Storia

Quando il Mediterraneo era il motore del mondo

Per millenni il Mediterraneo è stato un crocevia di civiltà: un luogo di scambi commerciali e culturali, con l'Italia al centro. Ripercorriamone la Storia nella giornata internazionale del Mediterraneo.

Nella giornata internazionale del Mediterraneo (8 luglio) riscopriamo le antiche vicende nel "nostro mare", mai come oggi al centro dell'attenzione internazionale, con l'articolo "Il mare di mezzo" di Maria Leonarda Leone, tratto dagli archivi di Focus Storia.

All'inizio solo lo sciabordio delle onde sulla riva: né porti né grandi città, lungo la costa della Penisola italica. Ancora non lo sanno i suoi primi abitanti: la distesa azzurra che osservano a rispettosa distanza cambierà la vita dei loro discendenti, perché quel mare, chiuso com'è fra due stretti e le terre di ben tre continenti diversi (Europa, Asia e Africa) sembra fatto apposta per mescolare i popoli che vivono sulle sue rive.

Posizione strategica. Di nome e di fatto "Mediterraneo" (dal latino mediterraneus, cioè "in mezzo alle terre"), fu infatti un crocevia di genti, culture, lingue e religioni diverse. Luogo di incontro e di scontro, di scambi e di battaglie, di viaggi reali ed epici, ha condizionato per secoli genti, città e imperi. Specie quelli nati sulle sponde della nostra Penisola, piazzata in strategica posizione geografica, giusto a metà fra l'Oriente e l'Occidente: donna a volte ritrosa, lei, allungata tra le braccia di un generoso amante.

Ma che tipo di legame ha tenuto insieme questa coppia, tra l'antichità e il Cinquecento? In che modo l'uno ha influenzato la storia dell'altra e dei popoli che la abitavano?

AutoSTRADA D'ACQUA. «Nel corso dei secoli, il Mediterraneo, con le sue peculiarità, ha conferito direzioni, limiti e sviluppi alle interazioni e alle conquiste degli abitanti della nostra penisola che, in risposta al mare stesso, hanno sviluppato una capacità di adattamento continua», spiega Matteo Zaccarini, docente di Storia del Mediterraneo antico all'Università di Bologna. «Ma, prima di tutto, ha rappresentato una via maestra per l'ingresso di popoli esterni, non necessariamente da vedere come invasori o conquistatori».

I primi furono mercanti: già alla fine del XV secolo a.C. i Micenei, una popolazione di origine indoeuropea che aveva occupato il Sud della Grecia, raggiunsero le coste italiche meridionali, isole comprese, in cerca di genti disposte a scambiare i propri metalli con i loro manufatti in ceramica. Niente di strano: nel mondo antico, il Mediterraneo era la via di comunicazione principale, decisamente più comoda e veloce delle poche e pessime strade esistenti.

Rotte commerciali. E in mezzo a quell'immensa autostrada, la nostra penisola si trasformò in un autogrill, ideale punto di approdo e scalo per chi, da Oriente, si avventurava nella navigazione lungo costa.

Come i Fenici, che in questa attività non furono mai secondi a nessuno: alla fine del XII secolo a.C., quando ormai la civiltà micenea era scomparsa dai radar, salparono dalla loro capitale, Tiro (sulle coste dell'attuale Libano), alla ricerca di luoghi dove recuperare materie prime. E lungo le loro rotte commerciali verso Occidente, crearono empori e fondarono colonie: tra le altre, Cartagine sull'attuale costa tunisina, Nora e Karalis (Cagliari) in Sardegna e Mozia in Sicilia.

MAGNA GRECIA. Proprio in quella parte del Mediterraneo, a est del Canale di Sicilia, fin dal VI secolo a.C. si scontrarono con i Greci per il controllo dell'isola e del mare circostante.

Due secoli prima, infatti, dopo un inizio in sordina, gli abitanti di alcune poleis dell'Ellade erano sbarcati numerosi nel Meridione della nostra penisola, per fondarvi colonie: quelle città erano diventate così floride che il territorio che occupavano sul continente era stato ribattezzato Megale Ellas, una "grande Grecia", meglio nota come Magna Grecia, che surclassava in ricchezza la madrepatria.

Raffinata cultura. D'altra parte, così vuole la leggenda, era stato il dio Apollo, per voce del suo oracolo a Delfi, a concedere ai Greci "la terra Ausonia", cioè la Penisola italica. E loro se l'erano presa volentieri, portando sul nostro suolo anche le proprie tradizioni e la propria raffinata cultura. «Per secoli, Greci e Fenici ebbero un impatto fondamentale sulle sorti della nostra penisola: furono fonte di scambi, commercio, conflitto e in generale contribuirono enormemente a quella ricchezza culturale che caratterizza l'Italia in ogni periodo storico», conferma Zaccarini. «Furono però i Greci ad avere l'influenza culturale maggiore sui popoli italici, e in seguito anche sui Romani, contribuendo allo sviluppo delle prime città e alla diffusione della scrittura alfabetica, dell'arte e delle scienze».

Non solo: le loro velleità espansionistiche e commerciali spinsero in mare gli Etruschi, che, dalle ricche zone minerarie dell'odierna Toscana, cominciarono a competere con gli stranieri lungo le coste campane, per creare una propria potenza marittima e commerciale nel Tirreno. Ma, come diceva il 31° presidente degli Stati Uniti Herbert Hoover (1874-1964), "la concorrenza è la vita del commercio e la morte del commerciante".

CONCORRENTI E RIVALI. Così, tra i vari litiganti, alla fine a godere fu il centro italico che fino ad allora era rimasto più saldamente ancorato alla terraferma: Roma. Priva di una vera flotta, all'inizio del III secolo a.C.

quella città di soldati e contadini si era trovata a fronteggiare lo sbarco dell'esercito di Pirro, elefanti compresi, a Tarentum (Taranto). L'intraprendente re dell'Epiro, un piccolo Stato ellenistico della Grecia Nord-occidentale, aveva dato filo da torcere ai Romani per un quinquennio (280-275 a.C.), appoggiando una coalizione greco-italica.

Gli abitanti dell'Urbe, che riuscirono a sfangarla anche grazie all'aiuto della potente flotta di Cartagine, si resero conto allora di quanto fosse importante il mare. E, nel 272 a.C., completata la sottomissione della Magna Grecia, forti delle triremi e delle quinqueremi degli alleati italici, si permisero di gettare lo sguardo oltre lo Stretto di Messina, verso la Sicilia, spartita fra i Greci e i Cartaginesi. Lo scontro con la loro ex alleata, ormai capitale di un vasto impero nel Mediterraneo, fu inevitabile.

Il riscatto dell'Urbe. Nel corso di tre logoranti guerre (264-146 a.C.), i Romani strapparono ai nemici non solo la Sicilia, ma anche la Corsica, la Sardegna e, infine, la supremazia marittima sul Tirreno centrale. «La vittoria su Greci e Cartaginesi è il segno, da un lato, del tipico ingegno pratico romano, che aveva permesso all'Urbe di impadronirsi rapidamente dell'arte della navigazione, fino a quel momento estranea alla loro cultura; dall'altro, del debito di Roma nei confronti delle comunità greche dell'Italia Meridionale, dalle quali aveva imparato ad andare per mare e a costruire navi», spiega Zaccarini. E l'allievo, come spesso accade, superò il maestro.

MARE NOSTRUM. Nella sua espansione, l'Impero romano fece della Penisola, per circa cinque secoli, il centro del "mare fra le terre". «Per la prima volta nella Storia, un unico potere nato al suo interno controllava il Mediterraneo e tutti i territori da esso lambiti. Non a caso, i Romani lo chiamarono mare nostrum, "il nostro mare"», prosegue l'esperto. Scimmiottando i Greci, che, per renderli parte del proprio mondo, avevano aggiunto ben più di un pizzico di mitologia ellenica alla storia dei luoghi colonizzati nella Penisola, i Romani decisero di inserire il "loro mare" nelle proprie origini: per mano del poeta latino Virgilio, fecero del principe Enea di Troia (la città resa famosa dalla guerra decennale narrata dal poeta greco Omero) e del suo viaggio nel Mediterraneo l'inizio dell'avventura dei loro antenati sulle coste del Lazio.

«Al di là dei miti, tutte le civiltà mediterranee hanno una storia strettamente interconnessa con le altre e qualche elemento talora ricorrente», afferma Zaccarini.

«Ma parlare di un'unica "civiltà mediterranea" sarebbe riduttivo, proprio come lo è, oggi, etichettare tutti i popoli mediterranei come sanguigni, patriarcali, competitivi, amanti del buon cibo e del bel tempo, insofferenti alla fatica e alle regole. Pensare che esista un unico modello mediterraneo appiattisce la diversità che è alla base della ricchezza storicoculturale del Mediterraneo stesso».

Preda del Nord. Una ricchezza che, anche dopo il disfacimento dell'Impero romano, il nostro mare non cessò di alimentare grazie al legame con la penisola, tornata a essere terra di passaggio e di conquista: alla calata delle popolazioni germaniche dal Nord Europa, fece da pendant, via mare, l'arrivo del re dei Vandali, Genserico.

Unico, tra i sovrani barbari, a essersi costruito una flotta formidabile, con cui dalla rinata Cartagine aveva saccheggiato Sicilia, Sardegna e Corsica diventando il padrone indiscusso del Mediterraneo Occidentale, giunse alla foce del Tevere, risalì il fiume e depredò Roma nel 455.

POTERE MARITTIMO. Poco meno di quattro secoli dopo, gli Arabi fecero lo stesso: sbarcarono in Sicilia (827), conquistandola completamente nel 965, e nell'846, giunti alla foce del Tevere con 73 navi e 11mila uomini, depredarono le campagne romane, per la seconda volta in 16 anni. Tre anni dopo, avrebbero preso di nuovo Roma se, di fronte a Ostia, non li avessero fermati le navi inviate da Napoli, Sorrento e da due delle future cosiddette "repubbliche marinare": Gaeta e Amalfi.

«Ovviamente per l'Italia le cose erano cambiate parecchio, ma il mare ormai non poteva più perdere l'importanza acquisita da secoli: solcato da mercanti, esploratori, soldati, pirati, migranti, santi e missionari, rimase indubbiamente al centro delle sorti, buone e cattive, dell'Italia e di gran parte dell'Europa», conclude Zaccarini. Dalla fine del IX secolo, le già citate Amalfi e Gaeta, insieme a centri rivieraschi minori e alle potenti città portuali di Genova, Pisa e Venezia, Ancona e, sulla costa dalmata, Ragusa (oggi Dubrovnik), trasformarono la Penisola in snodo chiave fra Europa e Oriente, grazie a flotte, consoli e fondachi (basi commerciali) sparsi nei porti mediterranei.

Nuove rotte. Sulle loro navi trasportarono, per secoli, idee, merci e cultura – oltre ai crociati cristiani diretti in Terrasanta – in un intreccio di interessi economici, politici e militari che ne fece le dominatrici del mare. Anche quando, alla fine del Quattrocento, il Mediterraneo non poté più reggere il gioco alla sua bella amante. La scoperta dell'America tolse smalto alla vecchia coppia: le nuove rotte nell'Oceano Atlantico cambiarono gli equilibri, strappando la scena al Mare Nostrum e a quella donna, a volte ritrosa, allungata fra le sue braccia.

Rimaneva, del loro amore, lo splendido crogiuolo di culture che insieme avevano contribuito a creare.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

8 luglio 2023 Focus.it
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