Le più clamorose proteste sul campo da gioco

Gli atleti in ginocchio durante l'inno americano seguono una lunga scia di storiche manifestazioni di dissenso davanti agli spalti: alcune hanno lasciato un segno indelebile.
Vedi anche le proteste che hanno cambiato la Storia recente

reu_rts1dj7g_webcolinkaepernick06.081john_carlos_tommie_smith_peter_norman_1968crikurrmuhammad_ali_1966reu_rtr9af_webreu_rtr2dipl_webreu_rtr35mxy_webreu_rtr4h6zi_webariyana_smithsitinalvarezApprofondimenti
reu_rts1dj7g_web

Forse ne avrete sentito parlare o l'avete vista: in questi giorni, diversi giocatori professionisti si inginocchiano durante l'esecuzione dell'inno nazionale, come segno di protesta per le violenze sulla comunità nera da parte della polizia statunitense. La protesta inizialmente molto limitata, si è diffusa dopo le dichiarazioni di Donald Trump sulle questioni razziali e su questa forma di dissenso. e si è allargata dai giocatori di football della National Football League alla lega professionistica del baseball. Nella foto, l'intera squadra di football americano dei Jacksonville Jaguars manifesta contro razzismo e disuguaglianze razziali.

colinkaepernick

Il primo a inginocchiarsi durante l'inno, rifiutandosi di «dimostrare orgoglio per la bandiera di una nazione che opprime le persone di colore e le minoranze etniche» era stato, nell'aprile 2016, il quarterback della NFL Colin Kaepernick. Per il suo gesto eclatante, che molto ha fatto discutere e che ha trovato largo seguito negli ultimi giorni, Kaepernick è rimasto senza una squadra. Il Presidente Trump ha dichiarato che chi si rifiuta di onorare l'inno «andrebbe licenziato». Ma le coraggiose proteste degli sportivi - che per il loro seguito sono particolarmente efficaci - non sono certo una questione moderna. Nelle prossime foto vi raccontiamo alcune delle più famose.

06.081

Alle Olimpiadi di Atene del 1906, il campione di salto in lungo irlandese Peter O'Connor (nella foto) inscenò una singolare forma di protesta dopo che il suo secondo posto venne celebrato issando la bandiera britannica. Riconoscendosi solo nel vessillo irlandese, O'Connor si arrampicò sul pennone e sventolò una bandiera del proprio paese che aveva portato con sé.
11 cose che forse non sai sulle bandiere

john_carlos_tommie_smith_peter_norman_1968cr

In una delle fotografie che hanno segnato il Novecento, scattata il 16 ottobre del 1968 alle Olimpiadi di Città del Messico, gli atleti al primo e terzo posto del podio dei 200 metri maschili, Tommie Smith e John Carlos, sollevano un pugno con un guanto nero, in simbolo di protesta contro la violazione dei diritti degli afroamericani. È l'anno delle uccisioni di Martin Luther King e Bob Kennedy. I piedi scalzi dei corridori simboleggiano la povertà; le piccole pietre che Carlos indossa al collo, le vite dei neri linciati mentre si battevano per la libertà. Meno nota è la storia del terzo atleta, Peter Norman, l'australiano arrivato al secondo posto. Nella foto indossa la stessa coccarda dei compagni di podio, il distintivo simbolo della Olympic Project for Human Rights. Norman se l'era fatto dare negli spogliatoi, in segno di solidarietà con le proteste dei neri - «I will stand with you», starò con voi, disse. Pagò questo gesto vedendosi cancellato da tutte le competizioni successive.

ikurr

Il 5 dicembre 1976, un anno dopo la morte di Francisco Franco, Ignacio Kortabarría e José Ángel Iribar, i due capitani delle squadre basche, portarono in campo la ikurriña, la bandiera basca che il dittatore Franco aveva messo al bando. Fu la prima apparizione pubblica dopo anni di clandestinità, con i tifosi costretti a portare con sé bandiere di altre nazionalità (ma con gli stessi colori, come quella italiana) per poter almeno tifare il rosso, bianco e verde senza essere arrestati.

muhammad_ali_1966

Una protesta fuori dal ring che ebbe ripercussioni su molti anni di gare, trasformando un pugile in un simbolo di lotta civile: nel 1967 Muhammad Ali, da tre anni campione mondiale di pesi massimi, si rifiutò di arruolarsi nell'esercito statunitense per combattere la Guerra del Vietnam, adducendo motivi religiosi (da poco si era convertito alla fede islamica). Fu arrestato, processato per renitenza alla leva e privato del titolo. Per i quattro anni successivi non poté gareggiare, ma nel 1971 la Corte Suprema degli Stati Uniti annullò la sua condanna.

reu_rtr9af_web

Nel 1996 fece scalpore il gesto di Mahmoud Abdul-Rauf, un giocatore dell'NBA che rimase in spogliatoio durante l'esecuzione dell'inno americano ("un simbolo di oppressione", per il giocatore). In seguito l'atleta - nella foto, con le mani giunte - ottenne di poter pregare anziché cantare l'inno nazionale.

reu_rtr2dipl_web

Nel 2010, per manifestare dissenso contro una leggi sull'immigrazione particolarmente repressiva approvata in Arizona, la squadra di pallacanestro dei Phoenix Suns cambiò momentaneamente la maglia. Ne adottò una con la scritta "Los Suns", in solidarietà con la popolazione latino americana residente nello stato. Il gesto si tenne nel giorno del Cinco de mayo, una delle feste più importanti per la popolazione del Centro America.

reu_rtr35mxy_web

A volte per protestare è sufficiente rimanere fermi: durante i mondiali di scherma del 2011, la schermitrice tunisina Sarra Besbes rimase immobile in pedana a ricevere le stoccate dell'avversaria israeliana Noam Mills. Come protesta per la nazionalità dell'avvesaria, la Besbes incassò 5 stoccate senza difendersi, nello sconcerto della giuria che non poté che decretarne la sconfitta.

reu_rtr4h6zi_web

Negli ultimi anni, diversi sportivi hanno manifestato la propria solidarietà nei confronti del movimento a sostegno della comunità afroamericana Black Lives Matters. Nel 2014, LeBron James e altre star dell'NBA come Kyrie Irving e Kevin Garnett, indossarono in allenamento una T-shirt con la scritta "I Can't Breathe" per dar voce alle ultime parole di Eric Garner, afroamericano ucciso con una stretta alla gola da un poliziotto a Staten Island, New York. LeBron James si è più volte speso contro le discriminazioni razziali, e ha dato a Donald Trump una delle risposte social più decise e virali delle ultime ore.

ariyana_smith

Sempre nel 2014 la giocatrice di pallacanestro Ariyana Smith, nel campionato NCAA dedicato alle squadre dei college, fece parlare di sé per aver alzato le braccia durante l'inno: con le mani in alto, Ariyana Smith fece qualche passo verso il pubblico e si sdraiò a terra, dove rimase per 4 minuti e mezzo. La protesta era riferita all'omicidio di Michael Brown, diciottenne afroamericano ucciso dalla polizia americana a Ferguson, Missouri.
I have a dream: la storia del discorso di Martin Luther King

sitin

Nel gennaio 2016, su un campo di Larissa, in Grecia, dopo il fischio di inizio partita, i giocatori delle squadre di calcio di seconda divisione Ael e Acharnaikos rimasero seduti in campo per un paio di minuti, rifiutandosi di giocare. Il gesto dimostrativo voleva sollevare l'attenzione sulle continue stragi di migranti, naufragati al largo della costa greca nell'indifferenza generale.

alvarez

Durante i recenti Mondiali di Nuoto master a Budapest di fine agosto 2017, il nuotatore spagnolo 72enne Fernando Alvarez si è rifiutato di tuffarsi come segno di protesta contro il rifiuto dell'organizzazione di osservare un minuto di silenzio in ricordo delle vittime dell'attentato di Barcellona. Alvarez lo ha osservato in autonomia, visto che la sua richiesta non era stata accolta.

Forse ne avrete sentito parlare o l'avete vista: in questi giorni, diversi giocatori professionisti si inginocchiano durante l'esecuzione dell'inno nazionale, come segno di protesta per le violenze sulla comunità nera da parte della polizia statunitense. La protesta inizialmente molto limitata, si è diffusa dopo le dichiarazioni di Donald Trump sulle questioni razziali e su questa forma di dissenso. e si è allargata dai giocatori di football della National Football League alla lega professionistica del baseball. Nella foto, l'intera squadra di football americano dei Jacksonville Jaguars manifesta contro razzismo e disuguaglianze razziali.