Quando la guerra fa ammalare mente e corpo

La Prima guerra mondiale fu anche un tragico esperimento naturale: durante il conflitto la psichiatria moderna acquisì per la prima volta l'idea che lo stress della guerra poteva arrivare a fare impazzire i soldati.

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Soldati in trincea durante la Prima guerra mondiale. |

Gli inglesi l'hanno chiamata shellshock, da noi era il vento degli obici: era la malattia nata sui campi di battaglia e nelle trincee della Prima guerra mondiale. I soldati colpiti dalla sindrome misteriosa avevano una varietà di sintomi: palpitazioni, tremori, paralisi o tremori in tutto il corpo, incubi, insonnia; a volte smettevano di parlare. Alcuni sembravano perdere il senno per sempre, altri recuperavano dopo un periodo di riposo. In occasione del centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale, la rivista Lancet dedica un articolo a ricostruire la storia di come nacque la consapevolezza che la guerra può fare ammalare e perfino fare impazzire gli uomini.

 

Esplosioni. L’articolo prende in considerazione soprattutto il caso dell’Inghilterra, ma non erano solo i soldati inglesi a soffrire di una forma di neurastenia o "esaurimento di origine sconosciuta". La strana sindrome che metteva ko i militari era diffusa su tutti i fronti. Furono ipotizzate varie cause. La prima idea fu che si trattasse di un disturbo organico, causato dai danni fisici al cervello provocati dalla deflagrazione degli ordigni. Si pensava che lo spostamento d’aria dell’esplosione, anche senza arrivare a uccidere, potesse comunque fare danni al cervello. Ma presto fu chiaro che non era così.

 

Escluse le cause organiche, già durante la guerra i medici cominciarono a interrogarsi su altre possibilità, quelle psicologiche prima di tutto. Prevalse all’inizio l’idea che nei soldati che manifestavano il disturbo ci fosse una vulnerabilità di fondo, che la durezza della guerra e delle condizioni al fronte faceva deflagrare. Ma in tutti i paesi coinvolti, i medici furono ben presto costretti ad ammettere che la guerra faceva apparentemente ammalare o impazzire anche persone di cui non si era registrata nessuna particolare predisposizione o tara ereditaria. La guerra di per sé sembrava poter essere causa di malattie.

 

Cure mentali al fronte. Gli psichiatri dovettero cominciare a occuparsi di quel disturbo, come racconta questo articolo. Vennero istituiti ospedali vicino al fronte per accogliere non solo i feriti nel corpo, ma anche quelli nella mente (40mila in Italia, secondo le stime, probabilmente per difetto), che talvolta venivano curati e rispediti al fronte, talvolta andavano a finire in manicomio, se i sintomi sembravano troppo strani o gravi per poter essere gestiti negli ospedali.

 

Dopo la sconfitta di Caporetto, ci fu una specie di epidemia di soldati impazziti, come in Inghilterra dopo la battaglia della Somme, una delle più sanguinose della Prima guerra mondiale. La preoccupazione principale, nella maggior parte dei paesi interessati, era che l’impazzimento dei soldati sfoltisse troppo le file dei combattenti. Tra gli psichiatri prevalse l’idea che in molti casi si trattasse di simulazione, e ne nacque una specie di ossessione per cercare di smascherare chi fingeva i sintomi (una sezione del Museo di storia della psichiatria a Reggio Emilia è dedicata alla Prima guerra mondiale).

 

Esperimenti naturali. Lo shellshock era una manifestazione di quello che oggi viene chiamato “disturbo post-traumatico da stress”, il cui riconoscimento formale in psichiatria è avvenuto solo nel 1980, proprio in seguito allo studio dei reduci di guerra. Anche se le analogie sono ovvie, gli autori dell’articolo su Lancet sottolineano le peculiarità del disturbo dei soldati nella Prima guerra mondiale: uomini condannati a portare occhiali scuri a vita perché non sopportavano più la luce, tachicardia inspiegabile vita natural durante. Come le altre guerre, anche il primo conflitto mondiale fu un vasto e tragico esperimento umano sullo stress con caratteristiche uniche.

 

Immagini di guerra

 

7 novembre 2014 | Chiara Palmerini