Le grandi sconfitte militari degli antichi Romani

Le legioni di Roma non erano imbattibili. Lo dimostrano le clamorose sconfitte subite in queste battaglie, frutto di errori costati migliaia di vite.

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Il termine legio deriva da lego, che significa raccogliere, scegliere. La legione era dunque una selezione di uomini adatti al mestiere delle armi.|M. KOZIK

Uno dei fiori all'occhiello dell'impero romano è stato l'esercito. Inizialmente composto da pochi volontari che si arruolavano per difendere gratuitamente i confini del regno, negli anni divenne sempre più grande fino a trasformarsi in un apparato mastodontico (e sempre meno efficiente). Lungi dall'essere imbattibile, ha anche conosciuto alcune pesanti sconfitte. Ecco le più eclatanti (o curiose), con un'avvertenza storica importante: quasi ogni sconfitta fu seguita da spietate vendette. E i nemici di Roma alla fine furono piegati dalla forza delle legioni. Tranne i Germani.

 

Il primo sacco. La prima sconfitta fu nel 390 a.C. quando Roma (a più di 300 anni dalla sua fondazione) se la dovette vedere con i Galli Senoni, stanziati nell'ager Gallicus (Romagna meridionale - Marche settentrionali): secondo quanto ci ha tramandato lo storico romano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), i Senoni, guidati da Brenno, avrebbero messo a ferro e fuoco l'intera città (incluso l'archivio di stato): ecco perché tutti gli avvenimenti antecedenti a questa battaglia risultano in gran parte leggendari e di difficile ricostruzione storica.

Le Forche caudine. Se oggi noi usiamo l'espressione passare sotto le "forche caudine" come sinonimo di umiliazione o prova mortificante è per colpa di un'altra pesante sconfitta del popolo dell'Urbe. Allude al trattamento riservato ai Romani nel corso della guerra contro i Sanni (popolo italico dell'area centro-meridionale) che dopo averli intrappolati nella gola di Caudio (tra le odierne province di Napoli, Benevento e Avellino) nel 321 a.C. gli imposero la resa e l'umiliazione di passare, disarmati e forse nudi, sotto un giogo (le “forche”). 

 

La vittoria di Annibale. Il popolo che diede più filo da torcere ai Romani però fu quello dei Cartaginesi (a cui Focus Storia dedica il numero 135 in edicola).

 

Ai tempi della seconda guerra punica, il nemico pubblico numero uno era Annibale, che nel 216 a.C. aveva già percorso tutta la Penisola da nord a sud, varcando le Alpi con i suoi elefanti.

 

La battaglia di Canne fu il momento di massimo successo dello stratega, e uno dei punti più bassi di popolarità per i legionari romani: nella battaglia morirono infatti decine di migliaia di soldati (tra i 45 e i 70mila a fronte di 6mila Cartaginesi) e vennero fatti prigionieri circa 10mila uomini. Ad ogni modo Roma pur raccogliendo sul campo una serie di clamorose sconfitte, vinse tutte e tre le guerre puniche, cancellando Cartagine.

La morte del console Lucio Emilio Paolo durante la battaglia di Canne. Per vincere la battaglia Annibale schierò a mezzaluna la sua fanteria, fiancheggiata ai lati dalla cavalleria. Prima gli arcieri scompaginarono i ranghi della cavalleria romana, costretta a ripiegare lasciando la fanteria priva di protezione sui fianchi. A quel punto i fanti punici iniziarono ad arretrare, lasciando avanzare tra le due ali della mezzaluna i Romani. Quasi senza rendersene conto, i legionari si ritrovarono bloccati in una morsa tra le ali cartaginesi, rinforzate da contingenti libici giunti nel frattempo, che Annibale aveva tenuto nascosti per sfruttare l’effetto sorpresa. Quando si aggiunsero i cavalieri numidi e iberici, l’accerchiamento fu completo.

 

I Tedeschi vincono solo se noi vogliamo perdere. Qualche decina di anni dopo (siamo nel 105 a.C.) i Romani incassarono un'altra pesante sconfitta militare. Ad Arausio (oggi Orange, nel Sud della Francia), le due tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni ebbero la meglio sulle truppe di Roma.

 

A sancire la sconfitta fu soprattutto la rivalità tra i due consoli, Gneo Manlio e Servilio Cepione, che guidavano l'esercito. Cepione, invidioso del collega e  smanioso di prendersi tutti i meriti della possibile vittoria, schierò i propri uomini tra il nemico e le legioni di Manlio, tagliandole fuori dal combattimento. A quel punto i Germani, che erano in inferiorità numerica, approfittarono dell'errore e affrontarono le armate una alla volt, spazzandole via. Il risultato fu un'ecatombe: 80.000 soldati e 40.000 civili (portatori e vivandieri) morti. Si narra che soltanto in 10 furono risparmiati... per portare la notizia a Roma.

dalla repubblica...  Circa 50 anni dopo nel 53 a.C. i Romani subirono un'altra batosta a Carre in Asia Minore (Turchia): tra morti (25.000) e prigionieri, tre quarti dell’armata romana venne distrutta. Come racconta lo storico Andrea Frediani su Focus Storia, l’esercito del triumviro Marco Licinio Crasso, forte di 44mila uomini, giunse nei pressi di Carre, in Asia Minore (Turchia), prostrato dalla marcia nel deserto.

 

Il comandante dei Parti, Surenas, tenne nascosto il grosso dei suoi 11mila uomini, per indurre l’avversario ad attaccare. Quando Crasso dispose le legioni nella solita formazione a quadrato, con la cavalleria gallica, al comando del figlio Publio Licinio, sui fianchi, spuntarono a sorpresa dalle dune migliaia di arcieri a cavallo, che con brevi attacchi evitarono il corpo a corpo. La cavalleria pesante dei Parti, i catafratti, accerchiò infine le ali romane. Il giovane Crasso tentò un contrattacco, ma i catafratti ripiegarono e isolarono gli avversari, massacrandoli tutti.

 

Dopo aver visto la testa del figlio issata su una picca, Crasso riuscì soltanto a sperare che gli avversari esaurissero le frecce, per poter passare al contrattacco. Ma dietro le dune si trovava una interminabile carovana di cammelli, con ampie riserve di frecce. Entro il mattino seguente, tra morti e prigionieri, tre quarti dell’armata romana era distrutta. Quanto a Crasso, fu ucciso durante le inutili trattative per la resa.

 

...all'impero. E se la sconfitta nella battaglia di Teutoburgo (9  d.C.) ad opera dei Germani, fu la prima del neonato impero romano, quella dei Visigoti ad Adrianopoli, tre secoli dopo (378), fu quella che rese manifesta l'irreversibile debolezza dell'esercito diventato ormai un carrozzone mastodontico.

 

I Visigoti, insediati nell’impero da alcuni anni, nel 378 si ribellarono. Guidati da Fritigerno - spiega Frediani - devastarono la Tracia (Bulgaria) e si congiunsero con altri barbari, gli Ostrogoti. L’imperatore Valente chiese allora rinforzi al collega e nipote Graziano, ma poi decise di affrontare da solo i barbari, attaccando il loro campo di carri presso Adrianopoli. Pessima idea.

 

I legionari stremati dalla marcia, compiuta in piena estate, si stavano ancora schierando quando la cavalleria ostrogota piombò sul fianco destro romano. In breve i Goti circondarono i Romani, costretti a combattere in una nube di polvere e in uno spazio ristretto, senza neppure la possibilità di estrarre le spade dal fodero. Una pioggia di frecce li investì, aprendo la strada alla fanteria di Fritigerno, che li mise in fuga. La rotta travolse anche Valente, che era con la riserva e che riparò ferito in un casolare; poco dopo i Goti, ignari della sua presenza, bruciarono l’edificio. I Romani persero metà dell’esercito e i Goti non lasciarono più l’impero.

I sacchi di Roma. Le ultime due memorabili sconfitte sono state i due saccheggi di Roma: uno nel 410 d.C. per mano di Atalarico, re dei Visigoti, l'altro nel 455 d.C. ad opera dei Vandali (da cui il termine vandalismo).

 

Ormai il potere imperiale era però al lumicino. Mancavano 21 anni alla caduta dell'Impero romano d'Occidente fissata formalmente dagli storici nel 476, l'anno in cui Odoacre depose l'ultimo imperatore romano d'Occidente, Romolo Augusto.

20 Dicembre 2017 | Giuliana Rotondi