Storia

Perché i filosofi del passato assumevano droghe? Platone, per esempio...

Un tempo, i pensatori non assumevano droghe solo per raggiungere visioni mistiche e favorire la creatività, ma anche per curare diverse patologie di cui soffrivano. Sottovalutando i danni della dipendenza.

I filosofi non erano tutti algidi pensatori razionali. Alcuni hanno avuto una vita spericolata, costellata dall'uso (e abuso) di stupefacenti. Nietzsche predicava il Superuomo ma si ingozzava di narcotici per lenire le sue ischemie. Freud avrà pure esplorato le profondità dell'anima ma era un cocainomane compulsivo. Sartre era così "dopato" che si vedeva inseguito da granchi giganti. Per non parlare di Platone che partecipava a riti mistici bevendo un cocktail allucinogeno. Dunque i filosofi come certe rockstar maledette?

«Siamo abituati a vederli come santi laici, che si affidano solo al lume della ragione, mentre erano pur sempre umani, con le loro debolezze e irrazionalità», dice Alessandro Paolucci, che nel saggio Storia stupefacente della filosofia (Il Saggiatore) ha raccontatato la vita di otto filosofi che hanno usato le sostanze psichedeliche per i motivi più diversi: dal misticismo alla creatività, dall'indagine sulla conoscenza umana alla cura per alcune patologie, con esiti disastrosi. Per buona parte della storia, del resto, le droghe non sono state percepite come "paradisi artificiali" ma come farmaci speciali, sottovalutando in modo clamoroso la dipendenza e i danni arrecati alla salute.

Le visioni di Platone. Partiamo da uno dei padri del pensiero occidentale, il greco Platone. La sua filosofia, che esaltava il valore del Mondo delle Idee rispetto alla fallacità dei sensi, aveva in realtà una radice mistica: i misteri eleusini, nei quali i partecipanti ricevevano un'anticipazione dell'Aldilà. Oltre a digiuni, pellegrinaggi e danze, durante i riti i partecipanti bevevano il ciceone, una bevanda a base di cereali. Secondo gli storici, quei cereali erano contaminati da una muffa parassita, la Claviceps paspali, che ha una potenza pari a 1/20 dell'Lsd.

E così i passi del Fedone, in cui Platone descrive la conoscenza delle Idee, vanno visti in una luce diversa: Perfette, semplici, immutabili e beate erano le visioni che contemplavamo in una luce pura. Non esercizio filosofico, ma mistica artificiale: il trip psichedelico permetteva all'anima di ricongiungersi al Mondo delle Idee superando le illusioni dei sensi. Platone non fu l'unico intellettuale della Grecia antica iniziato ai misteri eleusini: nell'elenco ci sono Plutarco, Eschilo, Pindaro ed Euripide. 

I calmanti di Marco Aurelio. Secoli dopo, invece, l'imperatore e filosofo Marco Aurelio beveva ogni sera un intruglio di erbe officinali, la teriaca. La pozione era stata inventata da Crautea, medico di Mitridate, sovrano del Ponto, ossessionato dal timore di essere avvelenato com'era capitato a suo padre.

Mitridate aveva chiesto a Crautea di renderlo immune a tutti i veleni: la teriaca conteneva una quarantina di ingredienti (zafferano, zenzero, anice, incenso, e molti altri) macerati nel vino e nel miele, con l'aggiunta di carne di vipera cotta: se la vipera vive a contatto con il proprio veleno senza essere uccisa, pensavano gli antichi, la sua carne deve contenere un antidoto.

Nella pozione c'era anche oppio invecchiato, che aveva effetto soporifero: questo garantiva a Marco Aurelio, insonne e ipocondriaco, di dormire la notte, superando lo stress dei complotti di corte. L'imperturbabilità che predicava in filosofia, insomma, non era naturale.

Freud, un cocainomane. Col passare dei secoli, la scoperta di nuove sostanze psicotrope influenzò i pensatori. A partire da Sigmund Freud, che sulla cocaina voleva fondare la propria carriera scientifica. Nel 1883, un medico dell'esercito tedesco, Theodor Aschenbrandt, aveva inviato una partita di coca ai soldati della Baviera, notando che aiutava a sopportare la fatica e la fame. Freud volle approfondire gli effetti di questa sostanza, entusiasmato dalla propria esperienza: Nella mia ultima depressione, scriveva nel 1884, ho preso di nuovo la coca, e una piccola dose mi ha portato alle stelle in modo fantastico.

Per il padre della psicoanalisi la coca era come la pozione di Asterix: avrebbe potuto curare ansia, depressione, disturbi alimentari, isteria, asma. Ma l'entusiasmo del consumatore gli fece fare un clamoroso errore di valutazione scientifica. Si mise in testa di curare con la coca il dottor Ernst von Fleischl-Marxow dipendente dalla morfina, che usava per curare i dolori cronici a un dito amputato. Ma una tossicodipendenza non si cura con un'altra dipendenza, e ben presto Fleischel iniziò ad avere allucinazioni fino alla morte.

Freud comprese di aver sbagliato, ma non smise di sniffare. E la polvere bianca potrebbe aver avuto un ruolo anche nella sua attività clinica: i suoi pazienti gli raccontavano gli episodi più imbarazzanti della propria vita sessuale in un'epoca in cui farlo con uno psicologo era a dir poco insolito; forse, ipotizza Paolucci, «Freud dava ai pazienti una piccola dose di coca per far loro superare l'imbarazzo?».

Gli analgesici di Nietzsche. Diverso il caso di Friedrich Nietzsche, che si imbottiva di narcotici per curare piccole ischemie delle arterie cerebrali che gli causavano dolori insopportabili. Così utilizzava tutte le sostanze disponibili: bromuro di potassio (calmante), atropina per i dolori agli occhi (allucinogeno), chinino (tossico), idrato di cloralio (sedativo pesante), tintura di hashish e soprattutto oppio: Io sono un semialienato afflitto da emicranie, cui la lunga solitudine ha del tutto sconvolto il cervello. Arrivo a questa valutazione ragionevole della situazione dopo aver preso – per disperazione – una dose enorme di oppio. Ma invece di perdere per questo l'intelletto, sembra che lo stia finalmente riacquistando.

In questa lettera Nietzsche si riferisce al laudano, un composto a base di alcol e oppio. E così, dopato dai sedativi, alternando sbalzi d'umore e dolori, Nietzsche scrisse le sue opere principali. E il suo stile aforistico e frammentario fu una scelta stilistica obbligata, dato che le sue malattie non gli consentivano di scrivere a lungo. Tutta la sua filosofia è un invito a prendere di petto la durezza della vita, accettandola senza illusioni. Ma lui ci riuscì solo con "l'aiutino" della chimica.

Nel 20° secolo le droghe vecchie e nuove sono diventate per alcuni filosofi un laboratorio di studio sul funzionamento della mente: Walter Benjamin considerava l'hashish uno strumento per una "illuminazione profana", Michel Foucault viveva le droghe come un modo per uscire dai limiti della natura e dalla gabbia repressiva del potere. Ed Ernst Jünger provò un'ampia gamma di sostanze: Lsd, fenmetrazina, niopo (pianta psicotropa del Sud America), psilocibina, ecstasy.

Sartre: anfetamine. Il più spericolato, però, fu il padre dell'esistenzialismo, JeanPaul Sartre. Per mantenere i suoi ritmi di lavoro febbrili, faceva scorta di Corydrane, un farmaco "tonificante" in voga negli anni '50: le compresse contenevano 500 mg di aspirina e 7 mg di anfetamina. Arrivava a "calarsi" 20 compresse al giorno, pari a 140 mg di anfetamina: una dose da cavallo. Per scrivere la Critica della ragion dialettica, che conciliava socialismo e libertà, Sartre lavorava 10 ore al giorno, masticando pastiglie di Corydrane, alla fine ne prendevo 20 al giorno, scrive. Le anfetamine mi davano una rapidità di pensiero e di scrittura almeno tripla rispetto al mio ritmo normale. Scrivere in filosofia consisteva tutto sommato nell'analizzare le mie idee, e un tubetto di Corydrane significava: queste idee verranno analizzate nei prossimi due giorni.

Cibo per la mente, ma pagato a caro prezzo: per dormire, Sartre doveva ricorrere ai sonniferi, ma per decenni non riuscì a dormire più di 4 ore a notte. Sartre provò anche la mescalina: sotto i suoi effetti vide ombrelli-avvoltoi, scarpe-scheletri, facce mostruose. E le allucinazioni continuarono a perseguitarlo anche dopo il trip: diceva di essere inseguito da granchi giganti. Non a caso nella Nausea racconta l'impossibilità del protagonista di distinguere fra realtà e allucinazioni. Per molto tempo Sartre dovette convivere con queste visioni: Parlavo abitualmente con i granchi quando camminavo e loro mi stavano a lato. Dopo qualche tempo iniziai a ignorarli, e un po' per volta se ne andarono.

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Tratto da Focus 356 (giugno 2022), disponibile sempre anche in formato digitale. Leggi anche il nuovo Focus in edicola!

8 luglio 2022 Vito Tartamella
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