Le più clamorose proteste sul campo da gioco

Gli atleti in ginocchio durante l'inno americano seguono una lunga scia di storiche manifestazioni di dissenso davanti agli spalti: alcune hanno lasciato un segno indelebile.

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2017: giocatori professionisti dello sport nazionale Usa si inginocchiano durante l'esecuzione dell'inno nazionale, in segno di protesta per le violenze sulla comunità nera da parte della polizia statunitense. Questa forma di protesta, inizialmente limitata, si è diffusa dopo alcune discutibili dichiarazioni di Donald Trump sulle questioni razziali e sul rifiuto del dissenso sul campo da gioco, arrivando a coinvolgere anche atleti della lega professionistica del baseball. Nella foto, l'intera squadra di football americano dei Jacksonville Jaguars manifesta contro razzismo e disuguaglianze razziali.

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Il primo a inginocchiarsi durante l'inno nazionale americano (un comportamento considerato oltraggioso), rifiutandosi di «dimostrare orgoglio per la bandiera di una nazione che opprime le persone di colore e le minoranze etniche» era stato, nell'aprile del 2016, il quarterback Colin Kaepernick. Per il suo gesto, che molto ha fatto discutere e che ha poi trovato largo seguito, Kaepernick è rimasto senza una squadra: in quell'occasione il presidente Trump dichiarava che chi si rifiuta di onorare l'inno «andrebbe licenziato». Le proteste degli sportivi - che per il loro seguito sono particolarmente efficaci - non sono però solamente tipiche dei nostri giorni.

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Alle Olimpiadi di Atene del 1906, il campione di salto in lungo irlandese Peter O'Connor (nella foto) inscenò una singolare forma di protesta dopo che il suo secondo posto venne celebrato issando la bandiera britannica. Riconoscendosi solo nel vessillo irlandese, O'Connor si arrampicò sul pennone e sventolò una bandiera del proprio paese che aveva portato con sé. Curiosità dal mondo: 11 cose che forse non sai sulle bandiere.

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16 ottobre 1968, Olimpiadi di Città del Messico: gli atleti al primo e terzo posto sul podio dei 200 metri maschili, Tommie Smith e John Carlos, sollevano il pugno con un guanto nero, per protesta contro la violazione dei diritti degli afroamericani. È l'anno in sono assassinati Martin Luther King e Bob Kennedy. Smith e Carlos sono a piedi scalzi, a simboleggiare la povertà, e le piccole pietre che Carlos indossa al collo rappresentano le vite dei neri americani linciati perché si battevano per la libertà. Meno nota è la storia dell'altro atleta, Peter Norman, l'australiano arrivato secondo. Nella foto indossa la stessa coccarda dei compagni di podio, il distintivo simbolo della Olympic Project for Human Rights. Norman se l'era fatto dare negli spogliatoi, in segno di solidarietà: «Sono con voi, disse. Pagò caro il suo gesto, con la cancellazione da tutte le competizioni successive.

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5 dicembre 1976: un anno dopo la morte del dittatore spagnolo Francisco Franco, Ignacio Kortabarría e José Ángel Iribar, i due capitani delle squadre basche, portarono in campo la ikurriña, la bandiera basca che Franco aveva messo al bando. Fu la prima apparizione pubblica dopo anni di clandestinità, con i tifosi costretti ad esibire bandiere di altre nazionalità ma con i loro stessi colori (come quella italiana) per poter almeno tifare il rosso, bianco e verde senza essere arrestati.

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Una protesta fuori dal ring che ebbe ripercussioni per anni, trasformando un pugile in un simbolo di lotta civile: nel 1967 Muhammad Ali (nato Cassius Marcellus Clay Jr.), da tre anni campione del mondo dei pesi massimi, si rifiutò di arruolarsi per combattere la Guerra del Vietnam in una sua personale guerra allo strapotere dei bianchi. Fu arrestato, processato per renitenza alla leva e privato del titolo. Per i quattro anni successivi non poté gareggiare, ma nel 1971 la Corte Suprema degli Stati Uniti annullò la condanna.

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Nel 1996 fece scalpore il gesto di Mahmoud Abdul-Rauf, un giocatore dell'NBA (basket) che rimase nello spogliatoio durante l'esecuzione dell'inno americano ("un simbolo di oppressione", per il giocatore). In seguito l'atleta - nella foto, con le mani giunte - ottenne di poter pregare anziché cantare l'inno nazionale.

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2010: il Cinco de mayo (5 maggio), quandi si celebra una delle feste più importanti per le popolazioni del Centro America, per manifestare contro una legge sull'immigrazione particolarmente repressiva, approvata in Arizona, la squadra di pallacanestro dei Phoenix Suns cambiò maglia. Ne adottò una con la scritta "Los Suns", in solidarietà con la popolazione latino americana dello Stato americano.

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Negli ultimi anni molti sportivi hanno manifestato la propria solidarietà al Black Lives Matters, il movimento a sostegno della comunità afroamericana. Nel 2014, LeBron James e altre star dell'NBA (basket), come Kyrie Irving e Kevin Garnett, indossarono in allenamento una T-shirt con la scritta "I Can't Breathe" (non posso respirare) per dare voce alle ultime parole di Eric Garner, afroamericano ucciso con una stretta alla gola da un poliziotto a Staten Island, New York. LeBron James non si risparmia contro le discriminazioni razziali, bersagliando sui social Donald Trump e l'Amministrazione Usa.

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2014: la giocatrice di pallacanestro Ariyana Smith, nel campionato NCAA dedicato alle squadre dei college, fece parlare di sé per aver alzato le braccia durante l'inno: con le mani in alto, Ariyana Smith fece qualche passo verso il pubblico e si sdraiò a terra, dove rimase per 4 minuti e mezzo, in protesta per l'omicidio di Michael Brown, diciottenne afroamericano ucciso dalla polizia americana a Ferguson, Missouri.

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Gennaio 2016: sul campo di Larissa, in Grecia, dopo il fischio di inizio partita, i giocatori di entrambe le squadre, Ael Larissa e Acharnaikos, rimasero seduti in campo per un paio di minuti, senza giocare, per richiamare l'attenzione sulle stragi di migranti, naufragati al largo della costa greca nell'indifferenza generale.

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Agosto 2017, Mondiali di "nuoto master" di Budapest: il nuotatore spagnolo 72enne Fernando Alvarez si trattiene per un minuto dal tuffarsi, in segno di protesta contro l'organizzazione, che non ha accettato di fare osservare un minuto di silenzio in ricordo delle vittime dell'attentato di Barcellona, avvenuto pochi giorni prima.

2017: giocatori professionisti dello sport nazionale Usa si inginocchiano durante l'esecuzione dell'inno nazionale, in segno di protesta per le violenze sulla comunità nera da parte della polizia statunitense. Questa forma di protesta, inizialmente limitata, si è diffusa dopo alcune discutibili dichiarazioni di Donald Trump sulle questioni razziali e sul rifiuto del dissenso sul campo da gioco, arrivando a coinvolgere anche atleti della lega professionistica del baseball. Nella foto, l'intera squadra di football americano dei Jacksonville Jaguars manifesta contro razzismo e disuguaglianze razziali.