Storia

Lenin, padre dell’Urss, “santificato da Stalin” per brillare di luce riflessa

Cent'anni fa moriva Lenin, il leader bolscevico, la cui imbalsamazione voluta da Stalin fece discutere l'Urss, ma il mausoleo è ancora sulla Piazza Rossa.

"Era semplice e leale come tutte le cose che diceva. Il suo eroismo, quasi interamente spoglio di sfarzo esterno, è l'abnegazione modesta, ascetica, non rara in Russia, dell'intellettuale rivoluzionario onesto, che crede profondamente nella possibilità di attuare la giustizia sociale sulla terra; è l'eroismo di chi ha rinunciato a tutte le gioie del mondo per lavorare duramente e conquistare agli uomini la felicità". C'è qualcosa di suggestivo, quasi lieve, nelle parole con cui Maksim Gorkij, "cantore della Rivoluzione" che il settimanale sovietico Ogonjok definì "il più grande scrittore proletario del mondo", ricordava Vladimir Ilich Uljanov, per tutti Lenin. Scopriamo l'eredità politica del padre dell'Urss nell'articolo "Lenin forever" di Alessandro Borelli, pubblicato su Focus Storia.

MITO VIVENTE. Gorkij, che lo aveva a lungo frequentato, fu tra i più zelanti ed efficaci artefici della costruzione del mito leninista nell'Urss nascente. Un'operazione di propaganda complessa quanto capillare, iniziata già quando il primo capo di Stato della Russia sovietica, che detestava le forme di pubblica adulazione, era ancora in vita.

La parabola. Lenin era stato la guida, nel 1917, della Rivoluzione innescata dai bolscevichi (l'ala più estrema della sinistra russa), che aveva rovesciato gli zar Romanov, e fautore del marxismo-leninismo – la dottrina che per più di ottant'anni avrebbe dominato in Unione Sovietica e ispirato i movimenti rivoluzionari nel mondo –, ma anche architetto di un sistema repressivo duro e spietato con i nemici e gli avversari ("Per fare una frittata bisogna rompere le uova", diceva, e anche: "La libertà è così preziosa che dovrebbe essere razionata"). Lenin si spense, a soli 53 anni, la sera del 21 gennaio 1924, a Gorki, nella regione di Mosca. La cittadina, pochi giorni dopo la morte del leader, fu ribattezzata Gorki Leninskie. A ucciderlo, l'ultimo colpo apoplettico, al termine di una malattia durata quasi due anni.

Lenin - Anniversario
In occasione dei cento anni dalla morte di Lenin (21 gennaio 1924), Focus Storia in edicola racconta la fine del padre dell'Urss. © Focus Storia

L'inizio della fine. Lenin, in realtà, aveva cominciato a morire il 25 maggio 1922, quando era stato colpito dal primo ictus che aveva comportato una parziale paralisi del lato destro del corpo, tanto da costringerlo a imparare di nuovo a scrivere con la sinistra; solo il successivo 2 ottobre era riuscito a tornare all'attività, ma il 16 dicembre aveva subito un secondo attacco. Nonostante un progressivo recupero della lucidità, le sue condizioni continuarono ad aggravarsi fino a impedirgli, dal marzo del 1923, persino di parlare. Fu in questo contesto di grave inabilità che Lenin cercò comunque di agire.

Innanzitutto per assicurare al Paese dei soviet, ancora dilaniato dai postumi della guerra civile seguita alla Rivoluzione, e al Partito, in cui si stavano confrontando diverse correnti antagoniste fra loro, una successione non traumatica. Voleva inoltre cercare di "condizionare" i nuovi equilibri in modo da estromettere dal potere i bolscevichi ritenuti ormai degeneri.

Compagno Stalin. Infermo, tra il 23 e il 26 dicembre 1922, dettò una lettera al Congresso del partito bolscevico, il cosiddetto "Testamento di Lenin" (ormai accertato come autentico) in cui parlava, tra l'altro, del segretario generale Stalin, il georgiano Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, come di un compagno con "troppa sicurezza di sé". Per poi aggiungere, in una postilla del 4 gennaio 1923: "Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell'ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico".

VERSO IL CULTO. Lenin riteneva necessario che, dopo la sua morte, la lettera giungesse a conoscenza del XIII Congresso del Partito che si tenne dal 23 al 31 maggio 1924. I delegati all'unanimità decisero poi però di non renderla pubblica con la motivazione che, essendo rivolta all'assise, il defunto leader non ne avrebbe autorizzata la divulgazione. Per conoscere il contenuto del "Testamento", i sovietici e il mondo avrebbero dovuto attendere fino al 1956 e il XX Congresso del Pcus, quello della "destalinizzazione" voluta da Nikita Chrusciov.

Allievo "prediletto". La scelta di tenere il messaggio riservato fu, in quel momento, provvidenziale soprattutto per le mire di Stalin. Il dittatore ebbe buon gioco a presentarsi, davanti all'opinione pubblica, come il continuatore e il "fedele discepolo" delle volontà e degli insegnamenti di Lenin. In varie fotografie in cui non compariva, la sua effigie venne artificiosamente inserita, mentre quelle degli avversari, esautorati e, in seguito, eliminati fisicamente, venivano rimosse.

Photoshop d'antan. Nelle immagini ufficiali il profilo del georgiano iniziò a essere rappresentato accanto a quello di Lenin e la corrispondenza tra i due fu manipolata per avvalorare il ruolo di Stalin come "allievo prediletto". Fu Stalin a decidere che la memoria del "padre dell'Urss" dovesse trasformarsi nella perenne celebrazione di un simbolo per tutti i sovietici, con lo scopo di accrescere il proprio prestigio e potere in quanto continuatore della sua opera. Si trattò di una mossa rischiosa.

Brillare di luce riflessa. Ma l'azzardo era nelle corde di Stalin e andò bene: il suo atto si trasformò presto in una poderosa dimostrazione di forza verso la nomenklatura.

Rendendo infatti eterno, con l'imbalsamazione, il corpo di Lenin, Stalin promosse apertamente l'esaltazione di se stesso, dando il via a quel "culto della personalità" che avrebbe dominato i suoi quasi trent'anni al vertice della Russia sovietica, estendendosi anche agli altri Paesi comunisti.

IL SECONDO MESSIA. Lenin aveva chiesto di essere sepolto accanto ai compagni rivoluzionari ma nemmeno la vedova Nadezhda Krupskaja riuscì a far rispettare le sue ultime volontà. Niente e nessuno poteva opporsi ai disegni di Stalin. Fu stabilito che il corpo venisse trasferito, con un solenne viaggio in treno, a Mosca dove fu esposto nella Sala delle colonne della Casa dei sindacati fino ai funerali celebrati il 27 gennaio sulla Piazza Rossa. «La coda si sarebbe snodata per tre giorni e quattro notti dando prova di assoluta autodisciplina, di correttezza estrema nel totale rispetto della gravità della situazione», racconta Gian Piero Piretto, storico della letteratura e studioso della cultura russa che ha ricostruito quei giorni nel libro L'ultimo spettacolo. I funerali sovietici che hanno fatto storia (Cortina). «Si calcola che cinque milioni di persone, nonostante il freddo intenso, abbiano voluto rendere l'ultimo omaggio al proprio capo, mosse in parte dalla pura curiosità, più probabilmente dalla paura del futuro, ma anche, e a restarne colpiti furono gli stessi responsabili bolscevichi, dal sincero dolore e dal desiderio di mostrare la propria dedizione a quell'autorità».

Santificato. Poi Stalin, non senza dissensi all'interno del Partito stesso (ancora esisteva il confronto), compì un ulteriore passo: impose che il corpo di Lenin fosse imbalsamato per esporlo al popolo, facendone uno dei pilastri ideologici dell'Urss. In contrapposizione all'ateismo di Stato si sviluppò una vera "santificazione laica" del leader rivoluzionario, che rimandava agli usi propri della Chiesa ortodossa. Usanze contro cui i bolscevichi si erano scagliati dichiarandole "ipocrisie della religione", che ora però tornavano utili. «Lenin venne considerato il secondo Messia, colui che aveva annunciato al mondo la millenaria promessa del regno della libertà», ha scritto lo storico Oleg Shakhnazarov sulla Russian Social Science Review. «Il suo corpo fu dunque preservato per la resurrezione, anche visivamente in modo simile alla Prima Venuta: un sepolcro chiuso da una pietra (il mausoleo accanto alle mura del Cremlino completato all'inizio degli anni Trenta, ndr), due guardie a custodirlo e fedeli in visita per vedere le spoglie. Fu canonizzato come un santo».

Eredità ideologica. Pur opponendosi alle suggestioni religiose che l'imbalsamazione implicava, i bolscevichi colsero l'occasione per dimostrare i traguardi raggiunti in breve dalla scienza sovietica, capace di eternare un corpo.

Ma quelle spoglie nel mausoleo, prima in legno e dopo in marmo, soprattutto fissavano in qualcosa di tangibile, non tanto l'uomo quanto la sua eredità ideologica, il leninismo. Avel Enukidze, membro del Comitato centrale chiamato a decidere sulla questione, affermò: "Noi non abbiamo voluto trasformare il corpo di Vladimir Ilich in qualcosa come una reliquia attraverso la quale rendere popolare e preservare la sua memoria. Egli aveva già reso immortale se stesso attraverso i suoi brillanti insegnamenti e le sue attività rivoluzionarie. Noi abbiamo voluto conservare il corpo perché è di grande importanza mantenere intatta la sembianza fisica del grande leader per la prossima e tutte le generazioni future".

Istantanea di un'epoca. A oltre trent'anni dalla fine dell'Unione Sovietica, e malgrado i dibattiti ricorrenti che in Russia sollevano la questione di una degna sepoltura per i resti di Lenin e il loro stato di conservazione, il suo corpo è ancora oggi visibile nel mausoleo nella Piazza Rossa. La città di San Pietroburgo (Pietrogrado dal 1914), il cui nome dal 1924 al 1991 fu Leningrado, ha ripreso la sua denominazione originaria e in Russia molti monumenti sovietici sono stati distrutti.

IN religioso silenzio. Eppure, dentro la piramide a gradoni alta 12 metri con una facciata di 24 metri di lunghezza, progettata dall'architetto Aleksej Viktorovich Schusev, la Storia sembra essersi fermata. Ai visitatori, non più numerosi come un tempo, è vietato fare foto o riprese, parlare, tenere le mani in tasca, indossare cappelli e guanti. All'interno non è consentito fermarsi, bisogna procedere in fila indiana a piccoli passi. Il cosiddetto "gruppo del Mausoleo", che si occupa della preservazione del corpo imbalsamato con tecniche che quando vennero perfezionate, negli anni Venti, erano estremamente innovative, è composto da anatomopatologhi, biochimici e chirurghi. Le attività conservative costano ogni anno alle casse del Cremlino, secondo dati ufficiali, circa 170mila euro.

21 gennaio 2024 Focus.it
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