Quando compiere massacri era ritenuto un merito

Oggi è un crimine contro l'umanità, ma in passato la strage era persino una ragione di vanto.

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Il massacro degli innocenti, di Paul Rubens (1611-12).|Rubens/WikiMedia

Durante il conflitto nella ex Jugoslavia (1991-95) a Srebrenica morirono oltre 8.000 bosniaci musulmani. Circa il doppio dei civili uccisi nella strage di San Bartolomeo, quasi 5 secoli prima (1572), quando i cattolici francesi uccisero circa quattromila protestanti ugonotti in una sola notte.

 

Che cosa fa la differenza nel giudicare un crimine? È solo per il numero di morti che definiamo Srebrenica un genocidio, mentre quello francese "solo" un massacro?

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Strage della notte di San Bartolomeo in un dipinto del XVI secolo. | Francois Dubois/WikiMedia

Genocidio. «Srebrenica è stato qualificato come genocidio dalla Corte internazionale di giustizia perché è stato possibile dimostrare che dietro la strage c'era l'intenzione di sterminare in tutto o in parte la popolazione bosniaca di religione musulmana. Al tempo degli ugonotti, invece, non c'era il diritto internazionale, né esisteva il concetto di crimine di guerra o contro l'umanità», spiega Paolo Palchetti, docente di diritto internazionale all'unversità di Macerata.

 

Se ne parlò per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale, durante il Processo di Norimberga (1945-46) contro i gerarchi nazisti, per definire quello che in passato si chiamava genericamente eccidio.

 

Tanti morti, tanto onore. Prima di essere socialmente (oltre che giuridicamente) condannato, il massacro era però giudicato in tutt'altro modo. Un esempio: lo sterminio dei Proci da parte di Ulisse, descritto nell'Odissea, fu narrato come un episodio del tutto normale e non suscitò alcuno scandalo. Un altro esempio: per un re sumero del II millennio a.C. il delitto collettivo suggellava addirittura la potenza dello Stato vincitore - maggiore era il numero dei morti, più grande era il suo trionfo.

 

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Nell'illustrazione, il condottiero spagnolo Hernán Cortés con l'imperatore azteco Montezuma, nel 1519. Non sappiamo il numero esatto dei civili massacrati perché non fu mai fatto un censimento della popolazione. | Contrasto/Lebrecht Music & Arts

Tutti figli di Dio. Fu con la diffusione del cristianesimo che le cose iniziarono a cambiare. A rivoluzionare la sensibilità comune fu l'affermarsi del concetto di persona, un'entità degna di rispetto perché figlia di Dio, premessa della più moderna e laica idea dei diritti umani.

 

Eppure la questione è controversa: molti storici mettono in luce come la Chiesa non sempre esercitò la stessa intransigenza nel punire i massacri, specie quelli di "infedeli", tanto che durante gran parte del Medioevo il diritto canonico rimase sordo agli eccidi commessi contro musulmani, pagani ed eretici.

 

Su una cosa però oggi tutti convengono: dovettero passare diversi secoli prima che il concetto di "diritti umani" si affermasse come un valore universale. A contribuire in modo decisivo alla causa fu il filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant (1724-1804), che non a caso scrisse "l'uomo non può mai essere trattato dall'uomo come un semplice mezzo, ma sempre anche come un fine".

Crisi dell'illuminismo? Si affermava un principio universale, quello dei diritti degli individui, sacri e inviolabili, tra cui il diritto alla vita. Correva il secolo XVIII. Da allora non sono mancati nuovi crimini, nuovi massacri e, nel corso del Novecento (ma non solo), tragici genocidi.

 

Questo significa il fallimento delle buone intenzioni dei filosofi illuministi? Non esattamente. Quello che i filosofi del Settecento determinarono fu infatti un nuovo modo di leggere la realtà, una nuova chiave di lettura da cui non fu più possibile prescindere: l'espressione "crimine contro l'umanità" non a caso è debitrice proprio di quelle loro "illuminate" riflessioni.

12 Ottobre 2018 | Giuliana Rotondi