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L'uomo moderno emerse più di 300 mila anni fa

La transizione tra specie arcaiche e Homo sapiens non sarebbe avvenuta "improvvisamente" in Africa orientale, 180 mila anni fa, ma in modo più lento e graduale in diverse zone del continente, a partire da molto prima: lo rivela uno studio genetico svolto in Sudafrica.

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L'Homo sapiens, frutto di una diversificazione complessa nel tempo e nella geografia. | Alberto Novelli

Non da una singola "culla dell'umanità" siamo venuti, ma da più, fortunati nuclei geografici sparsi per il continente africano. Uno studio appena pubblicato su Science conferma la teoria di una più lenta e diversificata transizione tra specie più arcaiche e uomo moderno, già avanzata nell'estate 2017 dopo la scoperta di antichi fossili di sapiens in Marocco.

 

L'analisi del DNA di scheletri di individui vissuti in Sudafrica tra i 2300 e i 300 anni fa, farebbe supporre che la nostra specie abbia iniziato a distinguersi da quelle più arcaiche tra i 350 mila e i 260 mila anni fa, e che la punta meridionale del continente sia stato uno dei luoghi chiave di questa differenziazione.

 

Un processo per gradi. «Prove paleoantropologiche e genetiche indirizzano sempre di più verso un'origine multiregionale dell'uomo moderno in Africa» spiega Carina Schlebusch, genetista dell'Università di Uppsala (Svezia), tra gli autori. «L'Homo sapiens non si sviluppò in un unico luogo, ma potrebbe essersi evoluto da forme più arcaiche in più aree del continente, con scambi genetici tra i gruppi posizionati nelle diverse località».

 

I reperti. Gli scienziati svedesi insieme a Marlize Lombard, archeologa dell'Università di Johannesburg, hanno analizzato il genoma di 7 antichi individui ritrovati nell'area del moderno Sudafrica. Tre di questi erano cacciatori-raccoglitori vissuti tra i 2300 e i 1800 anni fa; gli altri quattro, contadini vissuti tra i 500 e i 300 anni fa.

 

Gli scienziati hanno analizzato questi campioni di DNA e li hanno comparati con altri database di genomi arcaici e moderni di individui di varie aree del mondo. In particolare il confronto con il DNA di un ragazzo dell'Età della Pietra, poco toccato da mescolanze genetiche con individui di altre aree dell'Africa e dell'Asia, suggerisce che la popolazione umana moderna abbia cominciato a emergere tra i 350 mila e i 260 mila anni fa, un dato coerente con le prove fossili fin qui rinvenute.

 

Questa separazione sarebbe avvenuta a circa metà strada tra la diversificazione tra sapiens e Neanderthal e Denisoviani (che risale a un po' più di 500 mila anni fa).

 

Evoluzione complessa. Se confermata, la diversificazione sarebbe cominciata molto più anticamente di quanto si pensasse: i fossili trovati in Etiopia nella valle del fiume Omo e nella regione di Herto collocano la nascita della nostra specie a circa 180 mila anni fa. Le recenti scoperte in Marocco, la spostano indietro di altri 110 mila anni. Questo studio genetico, con la forbice di 350 mila - 260 mila anni, la fa coincidere con i ritrovamenti di Florisbad e Hoedjiespunt (fossili di uomo rinvenuti in Sud Africa) contemporanei al passaggio dell'Homo naledi nella stessa area. «Almeno due delle tre specie di Homo hanno occupato il paesaggio sudafricano in questo periodo di tempo», spiegano i ricercatori.

 

Un altro dato interessante è che tre dei sette individui analizzati, i più recenti, presentano una variante genetica che protegge dalla malaria, e due una variante associata alla resistenza alla malattia del sonno - una protezione genetica che sembra mancare negli individui africani più antichi.

 

28 settembre 2017 | Elisabetta Intini