Storia

La storia (tutta da ridere) delle barzellette e di chi le ha inventate

"C'erano un greco, un romano e un fenicio...".  Fin dall'antichità, l'arte di raccontare barzellette si è diffusa in tutti gli strati sociali. Ecco come si è evoluta.

Un cervellone incontra un amico e gli dice: "Ti ho visto nel sonno e ti ho salutato". E l'altro risponde: "Scusami, non ci ho fatto caso!". Potremmo averla da poco sentita al bar, eppure la freddura che vi abbiamo appena raccontato ha ben 1.500 anni e faceva già parte del repertorio di qualche buontempone della Grecia del tempo. E non è nemmeno la più vecchia: proprio come oggi, infatti, barzellette simili erano il modo più semplice per farsi una risata dimenticando per un attimo le preoccupazioni quotidiane. Ma quando hanno iniziato a diffondersi? E come si sono evolute nei secoli?


La sai quella dei Sumeri? L'arte di intrattenere il prossimo con racconti divertenti (e spesso molto sconci) è vecchia quanto l'uomo e il primo di cui abbiamo contezza fu coniato dai Sumeri nel 1900 a.C. La sua traduzione recita così: "La sapete una cosa che non accade da tempo immemore? Che una giovane donna non scoreggi in grembo al marito". Una battuta non proprio lusinghiera per il genere femminile e che oggi non fa troppo ridere, ma che all'epoca i nostri antenati mesopotamici dovevano trovare esilarante.

Quei burloni degli egizi. Malgrado la fama "mortuaria" con cui sono erroneamente passati alla storia, anche gli Egizi amavano confezionare storielle buffe. La più antica è contenuta nel cosiddetto Papiro Westcar (1800-1600 a.C.) e prende in giro (tanto per cambiare) la libido dei faraoni: "Come intrattenere un faraone annoiato? Naviga lungo il Nilo su una barca carica di ragazze vestite con reti da pesca e invitalo ad andare a pescare".

Greci e Romani non furono da meno, tanto da confezionare continuamente battute e aneddoti comici. «Il primo a mettere per scritto racconti buffi, a quanto pare, sarebbe stato lo stesso Omero, al quale era attribuito un poemetto intitolato Margite, che raccontava le divertenti avventure di uno sciocco», spiega Tommaso Braccini, professore di Filologia Classica e Letteratura Greca all'Università di Siena e autore del libro Lupus in Fabula. Fiabe, leggende e barzellette in Grecia e a Roma (Carocci). Proprio dal mondo ellenico proviene il Philogelos ("Amante del riso"), unica raccolta di barzellette antiche (IV-V secolo d.C.) giunta a noi. In essa, come oggi, i protagonisti assoluti erano personaggi stereotipati.

Avari, ubriaconi. «Il più presente era il cosiddetto "scolastico" (o secchione, ndr), ovvero un tale che, a forza di studiare, aveva perso il contatto con la realtà e viveva fra le nuvole, facendo continue gaffes», continua Braccini.

«Poi venivano bersagliati dei tipi fissi: gli avari, gli ubriaconi, e gli abitanti di città come Abdera, Cuma e Sidone, celebri per la stupidità. Infine non mancavano frecciate contro le donne, in particolare contro le mogli, accusate in maniera misogina di rendere la vita impossibile ai mariti». Nulla di nuovo, insomma. Qualche esempio? «Un cumano vende del miele. Arriva un tale, lo assaggia e dice "Mmmh, che buono!", allora lui risponde: "Eh già... Se un topo non ci fosse caduto dentro, non lo avrei messo in vendita!». E ancora, «Dal barbiere: "Come vuole che le tagli i capelli?". "In silenzio!"».

Molte di queste barzellette strappano ancora un sorriso, altre sono decisamente invecchiate male. «L'elemento che salta agli occhi era la totale inesistenza del politically correct», continua l'esperto. «Anche la malattia e i difetti fisici non erano al riparo da battutacce e prese in giro. E poi si scherzava moltissimo sulla morte, forse anche per esorcizzarla, visti i tassi di mortalità molto alti che la rendevano drammaticamente presente». Le circa 265 storielle presenti nel Philogelos erano probabilmente un prontuario, e d'altronde nell'antichità non mancava chi ne avrebbe avuto bisogno, come i cosiddetti "parassiti" (dal greco parà "presso" e sitos "alimento"), personaggi che si presentavano a un banchetto a mani vuote "ripagando" il padrone di casa con storielle e facezie.

Dai parassiti ai giullari. In epoca medievale, l'eredità di questi "scrocconi professionisti" fu raccolta dai giullari di corte, che ricoprivano una funzione simile intrattenendo il signore di turno. Malgrado gli ammonimenti di alcuni padri della Chiesa, nel Medioevo le barzellette continuarono a proliferare, circolando liberamente da occidente a oriente. «I racconti umoristici erano tollerati, e in qualche caso anche incoraggiati, quando servivano a mettere alla berlina i vizi e i viziosi, mentre a essere viste con estrema diffidenza erano le facezie dette solo "per ridere", in particolare quelle incentrate sul sesso», precisa Braccini. «Capita inoltre di rintracciare le stesse trame nell'antichità greca, a Bisanzio, nel mondo arabo, e infine in Occidente. In tanti casi non si trattò di una trasmissione scritta, ma di una diffusione orale: evidentemente tra avversari religiosi ci si combatteva, ma poi si trovava il modo di farsi qualche risata insieme».

Facezie d'autore. In pieno Rinascimento, l'invenzione della stampa a caratteri mobili diede modo a diverse raccolte di circolare più velocemente.

Una delle più famose, intitolata Liber facetiarum (Libro delle facezie) fu scritta nel 1450 dall'umanista e segretario papale Poggio Bracciolini (1380-1459), e includeva oltre 270 battute e storielle comiche in lingua latina, divenute presto un bestseller. In esse ci si prendeva gioco senza peli sulla lingua del clero sbeffeggiando preti, vescovi e cardinali con un linguaggio privo di inibizioni, come quando si raccontava di «un vescovo [...] che aveva perduto qualche dente e aveva altri che ciondolavano, e temeva della loro caduta», a cui un amico rispondeva «Non temete, i denti non cadranno [...]. I miei testicoli già da quarant'anni ciondolano e non son mai caduti».

Lo scopo dell'opera, a detta dello stesso autore, era quello di "sollevare l'animo nostro oppresso da molestie e da pensieri e trarlo alla gioia ed alla allegria". Sulla scia del successo di Bracciolini, anche gli anglosassoni si cimentarono in simili vademecum, definiti jest books (libri di burle), tra cui spiccò il Joe Miller's Jest Book, uscito nel 1739 e dedicato all'omonimo attore comico inglese.

Da Pierino a Mussolini. Nel XIX e nel XX secolo, malgrado i grandi cambiamenti sociali e tecnologici, le barzellette rimasero la principale forma di intrattenimento comico popolare e fu nel primo decennio del Novecento che in Italia fece la sua comparsa Pierino, personaggio dei fumetti creato da Antonio Rubino (1880-1964), e destinato a dominare il panorama delle storielle nostrane. Nel corso del Ventennio fascista gli italiani inserirono nel loro repertorio Benito Mussolini, bersaglio di decine di freddure e prese in giro. «Le barzellette circolavano in particolare tra la piccola borghesia, spesso poco politicizzata anche se iscritta al Partito Nazionale Fascista, ma che in esse trovava una forma di reazione alla soffocante propaganda e retorica di regime», scrivono Mario Avagliano e Marco Palmieri nel libro Il dissenso al fascismo. Gli italiani che si ribellarono a Mussolini (Il Mulino). «Tant'è vero che nel 1938 Giuseppe Bottai, ministro dell'Educazione nazionale, annota nel suo diario che circolano "barzellette a josa. Fioriscono ai margini della disciplina cieca e muta"». L'immagine tipica è quella di un duce sempre pronto a lucrare, circondato da una schiera di affaristi che aveva fama di essere il solito "magna magna" (da qui i giochi di parole con la radice "magn" di "magnare": Mussolini era magnanimo e poteva essere paragonato ad Alessandro Magno e Carlo Magno).

Bavagli inutili. A sua volta negli anni '30 il regime fascista intervenne e proibì ufficialmente le barzellette antiregime.

E anche Adolf Hitler, convinto che le storielle comiche potessero diventare pericolose, istituì una sorta di "tribunale della barzelletta" per punire chi irrideva il suo regime con le armi dello humour e della satira. Nonostante i tentativi governativi, le storie buffe sul duce, i gerarchi e il regime rimasero talmente diffuse da rendere inutile qualsiasi tentativo di censura, mentre nel dopoguerra l'arte di raccontare storielle verrà usata come strumento di consenso da diversi leader politici, tra cui il presidente americano Ronald Reagan (1911-2004) e l'italiano Silvio Berlusconi (1936-2023), celebri per il loro talento di intrattenitori.


Rilanciata da mezzi come radio e tv, la barzelletta è diventata peraltro oggetto di nuovi bestseller (celebri le raccolte dedicate al calciatore Francesco Totti) e popolari trasmissioni tv, divenendo la specialità di attori come Gino Bramieri (1928-1996) o Gigi Proietti (1940-2020). I social network non hanno fatto altro che ampliare tale tendenza, sfornando "meme" e diventando terreno di prova per nuovi barzellettieri in erba. In fondo, la voglia di ridere non passa mai di moda.

1 dicembre 2023 Massimo Manzo
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