Cultura

Maya, provata l'autenticità del codice Grolier

Il controverso manoscritto del periodo preispanico più volte bollato come fasullo è invece genuino, e potrebbe essere il più antico mai trovato nelle Americhe.

Il codice Grolier, un manoscritto attribuito ai Maya e rinvenuto in una grotta del Chiapas (Messico) negli anni '60, è stato più volte ritenuto un falso. Ma un nuovo studio sulla carta, sui disegni e sui colori usati nel documento fuga ogni dubbio sulla sua autenticità: non solo è genuino, ma fu redatto nel XIII secolo, e potrebbe essere il più antico documento mai scoperto nelle Americhe.

Una vicenda travagliata. La meticolosa revisione condotta dai ricercatori della Brown University (USA) è stata pubblicata sulla rivista Maya Archaeology. La storia del manoscritto è costellata di dettagli alla "Indiana Jones" che non convincevano in molti.

Rinvenuto da saccheggiatori di reperti, non da archeologi, finì nelle mani di un ricco collezionista messicano, Josué Sáenz, che lo inviò all'estero prima che il codice ritornasse in possesso delle autorità messicane (nel 1971 fu esposto in un circolo di bibliofili di New York, il Grolier club, da cui prende il nome).

Un'imitazione ben fatta? E anche se gli artefatti con i quali era stato trovato - come un coltello e una maschera rituale - erano stati riconosciuti come autentici, la scarsità di geroglifici maya e la precisione delle illustrazioni facevano pensare a una replica contraffatta ad arte.

Indizi convincenti. Ora le analisi al radiocarbonio e lo studio di tutto il materiale pubblicato sul codice stabiliscono che il reperto fu veramente vergato dai Maya. Lo provano il tipo di carta utilizzata - l'amatl, tipica del Mesoamerica precolombiano; il pigmento blu presente sulle pagine, sintetizzato in laboratorio solo attorno al 1980 (e impossibile da imitare 20 anni prima); e il calendario in esso riprodotto, che traccia i movimenti di Venere come un altro codice Maya, quello di Dresda.

Anche le divinità citate furono scoperte dagli archeologi solo nel 1964. Per un contraffattore, sarebbe stato impossibile conoscerne prima l'esistenza.

8 settembre 2016 Elisabetta Intini
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