Storia

Origini segrete del progetto Manhattan, il programma americano per la bomba atomica

I primi passi del progetto Manhattan che portò il Paese a produrre la bomba atomica. E a lanciarla su Hiroshima e Nagasaki, tra lo sgomento di molti degli scienziati che contribuirono a crearla.

Nel 1942, nel pieno della II Guerra mondiale, il governo americano diede il via al progetto Manhattan per creare in breve tempo laboratori in grado di produrre un'arma atomica prima che i nazisti, impegnati da anni in un programma nucleare, ne costruissero una loro. Il progetto fu gestito dal distretto dell'American Corps di Manhattan a New York (da cui il nome Manhattan, dato al progetto) e prese il via nella segretezza più totale.

Top della scienza. L'iniziativa poteva contare sul contributo di molti scienziati nucleari che con l'ascesa delle dittature in Europa e la scarsità di finanziamenti alla scienza, trovarono rifugio negli Stati Uniti.

Sotto la bandiera a stelle e strisce si formò una comunità di fisici di altissimo livello. Tra i nomi più noti, Enrico Fermi, Leo Szilard e Robert Oppenheimer.

progetto Manhattan, atomica
Costruite nei primi anni del movimento moderno, queste città riflettevano idee all'avanguardia sull'urbanistica, le abitazioni di massa, l'ingegneria civile e meccanica e la costruzione modulare. Nella foto è una veduta aerea del piano K-25 a Oak Ridge, c. 1945 © National archives and records administration

Tutti erano animati da un sincero rancore verso il Nazismo e da una fiduciosa speranza nel potere della scienza. Ma soprattutto credevano nell'importanza di dotare l’America di questa arma micidiale da usare come deterrente nei confronti dei nazisti.

Sobborghi nucleari. Il primo punto che il governo americano si trovò ad affrontare fu quello di decidere dove costruire i centri e i laboratori di ricerca. Le esigenze del progetto richiedevano che si trattasse di sobborghi isolati, lontano dai grandi centri abitati e isolati con filo spinato: i tre siti scelti furono Oak Ridge (Tennessee), Los Alamos (Nuovo Messico) e Hanford (Washington). Nel complesso i tre agglomerati urbani ospitarono 125.000 scienziati, ma non solo loro. A vivere lì erano famiglie, studiosi, fisici e ovviamente spie.

Il Progetto Manhattan fu incaricato infatti anche di condurre attività di intelligence sul Programma nucleare militare tedesco. Molti uomini furono quindi inviati in Europa, talvolta oltre le linee nemiche, a raccogliere materiale e documenti del programma tedesco e ad arruolare scienziati.

progetto Manhattan, atomica
Una veduta aerea della strada verso Los Alamos tra il 1943 e il 1945. Le città furono appositamente posizionate in luoghi remoti, perché non destassero sospetti. © National archives and records administration

Top secret. Le città furono costruite silenziosamente dal Corpo degli Ingegneri degli Stati Uniti dopo che tutti i residenti vennero sfrattati. I centri erano tenuti così segreti da non risultare nemmeno sulle mappe. A tutti fu proibito di pronunciare il nome della città in cui risiedevano.

Isolati da barriere naturali e recinzioni di sicurezza, ogni sobborgo rispondeva a precisi requisiti: si trovava in zone poco popolate, lontano dalle coste, ma era facilmente raggiungibile da ricercatori e tecnici.

progetto Manhattan
Una casa a Oak Ridge. Nelle case si mantenne un'atmosfera familiare, come dimostrato da questo rampicante decorativo su un rimorchio. © National archives and records administration

Microcosmo. Inizialmente, spinti da spirito patriottico, in molti si adattarono a vivere in tenda, altri in roulotte o in rifugi di fortuna fino a quando, all'interno delle riserve militari, spuntarono le prime abitazioni.

progetto Manhattan
Un manifesto del 1943, esorta gli abitanti di Oak Ridge a mantenere riservati i loro lavori sul progetto di Manhattan. © US Department of energy

I centri erano microcosmi in cui non mancava nulla: c'erano enormi quantità di rifornimenti, laboratori e fabbriche ma anche case, scuole e ospedali. I più sfortunati anche allora erano gli afroamericani, spesso ospitati in baracche di compensato, economiche ma precarie.

progetto Manhattan
Donne si occupano del bucato vicino a capanne di compensato frettolosamente costruito a Oak Ridge, nel Tennessee © National archives and records administration

E i nazisti? Con l'avanzare della guerra, mentre i lavori per la produzione dell'atomica procedevano, gli Alleati trovarono documenti che rivelavano che il progetto nucleare tedesco era in realtà ancora a uno stadio embrionale: non era stata prodotta né una reazione a catena, né il plutonio, né la separazione degli isotopi dell'uranio.

Tra gli scienziati americani che invece erano a un passo dal realizzare la bomba all'uranio e quella al plutonio, emersero i primi dubbi. Lo stesso Szilard, uno degli uomini di punta del progetto, nel 1945 stilò una petizione firmata da 68 dipendenti del reparto di Metallurgia del Progetto Manhattan, e la presentò al presidente Truman (Rapporto Franck): dichiarava che lanciare le prime bombe atomiche sul Giappone sarebbe stato del tutto ingiustificato. La petizione cadde nel nulla.

Prove generali. La mattina del 16 luglio 1945 (il tardo pomeriggio in Italia) nel cuore del deserto della Jornada del Muerto, in New Mexico, un fungo atomico squarciò il cielo e infranse il silenzio: gli scienziati del progetto Manhattan avevano appena testato la potenza di Gadget, la prima bomba atomica della storia.

Meno di un mese dopo, il 6 agosto 1945, gli Stati Uniti lanciarono un'altra bomba atomica su Hiroshima in Giappone e tre giorni dopo una al plutonio su Nagasaki. Solo allora il presidente Truman (succeduto a Roosvelt nell'aprile del 1945) rese pubblica la notizia dei siti nucleari.

Distruttori di mondi. Un senso di sgomento intanto colpiva molti degli scienziati che avevano lavorato a questo risultato. "I fisici hanno conosciuto il peccato", fu lo sconsolato commento di Oppenheimer dopo l'esplosione ad Hiroshima. Lo pensava da tempo. Appena venti giorni prima durante il lancio di Gadget era stato ancora più radicale: Sono diventato Morte, il distruttore di mondi.

21 giugno 2018 Giuliana Rotondi
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