Da Totò Riina ad Al Capone: i padrini tristemente famosi

Sono stati molti i boss che come Salvatore Riina hanno formato cupole mafiose, ma pochi sono riusciti a colpire al cuore le istituzioni dello Stato come fece lui.

01-salvatore-riina02-vito-cascio-ferro03-lucky-luciano04-al-capone05-carlo-gambino06-john-gotti07-gaetano-badalamenti08-joe-bonanno09-joe-valachi10-joe-masseriaApprofondimenti
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Salvatore Riina: il più crudele. Sul boss di Palermo pesano molti omicidi, oltre a quelli del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982) e alle stragi di Capaci (maggio 1992) e via d'Amelio (luglio 1992): vedi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due vite intrecciate. Arrestato nel 1993, Totò, detto 'u curtu per via dei suoi 158 centimetri di statura, fu condannato a più ergastoli da scontare sotto il regime di carcere duro del 41 bis. I metodi di cui si servì per portare il suo clan ai vertici di Cosa Nostra erano gli stessi usati dai suoi "padri spirituali", molti dei quali morti senza scontare un anno di carcere: ecco quali furono i mafiosi più famosi.

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Vito Cascio Ferro: il primo boss. Fateci vagnari 'u pizzu, cioè "fateci bagnare il becco": era il modo con cui i mafiosi chiedevano il pizzo ai commercianti, agli inizi del secolo scorso. Fu Vito Cascio Ferro (1862-1943), uno dei primi grandi boss siciliani, a fare dell'estorsione un business che fu presto esportato in America. Nato a Palermo, nei pochi anni passati a New York consolidò i rapporti con la criminalità d'Oltreoceano e si macchiò del macabro "delitto del barile" (in cui infilò, a pezzi, un falsario che voleva fare affari nel suo territorio). La passò liscia per ben 69 volte, ma il settantesimo arresto gli fu fatale: nel 1930 il prefetto di ferro Cesare Mori lo fece condannare all'ergastolo. Cascio Ferro morì dimenticato (nel vero senso della parola) in carcere a Pozzuoli (Na), senza cibo né acqua, durante l'evacuazione del 1943.

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Lucky Luciano: il più influente. A 19 anni Salvatore Lucania (1897-1962) cambiò nome in Charlie Luciano. "Lucky" (fortunato) lo diventò dopo, quando a New York sopravvisse al sequestro mafioso che gli valse una cicatrice sul viso e il soprannome. Originario di Lercara Friddi (Pa), dopo aver liquidato il rivale Joe Masseria diventò il boss della famiglia Genovese (e per questo la rivista Time lo ha inserito nella lista dei 20 uomini più influenti del XX secolo). Nel 1936 venne arrestato negli Stati Uniti e condannato a 50 anni di carcere. Uscì di prigione 10 anni dopo: secondo alcuni storici si guadagnò la libertà e un foglio di via per l'Italia collaborando con gli americani per favorire lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel 1943.

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Al Capone: l'uomo simbolo. Più che un boss mafioso, fu un gangster e finì per diventare il simbolo della criminalità italo-americana. Figlio di immigrati campani, Alphonse Gabriel Capone (1899-1947), detto Al, nacque a Brooklyn. Da ragazzo si guadagnò una cicatrice da coltello su una tempia (da cui il soprannome di Scarface, lo sfregiato) per aver difeso l'onore della sorella. Trasferitosi a Chicago vi fu dichiarato "nemico pubblico n° 1", ma per arrestarlo ci vollero 9 agenti incorruttibili (gli Intoccabili, raccontati nel film di Brian De Palma del 1987). Fu condannato nel 1931 a 11 anni di carcere, ma per evasione fiscale.

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Carlo Gambino: la volpe. Era uno dei tanti emigranti, Carlo Gambino (1902-1976), quando a 19 anni arrivò a New York dalla Sicilia. Ma in mezzo secolo di attività criminale riuscì a fondare, alla fine degli Anni '50, una delle famiglie più potenti di New York: quella dei Gambino. Senza esporsi troppo, legato com'era ai valori mafiosi più tradizionali, fece dell'astuzia la sua arma (ma non si tirò indietro quando si trattò di uccidere gli avversari). Con il suo stile "vecchio stampo" diventò uno dei modelli per il personaggio di Vito Corleone nel film Il padrino (Francis Ford Coppola, 1972). Morì d'infarto guardando una partita di baseball in tv.

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John Gotti, l'affarista. Non tutti possono vantare una copertina di Time come quella che Andy Warhol disegnò nel 1986 per John Gotti (1940-2002), boss newyorchese della famiglia Gambino, processato per l'omicidio del suo predecessore, Paul Castellano. Sotto l'apparenza di uomo di mondo, Gotti era un killer spietato e un narcotrafficante di primo piano. Detto "don di teflon" per la sua capacità di farsi scivolare addosso le accuse, uscì pulito da ogni tribunale finché, nel '92, il suo braccio destro non lo tradì e lui finì all'ergastolo.

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Gaetano Badalamenti: pizza connection. Pizza e mafia: da questo punto di vista Gaetano Badalamenti (1923-2004) fu un italiano da stereotipo. Capomafia di Cinisi (Palermo), don Tano fu uno dei più potenti esponenti di Cosa Nostra, condannato nel 1987 negli Usa a 45 anni per la cosiddetta pizza connection (dal nome dell'indagine). Dal 1975 al 1984 Badalamenti gestì un traffico internazionale di eroina e cocaina tra Palermo e gli Stati Uniti. Lo spaccio avveniva nel retro di alcune pizzerie italiane in America, dove la droga arrivava nascosta anche tra i prodotti tipici italiani. Al suo nome è legata anche la morte di Peppino Impastato (1978), attivista antimafia che dai microfoni di radio Aut derideva l'attività di "Tano seduto". Per questo omicidio Badalamenti fu condannato all'ergastolo nel 2002.

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Joe Bonanno: il più giovane. Un giornalista distratto, su un quotidiano locale americano, ne storpiò il nome in Joe Bananas: quel nomignolo gli restò attaccato, ma Joe Bonanno (1905-2002) diventò il capostipite di una potente famiglia mafiosa di New York. Originario di Castellammare del Golfo (Trapani), nel 1931, a 26 anni, divenne il più giovane boss d'America. Aveva fiuto per gli affari (illeciti, ma non solo) e tra le sue attività c'erano anche le pompe funebri. E non per caso: utilizzava il metodo della "doppia bara" per occultare le vittime dei suoi sicari sotto quelli dei "proprietari" legittimi. Nel 1983 scrisse sotto pseudonimo un libro autobiografico, ma... convinto che la foto in copertina lo ritraesse come un gangster da quattro soldi denunciò il suo editore.

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Joe Valachi: il pentito. Joseph Valachi (1903-1971) fu il primo grande pentito, colui che parlò pubblicamente dell'esistenza della mafia e la definì con il termine "Cosa Nostra". Originario della Romania, visse a New York a diretto contatto i potenti delle cosche (era l'autista di Gaetano Reina, del potente clan di Joe Masseria) e prese parte alla guerra di mafia promossa da Joe Masseria, Vito Genovese e Lucky Luciano contro la rivale cosca napoletana. Le sue confessioni aiutarono a ricostruire l'organigramma della mafia e a comprendere meglio le regole che la governavano. Morì per arresto cardiaco, dopo un tentativo di suicidio (1971): la sua storia ispirò il personaggio di Frankie Pentangeli nel film Il padrino II (Francis Ford Coppola, 1974).

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Joe Masseria: the boss. In America lo chiamavo Joe Masseria (1886-1931), o Joe the boss, ma il suo vero nome era Giuseppe Masseria. Originario di Castellammare del golfo, in provincia di Trapani, a 43 anni si guadagnò un degno appellativo, qualcosa come "l'uomo che può schivare le pallottole", per via di un agguato da cui uscì miracolosamente indenne e con due fori di proiettile nel cappello di paglia. Dal 1920 comandò la banda Morello, uno dei clan più potenti a New York. A ordinare il suo omicidio, nel 1931, fu il boss Lucky Luciano, durante il conflitto italo-americano per la leadership, combattuto a New York tra i Maranzano e i Masseria.

Salvatore Riina: il più crudele. Sul boss di Palermo pesano molti omicidi, oltre a quelli del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982) e alle stragi di Capaci (maggio 1992) e via d'Amelio (luglio 1992): vedi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due vite intrecciate. Arrestato nel 1993, Totò, detto 'u curtu per via dei suoi 158 centimetri di statura, fu condannato a più ergastoli da scontare sotto il regime di carcere duro del 41 bis. I metodi di cui si servì per portare il suo clan ai vertici di Cosa Nostra erano gli stessi usati dai suoi "padri spirituali", molti dei quali morti senza scontare un anno di carcere: ecco quali furono i mafiosi più famosi.