Storia

Repubblica Partenopea: la fugace rivoluzione che "illuminò" Napoli

Nel '700 Napoli attraversò un'eccezionale stagione di riforme, che sfociò nella breve parentesi della Repubblica Partenopea, subito repressa.

La rivoluzione che "illuminò" Napoli nell'articolo "Spacca Napoli" di Giuliana Rotondi, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Napoli illuminata. Che legame c'è tra il rigore di un pensatore tedesco come Immanuel Kant e l'estro partenopeo? Apparentemente nessuno. Eppure il padre del Sapere aude, ovvero del monito illuminista "Abbi il coraggio di conoscere", nel Regno di Napoli fece proseliti. Per il filosofo di Königsberg infatti l'Illuminismo altro non era che l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità in cui si era trovato per secoli.

Respiro europeo. E Napoli, insieme a Milano, fu uno dei due centri italiani che ebbe il coraggio di farlo, intercettando le nuove filosofie empiriste (secondo le quali la fonte della conoscenza è l'esperienza) e razionaliste (la verità si conquista con la forza dell'intelletto con buona pace delle religioni) provenienti da Francia e Inghilterra. Si aprì così a una dimensione cosmopolita competendo con le grandi monarchie nazionali allora nascenti (Austria, Prussia e Russia, per citare le più importanti). L'epilogo deluse le aspettative, ma lasciò nel Mezzogiorno il ricordo di una stagione eccezionale, animata da dibattiti e intellettuali di respiro davvero europeo.

culla della cultura. Come mai, tra le tante città del nostro Paese, fu proprio Napoli a intercettare le nuove tendenze? La capitale era una delle maggiori città d'Europa e già nei secoli precedenti aveva ospitato figure di primo piano nella storia del pensiero, come san Tommaso d'Aquino e Giordano Bruno, tra i pensatori più originali vissuti a cavallo tra il Medioevo e il Rinascimento. In quelle terre baciate dal sole prosperavano poi accademie e circoli culturali attivi fin dal '400 che costituirono la premessa per il vento riformatore del Settecento.

venti di Autonomia. I primi segni di cambiamento si videro già nel 1707, quando il trono napoletano passò nelle mani degli Asburgo d'Austria, sotto il governo di Carlo VI. Questo garantì al regno una parziale autonomia. "La ritrovata indipendenza – sia pur relativa ed alquanto formale – influirà non poco sulle coscienze della nuova generazione e lascerà tracce importanti in tutto il mondo riformatore ch'essa avrebbe ben presto messo in movimento", ha scritto Giuseppe Galasso, uno dei maggiori intellettuali napoletani, nella sua Intervista sulla storia di Napoli (Laterza).

Monarchia illuminata. Gli Stati italiani in grado, se non di fare, almeno d'illudersi di poter fare una politica indipendente infatti non erano molti.

E uno di essi era proprio il Regno di Napoli. «Erano gli anni in cui prendevano forma i cosiddetti Stati nazionali guidati da monarchi illuminati. E il grande Carlo III di Borbone, seguito a Carlo VI, provò a essere uno di loro e a dare al Regno di Napoli la dignità di una nazione autonoma, competitiva a livello mondiale, con una cultura degna», aggiunge Vincenzo Ferrone, docente di Storia moderna all'Università di Torino.

SPINTA REALE. Fu proprio Carlo III il volano della svolta. Quando nel 1734 salì al trono, dopo il passaggio di Napoli alla Spagna, il regno era in ripresa demografica ed economica, grazie allo sviluppo di ceti emergenti legati quasi sempre alla campagna, ma partecipi del commercio in crescita. Così ancor prima che i pensatori francesi dessero vita alla celeberrima Encyclopédie (1751) e a Milano nascessero spazi di dibattito pubblico e civile come la rivista Il Caffè di Pietro Verri (1764), a Napoli una classe di intellettuali si faceva conoscere grazie alle sue idee politiche, sociali ed economiche.

Intellettuali partenopei. Tra i pensatori più fecondi c'era Bartolomeo Intieri, che discuteva di riforme finanziarie e monetarie con i giovani amici Antonio Genovesi e Ferdinando Galiani. E fu proprio Intieri a permettere a Genovesi di accedere alla prima cattedra universitaria europea di Economia politica creata in anni in cui l'economia si stava trasformando per la prima Rivoluzione industriale, modificando drasticamente gli assetti politici degli Stati.

TRA DUE FUOCHI. A confrontarsi a Napoli erano due scuole di pensiero. La prima era la corrente più utopistica: composta da Francescantonio Grimaldi, Gaetano Filangieri, Francesco Mario Pagano e tanti altri, diede vita a un'ideologia contraria al feudalesimo, simbolo di un modello da superare, animata dai principi di liberté ed egalité e orientata a porre in termini filosofici, giuridici ed economici il problema mai risolto dell'uguaglianza sociale contro i privilegi baronali ed ecclesiastici. La seconda era la "scuola genovesiana" ispirata alle idee di Antonio Genovesi. Il filosofo ed economista, in linea con i nuovi valori illuministi, riteneva che il benessere fosse figlio della cultura, e dell'istruzione.

Più scuola per tutti. Per questo fu il primo docente universitario a impartire le sue lezioni in italiano invece che in latino e a promuovere scuole che garantissero un buon livello di educazione ad ampi strati della popolazione. «Il modello per tutti questi intellettuali era la monarchia costituzionale inglese, il centro del loro pensiero, il dibattito sui diritti dell'uomo.

Ma non solo. Animati dal desiderio di trasformare il Regno di Napoli in un centro internazionale capace di tener testa alle altre grandi monarchie, questi pensatori proposero anche una riforma del sistema militare, garantendo a Napoli una grande flotta, capace di competere sui mari con quella inglese guidata dall'ammiraglio Nelson», precisa Ferrone.

La piccola parigi. Alla rinascita culturale seguì un folgorante rinnovamento artistico. Prima che iniziassero gli scavi a Pompei (1748), Carlo III volle il Teatro San Carlo (1737). "Gli occhi sono abbagliati, l'anima rapita. […] Non c'è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea", dirà meno di un secolo dopo lo scrittore francese Stendhal nel vederlo. Furono poi edificate le regge di Portici e di Capodimonte, infine quella di Caserta, la "Versailles del Sud".

SCOPPIA LA RIVOLUZIONE. L'epilogo della spinta riformatrice fu l'esperienza della Repubblica napoletana (1799). Sull'onda lunga della Rivoluzione francese, a dieci anni di distanza, mentre Napoleone dal Nord Italia (1796-7) alimentava le speranze dei suoi simpatizzanti, i cosiddetti giacobini del Sud, a Napoli prese vita il sogno di una repubblica laica, moderna e liberale. Quando fu proclamata, sul trono del regno non c'era più Carlo III, ma Ferdinando IV suo successore. Il re, temendo di fare la tragica fine del "cugino francese" Luigi XVI, scappò in Sicilia, a Palermo.

Delusione. Le aspettative dei rivoluzionari furono però disattese. Una controffensiva, guidata dall'Esercito della Santa fede del cardinale Fabrizio Ruffo e supportata dall'artiglieria inglese, qualche mese dopo riportò l'"ordine" con le maniere forti. Molti degli ideologi che avevano partecipato alla stagione riformatrice, fra cui lo stesso Mario Pagano, finirono uccisi. E al ritorno del re, la monarchia volle dare un segnale lampante di restaurazione.

Occasione mancata. Ferdinando IV diede così il via ai processi contro i repubblicani: su circa 8mila prigionieri, 124 vennero mandati a morte (solo 6 furono i graziati), 222 condannati all'ergastolo, 322 a pene minori, 288 alla deportazione e 67 all'esilio. Era la fine del risveglio liberale e democratico. L'età eroica dell'Illuminismo napoletano poteva dirsi, suo malgrado, conclusa. Archiviata come una grande e feconda occasione mancata.

23 gennaio 2024 Focus.it
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