Come si insultavano gli antichi?

Senza parolacce, non ci sarebbe la civiltà: lanciarsi "male parole" è infatti una valida alternativa al lancio delle pietre! Ma quali parolacce usavano gli antichi?

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Una rappresentazione di Priapo che si trova a Pompei. Da questa divinità viene il nome del priapismo, la malattia nella quale il pene resta sempre dolorosamente eretto, senza che si provi piacere.

Da quanto l'uomo è venuto al mondo, ha cercato espressioni efficaci - le cosiddette parolacce - per esprimere rabbia e sdegno. Se è molto probabile che già nella Preistoria i nostri antenati tirassero "accidenti" quando si facevano male o litigavano con qualcuno, è certo che dagli Antichi Egizi in poi il turpiloquio fu sdoganato, come testimoniano i reperti che ci sono pervenuti. Ma cosa urlavano gli antichi quando perdevano la pazienza e quali parolacce avevano nel loro vocabolario?

 

bestemmie egiziane. Gli Egizi nel III-II millennio a.C. bestemmiavano già senza ritegno. Almeno stando all’interpretazione di alcuni geroglifici e papiri, in cui Nefti, la dea dell’oltretomba, era definita una “femmina senza vulva”, il dio Thot un essere “privo di madre” e Ra, il dio Sole “con la cappella vuota”. I reperti che ci sono pervenuti però sono ancora troppo pochi per ricostruire l'arte della parolaccia del popolo del Nilo.

Greci. Abbiamo molte più informazioni invece sugli antichi Greci. Loro a differenza degli Egizi preferivano non scherzare con gli dei. In compenso imprecavano  “per l’aglio”, “per il cane” e “per la capra”! Il filosofo Pitagora (VI secolo a.C.) credendo che i numeri fossero a fondamento della realtà imprecava addirittura con i numeri. Se si arrabbiava, si dice che gridasse: "Per il numero 4!". 

 

Quanto a turpiloquio poi erano maestri: il poeta Archiloco già nel VII secolo a.C. scriveva versi in rima (i cosiddetti "giambi"). E all'occorrenza non andava per il sottile:

"Il suo cazzo (...) come quello di un asino di Priene
stallone gonfio di cibo eiaculava
"

scrisse. Lui che era capace di raggiungere anche sublimi vette di lirismo. Come in questo giambo:

"Cuore, o cuore, sballottato da insolubili dolori,
rialzati, resisti contro chi ti tratta male, opponi
il petto, piazzato accanto alle tane dei nemici
con tenaciaː e, se vinci, non ti rallegrare assai,
o, se perdi, non crollare, messoti a lutto in casa,
ma rallegrati per i beni e per i mali soffri
non troppoː ammetti come questo ritmo è della vita
".
Ai Greci risale la prima barzelletta con parolaccia di cui abbiamo una traccia. Si trova nel Philogelos, un’antologia di barzellette in greco del IV secolo d.C.
Nell'immagine, un antico vaso greco rappresenta una prostituta mentre fa pipì.

Alla romana. Gli antichi latini non erano meno pudichi dei Greci. Nel loro vocabolario si trovano termini come stercus (merda), mentula (membro maschile), futuere (fottere), meretrix (prostituta) e scortum (sgualdrina). Tutte espressioni comparse anche sui graffiti dei muri di Pompei.

 

Come un autogrill. Leggere i graffiti di Pompei è un po' come leggere le frasi scritte in un bagno all'autogrill: si va da "Appollinare, medico di Tito, in questo bagno egregiamente cagò" a un altrettanto entusiastico "Che gioia inculare!". Ma si può trovare anche un "memorabile" commiato: "Piangete ragazze, il mio cazzo vi ha abbandonato. Ora incula i culi. Fica superba addio!"

Ma quando proprio si indispettivano, come esprimevano la loro rabbia? Solitamente davano al nemico del “sannita” . I fondatori dell’Urbe, infatti, consideravano questi italici, che si erano opposti strenuamente alle loro legioni, montani, agrestes e latrones, cioè “montanari”, “rozzi” e “briganti”. "Sporco sannita" poteva insomma essere un insulto della peggior specie.

I muri di Pompei sono ricchi di scritte volgari. Gli antichi romani erano soliti scrivere sugli intonaci dei muri all'aperto, ma anche nelle case private, nei locali pubblici, nelle scuole, nelle osterie e nei lupanari di Roma.

parolacce d'autore. Le parolacce in alcuni casi, come già in Archiloco, erano anche messe nero su bianco. Lo fece in Grecia il commediografo Aristofane (V secolo a.C.), inventore di offese capaci di suscitare grande ilarità tra il pubblico. Il suo scopo era infatti attaccare i governanti con un linguaggio volutamente "basso" per farsi capire dal popolo.

 

Lo stesso che fece secoli dopo il poeta latino Marziale (I secolo d.C.) che si divertì a irridere l'oziosa vita della metropoli romana. Per farlo raccontava aneddoti che avevano come protagonisti uomini impotenti o donne corrotte, con l'obiettivo di mettere a nudo la "bassezza" umana.

 

Lo stile che gli risultò più efficace erano gli epigrammi, versi composti da frasi brevi e taglienti, come questo: “La merda Basso, la fai in un vaso d'oro - e non ti vergogni, tu./ Il vino lo versi nel vetro. Dunque la tua merda vale di più”.

 

Ma questo forse, a scuola, non ve l'hanno fatto tradurre.

Fili de pute è la più antica parolaccia in italiano volgare (volgare, in tutti i sensi) e risale alla fine del XI secolo. Si trova nella basilica di San Clemente in Laterano ed è scritta su un affresco che illustra la vita di papa Clemente. Vi risparmiamo l’intuibile traduzione, prova che - oggi come nel Medioevo - le parolacce e le offese che tirano in ballo la famiglia sono ed erano molto diffusi. Qualche esempio? “figlio di uno traditore”, “figlio di prete” o, ancora peggio, “figlio di prevetessa”, cioè dell’amante del prete.

Medioevo triviale. I medioevali, razzisti e classisti, consideravano offensivo il termine “villano”, che indicava l’abitante della campagna, proprio com’era offensivo per i Romani dare del “sannita” a qualcuno. Non solo la provenienza, anche le professioni e il cibo più umile originavano termini sprezzanti per ogni occasione: i siciliani del Trecento erano mangiamaccarruna, i napoletani mangiafoglia (di cavolo). E nello stesso periodo si poteva squalificare un avversario dandogli del votacessi o dello “scardatore di castagne di villa”.

 

Nei comuni medioevali divisi in fazioni e perennemente in lotta fra loro era facile offendere qualcuno in base al suo schieramento: a mal ghibellino cacato si poteva rispondere con sozzo guelfo traditore, ma anche con “fiorentino marcio” o, all’occorrenza geografica, con “sozzi marchisani” o “sozza romagnola”.

 

Insomma, è evidente che gli uomini del passato offendevano e dicevano parolacce per sfogare rabbia, odio, indignazione o frustrazione, o, secondo alcuni antropologi, per provocare la reazione fisica dell’avversario.

 

Per saperne di più

La vera "bibbia" delle parolacce è il libro Parolacce di Vito Tartamella, giornalista di Focus, da cui sono state tratte le informazioni di questo articolo. Il volume si può anche acquistare online.

14 Novembre 2017 | Giuliana Rotondi