Storia

Ecco come è nato il mito della suocera dispotica, ficcanaso e petulante

Nella "Giornata della suocera" ricostruiamo le origini dell'eterna rivalità tra la nuora (o il genero) e la suocera, ovvero una delle figure più temute e cordialmente detestate in famiglia.

Il 23 ottobre 2022 è la Giornata della suocera, si tratta di un piccolo riconoscimento a una figura da sempre odiata e combattuta da (quasi) tutte le nuore: ma vediamo perché storicamente la suocera scatena (talvolta) così tanto odio, attraverso l'articolo "Quel mostro di suocera" di Claudia Giammatteo, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Immagine stereotipata. Il commediografo latino Terenzio non lasciava speranze: "Tutte le suocere in pieno accordo odiano le nuore", sentenziò nella commedia La suocera nel II secolo a.C. Ancora più caustico, quattro secoli dopo, l'appello lanciato dallo scrittore Giovenale: "Rinuncia alla pace familiare finché tua suocera è viva" (Satire, VI 231-235). E Giovanni Verga nel romanzo I Malavoglia (1881) rafforzava il concetto lamentandosi che "Fra suocera e nuora si sta in malora".

Sono solo tre esempi dei fiumi di inchiostro dedicati a uno degli stereotipi culturali occidentali più radicati, quello della suocera arpia e ficcanaso, in eterna lotta con le vittime preferite delle sue angherie: genero e nuora. Un'immagine replicata in romanzi, commedie, fumetti, persino barzellette ("Mia suocera è un angelo". "Beato te: la mia è ancora viva!") e proverbi ("Una suocera è buona e lodata quando è morta e sotterrata"). Ma come è nato questo cliché? E, soprattutto, come ha fatto ad arrivare intatto fino ai nostri giorni? Per rispondere a queste domande bisogna tornare al passato.

Il boss di casa. L'attribuzione del ruolo di "boss" della gerarchia familiare risale, infatti, alle origini della civiltà. Lo dimostra l'etimologia del termine "suocero", dalla radice indoeuropea (protolingua preistorica) swe "colui che appartiene al medesimo gruppo sociale" e krov "colui che detiene l'autorità". Gli antropologi ottocenteschi hanno svelato per primi l'esistenza di due riti di sottomissione millenari: nelle società primitive matriarcali, dove vigeva il "matrimonio servile", così detto per la condizione di inferiorità a cui era condannato lo sposo convivente, quest'ultimo era obbligato a prestare speciali servizi (come tagliare legna per il fuoco) e a inginocchiarsi di fronte alla suocera senza mostrarle i piedi.

Un'usanza ancora più singolare diffusa nelle società tradizionali di Nord America (Dakota, Omaha), Oceania, Africa (tra Boscimani e Zulu) imponeva a suocera e genero di evitarsi: i due non potevano guardarsi, né rivolgersi la parola, né pronunciare i rispettivi nomi, ma avevano rapporti solo per interposta persona.

Parola d'ordine: evitarsi. Un rituale battezzato "evitamento" (in inglese avoidance) a cui gli studiosi hanno, però, attribuito significati molto diversi.

«Secondo l'etnologo John Lubbock, l'evitamento risaliva ai tempi in cui il matrimonio avveniva "per ratto", cioè tramite il rapimento della sposa, ed evocava la collera dei parenti verso il genero "rapitore"», spiega Fabio Dei, docente di Antropologia culturale all'Università di Pisa.

«Nel saggio Totem e Tabù del 1913, Sigmund Freud era di opinione diversa: riteneva che quel divieto del contatto fisico fosse una precauzione dalla tentazione dell'incesto tra suocera e genero, che violando un tabù sacro avrebbe obbligato l'intero gruppo a cerimonie espiatorie». La moderna antropologia sociale insiste, invece, sulla natura strettamente rituale dell'evitamento, «un modo di segnalare simbolicamente il rapporto tra elementi diversi della struttura familiare e tenere sotto controllo gli esiti potenzialmente conflittuali della relazione di parentela».

Qui comando io. Il mito della suocera arpia e petulante risale, invece, al modello familiare esteso e patriarcale, che obbligava gli sposi a vivere con i parenti di lui: zii, nonni, genitori, nipoti, sotto lo stesso tetto. Spesso, infelicemente.

«Tutti gli studi sui mutamenti della famiglia italiana dal XV al XX secolo concordano sulla richiesta di sottomissione alla suocera della nuora convivente», spiega il sociologo Marzio Barbagli. «Un fenomeno più accentuato nei ceti in cui vigeva la ferrea gerarchia familiare e la separazione dei ruoli. Nelle famiglie aristocratiche, per esempio, i rapporti erano regolati in base all'età, al sesso e all'ordine di successione. I figli venivano educati alla completa deferenza, privati di baci e coccole, e, soprattutto, i matrimoni erano combinati tra estranei. Per molti secoli fu il capostipite, consigliato dalla moglie, a stabilire quale dei suoi figli si potesse sposare, con chi e a che età», prosegue l'esperto.

Questo matrimonio non s'ha da fare. Obbedire al diktat paterno condannava al gelo coniugale ma disobbedire era garanzia di una convivenza infernale. Nel '700  fece scalpore il braccio di ferro tra il giovane marchese Cesare Beccaria (1738-1794) e il padre Saverio, così convinto che il suo matrimonio con la sedicenne Teresa De Blasco fosse economicamente svantaggioso, da ottenere dall'Amministrazione di Milano che il figlio fosse messo agli arresti domiciliari per tre mesi "acciocché sia in piena libertà di maturare seriamente il suo caso". E, non pago, gli tolse anche i diritti di primogenitura. Ma i due si sposarono lo stesso.

Anni dopo, fu Giulia Beccaria (figlia di Cesare e Teresa), madre di Alessandro Manzoni, a odiare la nuora trentasettenne Teresa Borri, vedova Stampa.

Manzoni l'aveva sposata contro la volontà della madre, che si lamentava a sua volta pubblicamente della pigrizia della nuora: "Mentre Alessandro si sveglia presto al mattino per lavorare lei non lascia il suo letto prima di mezzogiorno".

Sottomissione dal primo giorno. Ancora più tumultuose erano le baruffe che scoppiavano nelle famiglie numerose dell'Italia contadina mezzadrile. «L'autorità suprema era il capofamiglia, detto il capoccia, reggitore o vergaro, che teneva i rapporti con il proprietario del podere aiutato da sua moglie, detta massaia, vergara o reggitrice, che gestiva il denaro, i lavori domestici, l'orto e il pollaio. Seguivano i figli maschi, tra cui il bifolco, addetto al bestiame, e infine le figlie femmine e le mogli dei figli», spiega Barbagli.

Le nuore passavano direttamente dall'autorità dei genitori a quella dei suoceri, a cui davano rispettosamente del "voi" (e in Veneto li chiamavano rispettivamente msé, "mio signore" e madonna, "mia signora") e da cui erano dipendenti sia sul lavoro sia per i bisogni più importanti. La sottomissione delle nuore iniziava il giorno delle nozze.

Il rito del mestolo. «In alcune zone del Centro Italia il corteo nuziale trovava la porta di casa sbarrata e la sposa doveva bussare per tre volte, finché appariva sull'uscio la suocera con un mestolo alla cintura. E lo passava alla nuora solo dopo le formule di rito ("Che cosa volete?", chiedeva la suocera. "Entrare in casa vostra e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi", rispondeva la nuora). In altri casi la suocera portava una scopa, una scodella piena di acqua e la nuora doveva lavare la soglia», prosegue Barbagli.

Angelo De Gubernatis nel 1878 scriveva: "La suocera deve essere dalla nuora considerata come la sua padrona e il suocero come il suo padrone". Ma questo non  significa che in casa regnasse la pace. Anzi. Le tensioni latenti potevano diventare così forti da esplodere in quelle che lo storico Domenico Spadoni chiamava "terribili guerre femminili", davanti alle quali i fin troppo docili mariti non intervenivano mai.

Guerriglia familiare. Il motivo più frequente delle urla tuttavia era la rivalità tra nuore. La gerarchia familiare contadina favoriva la nuora che era entrata per prima in famiglia. L'ordine, però, poteva essere alterato o capovolto dalle predilezioni dei suoceri, scatenando rivalità furibonde. Ma se, nonostante i bocconi amari, la gerarchia patriarcale durò così a lungo fu perché rispondeva a precisi calcoli di convenienza.

«Figli e nuore sapevano di non avere alternative lavorative, a meno di non volere precipitare allo status di braccianti, e soprattutto che non erano le nozze il momento di emanciparsi. Questo avveniva alla morte dei genitori o quando la malattia li costringeva ad abbandonare la direzione del podere. Da parte loro, le infelici nuore erano educate ad accettare la loro condizione e dagli esempi femminili intorno a loro avevano imparato che dichiarare guerra alla suocera significava inevitabilmente andare incontro a una sconfitta», conclude l'esperto.

Una suocera da psicoanalisi. Nei primi decenni del '900 molti riti di sottomissione erano scomparsi Le trasformazioni sociali prodotte dalla rivoluzione industriale avevano messo in crisi l'autorità patriarcale e lentamente imposto un nuovo modello di famiglia "coniugale intima". In tutti i ceti sociali il matrimonio si fondava sulla libera scelta degli sposi, sull'attrazione fisica e sull'amore. Eppure anche se i coniugi vivevano per conto proprio, lontani dalle intromissioni dei suoceri, il luogo comune della suocera-arpia era ancora intatto.

Freud fu il primo ad attribuire le guerre domestiche (soprattutto l'acredine tra suocera e genero) a impulsi inconsci. "Una parte di questi impulsi è  facilmente individuabile. Per la suocera è la contrarietà a rinunciare alla propria figlia e la diffidenza nei confronti dello straniero al quale è stata affidata [...]. Per l'uomo è il rifiuto di sottomettersi ad una volontà che non sia la propria", scrisse il padre della psicanalisi in Totem e Tabù, dove rimpiangeva il "tabù del contatto".

Suocera - Processo per omicidio
Processo per omicidio a Mary Creighton per aver avvelenato la suocera (1923). © Everett Collection / Shutterstock

Insofferenza trasversale. Che le ostilità siano indipendenti dallo status sociale familiare è infine dimostrato dall'elenco di teste coronate, personaggi illustri e leader mondiali a cui la suocera troppo possessiva ha dato filo da torcere.

"Dietro un uomo di successo, c'è una moglie fiera e una suocera sorpresa", esclamò negli Anni '50 il presidente americano Harry Truman, sminuito dalla suocera Madge Gates Wallace. Il premier britannico Winston Churchill fu ancora più caustico: "Non c'è bisogno di inasprire le pene per bigamia. Un bigamo ha due suocere: come punizione mi pare che basti".

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

23 ottobre 2022 Focus.it
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