Storia

La vera storia di Edgardo Mortara, il bambino rapito dal papa

Edgardo Mortara era ebreo, ma fu battezzato all'insaputa dei suoi genitori, per questo venne strappato alla famiglia da Pio IX, a soli sei anni. E alla fine divenne prete.

Il film Rapito, di Marco Bellocchio, racconta una storia vera, ambientata in Italia alla viglia dell'Unità, dove un bambino di soli sei anni diventa, suo malgrado, uno strumento nelle mani del papa per mostrare il suo potere, ormai in declino. Ripercorriamo la tragica vicenda di Edgardo Mortara attraverso l'articolo "Il bambino rapito dal papa" di Anna Magli, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Fine di un'era. I vecchi regimi fatti di ducati, granducati, regni sabaudi e borbonici, avamposti austriaci e Stato Pontificio stavano per scomparire dalla penisola italiana nello scontro con gli eredi dell'Illuminismo e della Rivoluzione francese. In questo clima, il papa Pio IX era sovrano di un territorio che si stendeva da Roma verso nord, lungo il Granducato di Toscana fino a Bologna. Ed è proprio a Bologna, in una serata estiva, che si consumò la tragedia del rapimento di un bambino di sei anni, Edgardo Mortara.

I fatti. Era il 23 giugno del 1858 quando il maresciallo Lucidi bussò alla porta di Momolo Mortara, un piccolo commerciante ebreo che viveva nel centro storico di Bologna. "Mi spiace il dirlo: loro sono vittima di un tradimento. Il loro figlio Edgardo è stato battezzato e io ho l'ordine di condurlo meco". Fu così che Edgardo venne sottratto alla famiglia e portato in un luogo segreto, nonostante le proteste dei genitori e dell'intera comunità ebraica, molto rispettata in una Bologna che più di ogni altra città papalina mal tollerava l'ingerenza del Vaticano.

Traditi in casa propria. Ai tempi una legge vietava ai cristiani di lavorare in casa degli ebrei e viceversa. Ma molte famiglie povere mandavano le figlie a servizio delle famiglie israelite: svolgevano le mansioni più umili, accudivano i bambini e lavoravano durante lo shabbath quando, dal tramonto del venerdì, agli ebrei era proibito accendere le lampade e il fuoco per riscaldarsi o cucinare.

In casa Mortara, dove i figli erano otto, tutti in tenera età, lavorava da tempo Anna (Nina) Morisi, una giovane di San Giovanni in Persicelo che all'epoca aveva circa 15 anni. Anna era affezionata ai piccoli Mortara, e soprattutto a Edgardo. Quando il bimbo si ammalò in tenera età, Anna, dietro consiglio di un fornitore della famiglia, lo battezzò in segreto: pensava che il sacramento potesse salvarlo. Edgardo guarì e più avanti Anna lasciò la famiglia per sposarsi e tornare al paese. Non è chiaro come il segreto fu scoperto: forse confidenze fra amiche, forse una confessione al prete.

Le proteste. Anni dopo la faccenda arrivò al Sant'Uffizio di Bologna. La ragazza venne convocata dall'Inquisitore e tra le lacrime raccontò l'accaduto. Questo bastò per far valere la legge dello Stato Pontificio, che prevedeva l'obbligo di impartire un'educazione cattolica a tutti i battezzati. La Chiesa proibiva il battesimo dei bambini di famiglie non cattoliche, ma ammetteva che il sacramento potesse essere amministrato, anche contro il volere dei genitori, in punto di morte. Un cristiano non poteva essere allevato secondo il credo degli ebrei, quindi Edgardo doveva essere allontanato dalla famiglia ed educato secondo la dottrina cattolica.

A nulla valsero i tentativi della comunità ebraica di convincere l'inquisitore e i più alti prelati bolognesi a restituire il bambino: neppure la scoperta che il battesimo "era stato compiuto da una ragazza di solo 15 anni su un bambino non in vero pericolo di vita, utilizzando l'acqua del secchio, quindi senza sapere quello che importasse l'atto, senza avere le qualità volute dalla Chiesa e forse solo per scherzo".

La legge del più forte. Pio IX si assunse in prima persona la responsabilità del rapimento e difese l'operato del Sant'Uffizio. La famiglia Mortara, disperata, si rivolse alla comunità ebraica di Roma, ma la notizia correva di ghetto in ghetto, compresi quelli più emancipati del Regno di Sardegna. E mentre la comunità romana restò muta come d'abitudine, per non turbare equilibri e privilegi, altrove gli ebrei protestarono. In Piemonte, unico Stato dove la comunità israelitica godeva di diritti costituzionali di base, vi fu un dissenso pubblico.

Mobilitazione internazionale. Ma fu soprattutto la comunità ebraica internazionale a mobilitarsi, portando il caso fuori dall'Italia. In Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti gli ebrei erano infatti liberi di organizzarsi pubblicamente. A Parigi l'episodio fu lo spunto per la nascita dell'Alleanza Israelitica Universale.

Diritti umani. Il caso Mortara diffuse l'immagine di uno Stato Pontificio anacronistico e irrispettoso dei diritti umani, suscitando una valanga di proteste. Non solo. L'incresciosa vicenda fu sfruttata da tutti i governi, da Cavour a Bismarck allo stesso Napoleone III, per gettare discredito sulla Chiesa cattolica e su Pio IX. Ma niente riuscì a far cambiare idea al Papa Re che si dichiarò indifferente a tutti gli appelli, in quanto provenivano "principalmente da protestanti, atei ed ebrei".

Trauma incolmabile. La famiglia poté rivedere il piccolo solo nell'ottobre del 1858, quando ottenne dalle autorità ecclesiastiche il permesso di incontrare, per brevi istanti, Edgardo, presenti alcuni sacerdoti.

In questa circostanza si rivelò il dramma interiore del bambino e l'attaccamento alla religione familiare. Nei pochi momenti di vera intimità con la madre, Edgardo riuscì a dirle: "Sai, la sera recito ancora lo Shemà Israel ("Ascolta Israele")".

Sacerdote nonostante tutto. Nel novembre del 1867 Edgardo pronunciò i voti semplici e prese il nome di Pio Maria, in onore del padre adottivo, Pio IX. Il 20 settembre 1870 le truppe italiane entrarono a Roma. Un mese dopo il padre invitò il giovane a seguirlo a Firenze, ma egli rifiutò. Temeva che il ricongiungimento con la famiglia gli venisse imposto, così la sera del 22 ottobre partì in abiti borghesi per il monastero di Novacella, presso Bressanone, dove visse sotto falso nome, studiando teologia ed ebraico. Fu lì che nel 1871 pronunciò i voti solenni.

L'anno seguente andò a Poitiers (Francia) e nel 1873 ricevette l'ordinazione sacerdotale. Edgardo nei successivi 30 anni predicò e raccolse fondi per il suo ordine. Mantenne anche una sporadica corrispondenza con i genitori, cercando di convincerli a convertirsi. Nel 1906 si ritirò nel monastero di Bouhay, vicino a Liegi, e dedicò il resto della vita allo studio e alla preghiera.

Una ferita aperta. Il caso Mortara ha continuato a suscitare scandalo e malumori. Nel 1986, durante la famosa visita alla Sinagoga di Roma, Giovanni Paolo II se lo sentì ricordare dal presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane. La beatificazione di Pio IX, voluta da Wojtyla, ha riaperto una ferita dolorosa.

Sindrome di Stoccolma. Elèna Mortara, la cui bisnonna era sorella di Edgardo, ha dichiarato, in polemica col filosofo Vittorio Messori che glorificò la fede di Edgardo e il suo attaccamento a Pio IX: «Segregato e indottrinato dai sei anni in poi perché diventasse sacerdote, aveva sviluppato il tipico attaccamento del prigioniero verso i suoi carcerieri che si osserva a volte anche nelle vittime adulte dei sequestri. E aveva visto nel pontefice una figura paterna, sviluppando un forte senso di colpa per i "dolori immensi" che, secondo quanto gli veniva ripetuto dallo stesso rapitore, pensava di avergli arrecato attirandogli contro tante polemiche».

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

1 giugno 2023 Focus.it
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