisti, ma non per Pertini, che considerava la politica non un bieco scambio di scortesie, inciuci e intrallazzi, ma una battaglia ideale tesa ad affermare valori, su tutti il rispetto delle idee altrui. Fu per questo che si impose per scortare la salma del suo "compagno di lotta" a Roma, con l'aereo presidenziale. Non cercava consensi: lo fece perché lo sentiva, come ogni altra cosa nella sua vita. L'onestà veniva prima di tutto per lui, che una volta salito al Quirinale smise di rinnovare la tessera di partito per potersi definire per davvero "presidente di tutti gli italiani".

Il caratteraccio e lo spessore politico. Niente compromessi, solo pragmatismo e rigore. Anche nei confronti degli uomini al governo, con i quali i suoi rapporti furono talvolta burrascosi. "La politica se non è morale non m'interessa. Io, se non è morale, non la considero nemmeno politica. La considero una parolaccia che non voglio pronunciare", sosteneva. Che non fosse un presidente come gli altri era evidente: affrontò attivamente 8 crisi di governo, impose 2 scioglimenti anticipati delle camere e per anni si rifiutò di ricevere al Quirinale i parlamentari della Loggia di Licio Gelli, compresi quelli che, con la benedizione dei loro partiti, avevano mantenuto i propri incarichi. Proprio come, da presidente della Camera, si era rifiutato di ricevere i capi di Stato di Sudafrica, Grecia, Spagna e Portogallo, colpevoli di angariare i popoli delle rispettive nazioni.

Gli anni passavano, ma Pertini rimaneva immutabile nel suo roccioso senso dell'onestà. "Le mani siano candide!", intimò ai suoi collaboratori il giorno dell'insediamento al Colle, lui che, mai al centro di uno scandalo o di un sospetto, non soltanto predicò ma soprattutto razzolò bene. Uomo onesto, il presidente, ma non privo  di difetti: "Tutti gli uomini di carattere hanno un cattivo carattere", si schermiva. E infatti era testardo, senza peli sulla lingua, franco e ruvido nelle interviste e con chiunque lo circondasse. "Sono sempre stato un passionale, un impetuoso. […] Oh, quante persone ho investito con le mie ire improvvise, i miei atteggiamenti rigidi, le mie interruzioni!", confessò  alla giornalista Oriana Fallaci nel 1973. Ma era proprio questa spontaneità che piaceva tanto alla gente.

Tifoso sfegatato. Chi non lo ricorda (anche solo per averlo sentito raccontare), tifoso della nazionale azzurra, sulle gradinate di Madrid durante la finale Italia-Germania, mentre esulta accanto all'impassibile re di Spagna, Juan Carlos, e al severo cancelliere tedesco, Helmut Kohl? D'altra parte, a 86 anni suonati poteva permettersi qualunque cosa, perché, come disse alla fine del suo mandato, "alla mia età non è importante essere giudicati dagli uomini; si risponde solo alla propria coscienza e la mia è tranquilla".

Nel 1985 lasciò il posto a Francesco Cossiga e diventò senatore a vita. Morì 5 anni dopo, 93enne, per le complicazioni di una caduta in casa. Niente visite istituzionali, niente funerali di Stato: come aveva chiesto Sandro, le sue ceneri volarono senza fanfare nel paese natale, in una cassetta di legno scura, avvolta nella bandiera rossa del Psi, quella milanese del 1945 con la scritta "Lavoratori di tutti i Paesi, unitevi!". Sembra ancora di sentirlo, impetuoso: "Il nostro popolo è capace delle più grandi cose quando lo anima il soffio della libertà e del socialismo". Ma è proprio questo il punto. Pertini è morto. Il suo socialismo non c'è più da un pezzo. E la libertà? Non se la passa tanto bene neanche lei.

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Questo articolo è tratto da "Il presidente partigiano" di Maria Leonarda Leone, pubblicato su Focus Storia Biografie 12 (gennaio 2013). Leggi anche l'ultimo numero di Focus Storia.

25 settembre 2021
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