Storia

Proibizionismo negli Usa: vietare la vendita di alcolici fu un esperimento fallimentare

Il 5 dicembre 1933 gli Stati Uniti brindavano alla fine del Proibizionismo. Per più di 15 anni fu vietata la vendita di alcol: una legge che non ridusse la piaga dell'alcolismo, ma arricchì i contrabbandieri e favorì la corruzione.

Alle ore 17.27 del 5 dicembre 1933 gli Usa brindavano alla fine del Proibizionismo. Per quasi un quindici anni negli Stati Uniti fu vietata la vendita di alcol. Una decisione che non limitò il consumo, ma favorì gangster e corrotti. Ripercorriamo le tappe che portarono all'entrata in vigore del Proibizionismo attraverso l'articolo "Astemi per legge" di Gian Domenico Iachini, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Il 5 dicembre 1933 negli Stati Uniti si festeggiava con un brindisi molto speciale: dal momento che il "nobile esperimento", come lo aveva definito una consistente parte del Paese, era miseramente fallito, migliaia di americani potevano alzare finalmente i calici (e soprattutto gustarne  il contenuto) alla luce del sole, inneggiando alla fine della detestata (e deleteria) politica del proibizionismo. Entrato in vigore il 17 gennaio 1920, anche se  il presidente Thomas Woodrow Wilson non era d'accordo, il divieto di produrre, vendere e trasportare (ma non di consumare) alcolici entrò nella Costituzione. Per oltre un decennio il divieto di bere ebbe lo stesso status riservato alla libertà di espressione o all'abolizione della schiavitù.

I giornali salutarono con ottimismo l'imminente scomparsa dell'alcol dalla vita sociale, e il corrispondente di una testata inglese si rallegrò per la chiusura di migliaia di squallidi locali e la coincidente apertura di ben più salutari  gelaterie e pasticcerie (l'epidemia di obesità era ancora lontana). In realtà quelle gelaterie non erano un segno di repentino cambiamento di abitudini, come riteneva l'ingenuo giornalista, ma delle nuove "coperture", le facciate dietro le quali prese subito piede lo spaccio clandestino di alcolici.

La piaga dell'alcolismo. Del resto, l'abitudine ad alzare un po' troppo il  gomito era diffusa tra gli americani da parecchio tempo. Già in epoca coloniale l'alcol aveva assunto un peso persino nel dibattito politico, come ricorda lo studioso Peter Thompson nel suo Rum, Punch & Revolution. Non solo era un elemento naturalmente presente nella vita quotidiana, ma quasi tutti bevevano, uomini e donne, e senza tante distinzioni d'età. In molte città la campana delle 11 del mattino e poi delle 4 del pomeriggio segnava il cosiddetto grog time, la "pausa alcolica" dei lavoratori.

Ma insieme agli appassionati bevitori erano cresciuti in maniera esponenziale anche gli oppositori, ovvero coloro che ritenevano che l'alcol fosse talmente nocivo per la popolazione che doveva essere proibito (i cosiddetti dry, cioè "asciutti"). Alla metà dell'800 i progressi fatti dai sostenitori del proibizionismo erano però andati perduti con la Guerra civile e la diffusa abitudine al bere tra i militari.

Luoghi di perdizione. Le città in espansione diventarono i principali campi di battaglia per gli interessi dei wet ("umidi"),  gli antiproibizionisti, anche perché le loro strade brulicavano di  locali per la vendita, i saloon, bollati dai benpensanti come i "club del povero". Nel 1890, New York contava circa 7.500 locali di questo tipo, mentre a livello nazionale le stime registravano una crescita da 100mila a 300mila saloon tra il 1870 e il 1900. Il loro radicamento, agli occhi dei sostenitori della riforma, era la forza più distruttiva presente nella vita americana e dal 1895 la combattiva Anti-Saloon League si impegnò nel portare la campagna nella vita politica nazionale. Nomi eccellenti come John D. Rockefeller e Henry Ford  vi aderirono, versando enormi somme di denaro. 

Tolleranza zero. I proibizionisti predominavano nelle regioni agricole, dove le diverse Chiese, in particolare la battista e la metodista, sostenevano organismi come il Partito proibizionista, fondato nel 1869, e l'Unione delle donne cristiane per  la temperanza, nata nel 1874. Nel combattere la corruzione urbana in generale, le donne – che ancora non avevano conquistato il diritto di voto – affiancarono anche un'altra battaglia: quella per il suffragio universale, che a cavallo tra Ottocento e Novecento raggiunse la sua massima intensità. 

Nel frattempo per i proibizionisti arrivavano i primi successi dalle zone rurali: lo Stato dell'Iowa e i due Dakota si schierarono con il Maine, il New Hampshire, il Vermont e il  Kansas, che erano già dry. Anche altrove si adottarono norme  restrittive, ma era difficile farle rispettare, al punto tale che il consumo pro capite genera le di alcol tra il 1860 e il 1900 quasi triplicò. Con l'inizio del  XX secolo il movimento in favore della temperanza formalmente registrava nuovi progressi al Sud e all'Ovest, ma le città rimanevano le roccaforti wet, e per farle capitolare prese forza l'idea che fosse necessaria una modifica costituzionale. 

Economia di guerra. La Prima guerra mondiale offrì l'occasione per raggiungere un obiettivo solo pochi anni prima impensabile. Più che dalla crescente minaccia degli automobilisti ubriachi, infatti, i proibizionisti furono favoriti dal bisogno di conservare i cereali per le esigenze di guerra, che spinse il Congresso a  vietare l'uso di prodotti alimentari per la distillazione. Si aggiunse anche il sentimento patriottico, visto che birrerie e distillerie erano di proprietà soprattutto di cittadini di origine tedesca. Alla fine solo il Connecticut e il Rhode Island non approvarono il 18° Emendamento, che entrò in vigore a un anno dalla ratifica dei singoli Stati con il Volstead Act, dal nome del deputato repubblicano promotore della legge.

La legge ebbe anche un "effetto collaterale" a favore delle donne: il riconoscimento del loro ruolo nei  movimenti per la temperanza, insieme ai servizi resi al Paese durante la guerra, favorirono le battaglie per il suffragio universale. E anche la conquista dell'emendamento costituzionale nell'agosto del 1920, che sanciva il diritto di voto alle donne. 

Effetto paradosso. "L'era della mente chiara e della vita pulita", come aveva salutato il proibizionismo con entusiasmo la Lega antialcolica, paradossalmente si rivelò il periodo della storia americana in cui si bevve di più. Come dirà Groucho Marx in una battuta: "Sono stato astemio fino al proibizionismo". «La nuova legge», scrive Kenneth Allsop nel libro L'impero dei gangster (Odoya 2012), «trasformò milioni di americani fino ad allora non dediti all'alcol in intossicati ribelli, fabbricanti di birra a domicilio, fautori della fiaschetta piatta da portarsi nella tasca posteriore dei pantaloni».

La sera precedente l'entrata in vigore, mentre molti facevano le ultime scorte, a Chicago una banda armata rapinava un carico di whisky, inaugurando l'era dei gangster e il dilagare di una delinquenza senza precedenti, poi celebrata da tanto cinema e letteratura. Milioni di americani avrebbero continuato a bere pagando molto più di prima per un prodotto spesso di pessima qualità, che tra  l'altro sarà causa di gravi malattie e migliaia di decessi.

Il gusto del proibito. Una volta entrata in vigore la legge, in alcuni Stati fioccarono condanne ad anni di galera per distillazione o consumo recidivo, mentre in altri, grazie anche al fascino del proibito, l'alcol divenne addirittura di moda, in particolare nelle città più tolleranti o storicamente contrarie alla legge. La pasticceria divenne una delle tante facciate dietro le quali si vendevano alcolici, così come accadeva per caffè e ristoranti di vario tipo. Già noto negli Stati dry, lo speakeasy fu il bar clandestino dei ruggenti Anni '20, dove uomini e donne di diversa estrazione sociale passavano la serata a bere ascoltando musica jazz, correndo magari il rischio di pestare i piedi al gangster sbagliato.

In uno speakeasy si entrava solo dopo un rapido esame fatto dall'uomo allo spioncino di un'entrata clandestina, in genere sul retro di un bar o di un ristorante. A New York, dove c'erano 15mila bar, aprirono 32mila speakeasy. Nella sola Chicago, nel 1930 la polizia federale ne aveva individuati almeno 10mila. Mentre i sostenitori della legge si erano affrettati a dichiarare la piaga del bicchiere prossima alla fine, in un anno  le entrate dei trafficanti di alcol erano arrivate ai quattro miliardi di dollari.

La più grande industria d'America.

Proibizionismo - Vendita birra
Distributori di birra a Cleveland, in Ohio, nel 1933, prima della legalizzazione dell’alcol. © Everett Collection / Shutterstock

Chi si arricchì? Il contrabbando fece ricchi e potenti i gangster, che con le loro bande si lasciarono dietro lunghissime scie di sangue e violenza, oltre che un preoccupante livello di corruzione nella politica locale, nella magistratura e nelle forze di polizia. Chicago divenne in breve tempo nota come la città di Al Capone, per  quanto secondo più di uno storico in definitiva erano i politici a  sfruttare la criminalità organizzata. Nei primi anni Trenta, il proibizionismo aveva dimostrato tutto il suo fallimento con costi sociali altissimi, tra i quali le mancate entrate in tasse per miliardi di dollari nel pieno della più pesante crisi economica nella storia del Paese. 

Più birra per tutti. Il presidente Herbert Hoover lo elogiò come un "grande esperimento sociale ed economico", ma quando nel 1932 si ripresentò alle elezioni il favore popolare andò al programma democratico di Franklin Delano Roosevelt, a sostegno del New Deal e dell'abrogazione del 18° Emendamento, con il motto: "Una nuova era, e una birra per ciascuno". Il proibizionismo morì ufficialmente con festeggiamenti durati fino all'alba, il 5 dicembre 1933: come scrisse quel giorno il Tribune di Chicago, si tornava finalmente a bere "liquori legalmente autorizzati dopo un intervallo di 14 anni, 5 mesi e 5 giorni di assassinii al mitra, corruzione e bevande avvelenate".

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

5 dicembre 2022 Paola Panigas
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