Il Nobel per la Pace 2018 a Denis Mukwege e Nadia Murad

Il riconoscimento all'impegno contro la violenza sessuale usata come arma sistematica di guerra: premiati un medico in prima linea nel Congo e una donna simbolo degli abusi dell'ISIS sugli Yazidi.

reu_rts248f6_web
Nadia Murad e Denis Mukwege.|REUTERS/Lucas Jackson/Vincent Kessler/File photos

Il Nobel per la Pace 2018 è stato conferito a Denis Mukwege e Nadia Murad per l'impegno speso nel contrastare la violenza sessuale negli scenari di guerra. Mukwege, medico, e Murad, giovane donna che ha subito in prima persona questo tipo di abusi, sono entrambi in modo diverso in prima linea nell'aiutare le vittime di questi ulteriosi crimini e nel dare visibilità a uno dei risvolti più odiosi e comuni dei conflitti: la violenza sessuale è infatti sistematicamente usata come strategia militare e arma di sottomissione delle minoranze.

 

Violate. Denis Mukwege ha trascorso gran parte della propria vita di ginecologo e chirurgo ad aiutare le vittime di abusi sessuali nella Repubblica Democratica del Congo, la maggior parte dei quali perpetrati nel corso della guerra civile intermittente che da anni interessa il Paese, e nella quale sono morte oltre sei milioni di persone.

 

Dal 2008, nell'ospedale di Bukavu, Mukwege e il suo staff hanno curato migliaia di donne vittime di stupro: una barbarie che soltanto nel 2017 ha interessato 15 mila giovani, segnandone irrimediabilmente la condizione sociale. Oltre a dover sopportare danni spesso permanenti, le vittime vengono spesso considerate colpevoli delle violenze subite, ripudiate e allontanate dalla famiglia, mentre i loro aguzzini rimangono spesso impuniti.

 

Mukwege ha ripetutamente condannato il governo congolese e le altre nazioni per il silenzio su queste atrocità. "La giustizia è affare di tutti" è il suo slogan: chiunque ha la responsabilità di testimoniare e alzare il velo su questi crimini.

 

 

Mai più. Nadia Murad lo sta facendo in prima persona. Murad, irachena yazida di 25 anni, è stata vittima delle violenze degli uomini dell'ISIS, ma ha rifiutato di sottostare al codice non scritto che vede nell'abuso un motivo di vergogna e di isolamento coatto. Ha scelto di raccontare le proprie sofferenze e quelle di altre donne che non possono farlo.

 

 

L'attivista viveva con la sua famiglia nel villaggio di Kocho, nel nord dell'Iraq, nel 2014, quando lo Stato Islamico lanciò un attacco sistematico ai villaggi del distretto del Sinjar volto a sterminare la minoranza religiosa yazida. A Kocho furono uccise centinaia di persone, mentre le giovani donne e le bambine furono sequestrate e tenute come schiave sessuali. Durante la prigionia di tre mesi, Nadia Murad ha subito ripetute violenze e minacce di morte: è una delle oltre 3000 donne yazide vittime di questi abusi.

 

Dopo la fuga, la donna ha scelto di raccontare questi orrori nelle più alte sedi di rappresentanza internazionale. Nel 2016, a soli 23 anni, è stata nominata prima Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani.

05 Ottobre 2018 | Elisabetta Intini