La vera storia di Masaniello, il "Che Guevara" napoletano

L'epopea del Che Guevara partenopeo che, da pescivendolo, divenne guida della rivolta napoletana del 1647. Fino alla pazzia a alla morte per mano di uomini che credeva amici.

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Non fumava il sigaro, non era argentino e men che meno laureato, ma potremmo ugualmente considerarlo il Che Guevara dei napoletani. Come il celebre rivoluzionario, infatti, Masaniello riuscì a sollevare il popolo grazie al suo carisma, come il Che fu tradito proprio dalle persone di cui si fidava e, sempre come lui, divenne un mito per i posteri.

 

Giovane dall'animo appassionato e dal carattere focoso, Tommaso Aniello d'Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello, nacque a Napoli nel 1620, in una casa poco distante dalla popolarissima piazza del mercato.

 

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Filippo IV di Spagna (1605-1655) ritratto da Diego Velazquez. Il re era molto amato dai napoletani. | Velazquez/WikiMedia

Poveri e sudditi. La maggior parte dei 350mila napoletani dell'epoca era una massa di diseredati, impoveriti dalle tasse, emarginati da ogni pubblico incarico ed era vittima di un sistema di governo basato sulla prevaricazione delle ben sette caste nobiliari allora presenti: principi, duchi, marchesi, conti, baroni, patrizi e signori.

 

Su tutti dominava il viceré che governava Napoli per conto del re di Spagna Filippo IV. Masaniello come tutti amava il re, ma trovava ingiusta la condizione in cui versava il suo popolo.

 

La sua risorsa, oltre all'indignazione, era un banco di pesce alla piazza del mercato e forte del suo spirito incendiario, a 27 anni guidò la rivoluzione: correva il 7 luglio del 1647. Quella mattina gli ortolani giunsero con il loro carretto e si rifiutarono di pagare la nuova gabella appena introdotta dal Duca d'Arcos.

 

Per saperne di più: Tommaso il ribelle, di Maria Leonarda Leone, su Focus Storia 47 (Settembre 2010) | Focus Storia

Tifiamo rivolta. Seguirono urla, spintoni e minacce. Per calmare gli animi fu chiamato un rappresentante (corrotto) del popolo che si schierò dalla parte dei gabellieri. E fu l'inizio della rivolta. Al grido di "Viva il re di Spagna, mora il malgoverno" furono presi d'assalto i palazzi nobiliari e quelli delle imposte. Le prigioni svuotate furono riempite dalle mogli e dai figli di duchi e conti. Le violenze si susseguirono per giorni e Masaniello fu nominato "capitano generale del fedelissimo popolo napoletano".

 

Professione, capopopolo. La leggenda vuole che avesse maturato la sua rabbia di capopolo durante i soggiorni in carcere guadagnati con il suo secondo lavoro di contrabbandiere. In cella fu messo in contatto tramite un amico con l'agitatore politico Giulio Genoino, la vera mente della rivoluzione: l'uomo che gli diede le parole d'ordine e gli obiettivi politici della rivolta.

 

Grazie al suo carisma e alla sua parlantina poi Masaniello riuscì a imporsi al punto che il potere fu costretto a venire a patti con lui: il capopopolo arrivò addirittura a porre il veto agli ordini impartiti dal vicerè di Napoli e a essere ricevuto a palazzo in pompa magna insieme a sua moglie Bernardina.

 

Io so' pazzo. Eppure qualcosa non andava. Ossessionato dall'idea di un complotto ai suoi danni, Masaniello iniziò a perdere il controllo delle sue azioni. Non dormiva quasi più, mangiava poco e beveva molto, finendo per compiere azioni illogiche e ordinando esecuzioni sommarie dei suoi oppositori. Alcuni storici oggi sostengono che potesse soffrire di disturbo bipolare.

 

Pazzo o no, fatto sta che sul complotto Masaniello non si sbagliava. Il rivoluzionario morì il 16 luglio con cinque colpi di archibugio inferti con il benestare del suo "amico" Genoino preoccupato per le sue posizioni sempre più radicali (e premiato con uno scatto di carriera all'ordine forense napoletano). Il suo corpo decapitato fu poi trascinato per le strade della città e gettato tra i rifiuti.

 

Alla stregua di un eroe, però, entrò subito nel mito e la sua salma divenne addirittura oggetto di una forma di venerazione religiosa da parte delle donne del tempo che lo invocarono come un redentore.

 

23 ottobre 2018 | Giuliana Rotondi