Ritorno sul Don: la campagna di Russia raccontata dai reduci

A piedi nella steppa a 40 gradi sotto zero, nei rifugi sotto i bombardamenti, nelle case dei russi: i ricordi dei reduci della campagna di Russia del 1942-43. [da Focus Storia n° 26]

ritirata
Un'immagine della ritirata |

“Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don”. Così Mario Rigoni Stern inizia Il sergente nella neve, romanzo autobiografico sulla ritirata dell’Armata italiana in Russia (Armir) nell’inverno tra il 1942 e il ’43.

CHI MAL COMINCIA...
Che fosse una spedizione iniziata sotto i peggiori auspici c’era chi l’aveva capito fin dai primi giorni. Basta ascoltare le parole di Egidio Pin, artigliere alpino di Pianzano (Tv), classe 1921, inquadrato nella Divisione Julia, 3° Reggimento artiglieria da montagna. «Partimmo con la tradotta: passammo da Gorizia e poi, via Tarvisio, in Austria, Polonia e Ucraina. Ma lì ci dovemmo fermare: in Russia i binari avevano una larghezza diversa rispetto al resto d’Europa. Scendemmo e ci accampammo per la notte, noi e il migliaio di automezzi al seguito della “Julia”, parcheggiati in ordine, pronti a partire il giorno dopo. Non vi dico le bestemmie in quei momenti. Con tutta la strada ancora da fare e il treno fermo lì, cominciavamo bene». Prosegue: «Il giorno dopo, all’alba, ci preparammo a partire. Ma gli autisti, che erano stati i primi a salire sugli automezzi, avevano già scoperto che non si potevano nemmeno mettere in moto. Eravamo ancora in settembre ma durante la notte la temperatura si era abbassata a tal punto da far congelare i motori, dove nessuno si era preoccupato di mettere l’antigelo. Così, cambio di programma e via a piedi: marciammo per 5 giorni, facendo una quarantina di chilometri al giorno».

 

IL DIARIO DI UN REDUCE

In Russia c'è rimasto per 11 mesi, tra fame, freddo, pidocchi e marce interminabili a -40 gradi. Leggi il racconto del reduce di Russia Felice Ferrario nel suo diario inedito, cliccando qui.

 

PARTENZA
Il rincalzo di 230 mila uomini è arrivato un anno dopo. «Ci hanno messo in mano un fucile modello 91, una baionetta e qualche vecchia mitragliatrice. E senza tanta preparazione siamo partiti, accompagnati alla stazione dalla fanfara, tra i saluti e i pianti dei nostri cari. Eravamo tutti commossi» dice ripensando a quei momenti Giovanni Mirenda, nato a Sperlinga (En) nel 1921, partito con l’Armir.
L’ufficiale di artiglieria alpina Franco Fiocca, milanese classe 1921, si avviò con tutt’altro spirito: «Per me, appassionato di scalate, la Russia era un sogno. Voleva dire avventura. Molti di noi erano spinti dalla voglia di crescere e di imparare. Poi eravamo galvanizzati dalla propaganda e dall’idea di una guerra lampo, di cui tanto vaneggiavano i tedeschi. Solo quando fui lì realizzai. Innanzitutto che non c’era motivo che noi andassimo a “rompere le scatole” ai russi. Si vedeva che era brava gente, gente come noi». Stesso impatto con il nemico anche per Giovanni Mirenda: «La cosa che mi ha colpito quando siamo giunti nella terra degli zar è stato il mesto sorriso dei russi e, ovunque, i segni della miseria provocata dalla guerra».

 

Ma il mestiere della guerra furono costretti a impararlo in fretta anche i “bocia”. «Il mio primo giorno in trincea? È stato memorabile» racconta Ugo Zappa, fante lombardo partito ventunenne per la Russia il 20 settembre del 1942, inquadrato nel 37° Reggimento fanteria, Divisione Ravenna. «Appena arrivato ho cercato di orientarmi in quei lunghi fossati profondi circa due metri che si intrecciavano tra di loro e terminavano in piccole caverne rivestite di tronchi, riempite con rudimentali letti a castello: le nostre “camere da letto”. Poi mi sono fatto coraggio e mi sono affacciato al bordo della trincea guardandomi attorno: eravamo piazzati nella steppa piena di neve, davanti c’era il fiume Don, tutto gelato. Quando arrivò l’imbrunire i russi cominciarono a mandare canzonette italiane a tutto volume: ci invitavano ad arrenderci illustrando la stupenda vita che facevano i prigionieri di guerra. Ma mi sono accorto davvero di essere in trincea quando mi hanno dato un pezzo di postazione da controllare e i russi hanno iniziato a sparare: sparavano i miei compagni e sparacchiavo anch’io. A un certo punto le acque si sono calmate e mi hanno dato finalmente il cambio: sono entrato nel mio tugurio, mi sono spogliato e coricato a letto. A svegliarmi poco dopo sono state invece raffiche di fucili, grida e ordini. Ed è qui che ho imparato la mia prima grande lezione: mai togliersi i vestiti, neanche per riposare!».

 

DIVISI DA UN FIUME
Celeste Polito, classe 1922 di Farra d’Alpago (Bl), e i suoi compagni arrivarono al fronte con un compito preciso: «La mia divisione, la “Vicenza”, doveva dare il cambio agli alpini della “Tridentina” che furono spostati più a nord. Quando arrivammo trovammo perciò le trincee, i camminamenti e anche qualche piccolo bunker che gli alpini avevano già fatto e che noi abbiamo continuato ad ampliare. I giorni e le notti passavano un po’ a scavare e un po’ a fare la guardia; cibo e munizioni arrivavano attraverso i camminamenti, di sera o durante la notte perché di giorno era pericoloso uscire allo scoperto: una volta una pallottola mi ha bucato la marmitta facendomi rovesciare tutto il brodo. Il peggio però era la notte, quando a turno si andava di pattuglia sulla riva del Don: si indossava la tuta bianca e si percorreva la sponda del fiume. Tra noi e i russi c’era solamente qualche cespuglio e il fiume gelato. In varie occasioni loro hanno tentato di passarlo, ma sono stati respinti. È andata avanti così fino al 17 dicembre, quando a Stalingrado i russi hanno rotto la linea e noi abbiamo ricevuto l’ordine di ripiegare e concentrarci a Rostov».

SPACCIATI
Era iniziata la massiccia controffensiva russa, quella che i generali sovietici avevano chiamato Operazione Piccolo Saturno. Da quel momento tutto cambiò. Continua Polito: «A Rostov ci siamo riuniti e abbiamo formato una colonna alla quale, più avanti, si sono aggiunti tedeschi, rumeni e polacchi. Di lì è cominciata la grande ritirata: una colonna di cui non si vedeva la fine. Si camminava giorno e notte, ci si fermava solo qualche ora nei paesi abbandonati, cercando di trovare qualcosa da mangiare. Poi c’erano i nostri muli: qualcuno moriva e così si recuperava qualche pezzo di carne; approfittando delle case o dei pagliai che bruciavano riscaldavamo alla meglio qualche pezzo di ciò che avevamo trovato e si metteva nello zaino il resto. In tutto ciò gli scontri a fuoco erano continui. Un giorno, al calare della sera, hanno mitragliato la colonna e un compagno che camminava al mio fianco è stato colpito da una pallottola alla gola. È cascato a terra, si è rialzato e mi ha detto: “Polito, addio!” afflosciandosi su se stesso. D’istinto io mi sono buttato nella neve e le pallottole mi hanno sfiorato così da vicino da bucarmi lo zaino che avevo sulle spalle e dentro il quale tenevo come un tesoro due scatolette e un pezzo di pane di segale nero, tutte le mie provviste».

 

Il caporalmaggiore di Codognè (Tv) Evaristo Barazza, classe 1920, inquadrato nella “Julia”, che già aveva combattuto in Grecia e in Albania, sa di essersela cavata per un colpo di fortuna. «Mangiare? Era un miraggio. Si riusciva solo se si aveva la buona sorte di passare vicino a qualche isba o a qualche ricovero, dove trovavamo patate, crauti o piccole mele sotto aceto. Chi non era così fortunato rimaneva là, nel bianco infinito della morte. In quella lunga ritirata io mi sono salvato perché un giorno ho trovato una borraccia piena di miele che mi ha dato l’energia necessaria per andare avanti. Figurarsi che lì era faticoso anche respirare, tanto l’aria era fredda: per farlo ci mettevamo un pezzo di coperta in faccia. Questo finché non arrivammo a Nikolajevka, quando i nostri ufficiali ci dissero: “Tenetevi pronti perché bisognerà fare un assalto alla città”. In realtà quel giorno il nostro comandante girò in largo e ci portò ad aggirare le forze russe. D’altronde con cosa potevamo combattere? Non avevamo più né fucili né pistole, solo cannoni che a quel punto però erano diventati inservibili».

 

“TRIDENTINA” AVANTI!
Alle porte di Nikolajevka c’era anche Augusto Caliaro, alpino veneto, partito ventenne nel 1942 nella “Tridentina”, 6° Battaglione Verona: «Il nostro generale, Luigi Reverberi, ci incitò a entrare in città: quando l’abbiamo fatto non si potevano contare i morti. Ora come allora l’unica domanda che mi rimane in testa è: perché tanta carneficina?».
Anche Celeste Polito ricorda l’irruzione della “Tridentina”: «Grazie a quella divisione, che era ancora equipaggiata e la più in forma, abbiamo sostenuto il combattimento a Nikolajevka e verso sera siamo potuti entrare in paese e soccorrere i feriti. Si sentivano le loro grida e i lamenti e poiché era già notte fonda li abbiamo ammassati nelle case. Ma la desolazione è stata enorme il mattino dopo: i molti feriti che non potevano camminare dovevano essere abbandonati e loro gridavano e chiamavano la mamma, la moglie e i figli, dicendo: “Non ci rivedremo più!”».

A PIEDI.
Rotto il blocco di Nikolajevka i soldati italiani continuarono la lunga marcia verso casa nella steppa innevata. «La mantellina che avevamo in dotazione si accorciava a vista d’occhio: ogni giorno ne tagliavo una striscia per rifare le fasce da mettere sulle gambe, sotto al ginocchio. Le scarpe le avevo buttate via quasi subito perché facevano entrare l’acqua e i piedi si gonfiavano. Così li ho avvolti in un pezzo di coperta e camminando in quel modo ho evitato di farli congelare» racconta Umberto Battistella, classe 1920, arrivato in Russia da San Michele di Piave (Tv) come conducente di mulo nel 3° Reggimento di artiglieria da montagna della Divisione Julia.

 

Ugo Zappa rammenta che in quella quotidiana lotta per la sopravvivenza ci si misero d’intralcio anche gli alleati: «Nella lunga colonna di uomini e automezzi i tedeschi si mischiavano agli italiani. E non sempre la convivenza era facile. I camion che avrebbero dovuto trasportare i feriti spesso erano occupati da tedeschi sani, che con il calcio del fucile impedivano agli italiani di salire. Io riuscii ad appollaiarmi sul triangolo di aggancio tra la motrice e il rimorchio. Feci un po’ di strada così, ma presto mi resi conto che mi si stavano congelando i piedi. Ritornai perciò a camminare. Quella notte, nel fienile in cui mi rifugiai, ricordo le pulci che mi tormentavano: ’ste disgraziate al freddo non si sentivano, ma non appena ci si rintanava al caldo cominciavano a trottare su tutto il corpo. L’indomani ripresi il cammino, fra immense distese di neve, con punte di 40 gradi sotto zero, tra file di cadaveri ai bordi della pista. Molti furono uccisi dall’illusione di “scaldarsi” con un po’ di cognac. Un sergente ci aveva raccomandato di mischiarlo sempre con l’acqua. Ma quelli che non seguirono il consiglio morirono seduti sui loro zaini, ad aspettare che gli passasse la sbronza».
Anche Giovanni Gotta, classe 1918, partito da Melazzo (Al) nella Divisione Ravenna, ebbe uno scontro ravvicinato con gli alleati. «Eravamo in un’isba a passare la notte e all’improvviso sono arrivati dei soldati tedeschi che ci hanno ordinato di andare a dormire fuori. Per qualche ragione quel posto spettava a loro. Non c’ho più visto: ho preso il moschetto e in dialetto piemontese gli ho gridato che li avrei ammazzati come scarafaggi se non se ne fossero andati. Quelli, vedendo che la situazione si stava scaldando, hanno girato i tacchi».

 

SACRIFICIO ESTREMO
Per Marcello Biaggio, alpino di Colle Umberto (Tv) oggi ottantottenne, fu determinante l’aiuto della popolazione civile: «Nel lungo viaggio verso casa ci fu anche chi fu costretto a rubare ai morti stivali e indumenti: i nostri non bastavano a respingere il freddo della steppa. Pativamo così tanto che per sopravvivere alla notte ci rifugiavamo nelle isbe russe dove cercavamo anche di racimolare quanto più cibo possibile. La maggior parte delle famiglie dava quel che poteva, forse perché avevano paura. Fatto sta che anche loro avevano ben poco di cui sfamarsi». Anche Umberto Battistella racconta delle incursioni dei soldati italiani nelle case russe: «Quando si entrava nelle isbe si chiedeva “Khleba! Khleba!” che significa “Pane!”. Ma quei poveretti non ne avevano neanche per loro, figuriamoci per noi».
Oggi che quelle pene sono lontane, questi uomini non la smetterebbero mai di raccontare, anche se costa loro fatica. «Morti durante il cammino ne ho visti tanti, troppi: a volte eravamo persino costretti a camminarci sopra. Non si poteva morire in quel modo: giovani di vent’anni lasciati lì, insepolti in terra straniera!» si commuove Battistella. «Di loro ora ci rimane solo un ricordo flebile, ma ancora vivo: certo soffriamo ogni volta che lo strappiamo dal cuore per comunicarlo agli altri. Ma lo facciamo ugualmente perché solo così il loro sacrificio non andrà mai perduto».

 

27 novembre 2008 | Anita Rubini