Storia

La storia dei Paradisi

Cristiani, ebrei, musulmani, induisti: tutti descrivono, a modo loro, i luoghi dove i giusti si incontreranno dopo la morte. Eccoli.

I primi a sognare il paradiso furono i sumeri e lo chiamarono Dilmun: si trova descritto in una tavoletta (2500 circa avanti Cristo) come un luogo puro e splendido, dove non esistono malattie né violenza. La parola “paradiso” deriva invece dall’antico persiano piridaeza, e significa giardino, parco. Tradotto dai greci diventò paradeisos, e così venne ribattezzato il giardino dell’Eden nella Bibbia dei Settanta, cioè la traduzione in greco dall’ebraico, fatta nel III secolo avanti Cristo.

Ma il paradiso ha tanti altri nomi, quante sono le religioni che, nel corso dei secoli, l’hanno promesso ai propri devoti: Sheol per gli ebrei, Campi Elisi per gli antichi greci, Gan Eden per i musulmani, Terra Pura per i buddhisti, Vaikhunta per gli induisti. Sono tutti luoghi rassicuranti e idilliaci, che tuttavia rispecchiano le diverse culture dalle quali provengono.

«Il paradiso è una dimensione simbolica necessaria a ogni cultura perché è il riflesso di un’utopia sociale: nel paradiso tutto è perfetto perché tutti siamo uguali e felici. Non esiste conflitto tra me e te, siamo tutti diversi ma in un unico corpo che è il corpo di Dio. Il paradiso è anche una grande visione psicologica: rappresenta il ritorno all’utero materno, dove si realizza finalmente la fusione di due in uno», dice Massimo Raveri, ordinario di religioni e filosofie dell’Asia orientale all’università Ca’ Foscari di Venezia.

Dove è? Il paradiso quindi è un’utopia, che non si può realizzare in questa vita. Bisogna prima morire e raggiungere il luogo dell’eterno. Ma dove si trova? Il paradiso non è in terra, perché nessun esploratore l’ha mai trovato. Non è in cielo, perché gli astronomi hanno escluso di poterlo avvistare. La scienza, nel corso dei secoli, ha contribuito cioè a indebolire tutte le teorie geografiche sull’aldilà. Eppure la speranza di raggiungerlo è sempre viva.

In un’incisione del 1870, un missionario medievale scopre il punto dove la Terra tocca il Paradiso.

La chiesa cattolica non trascura questa profonda esigenza e definisce il cielo come il «fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva». Poi però preferisce frenare l’immaginazione dei credenti e ricondurre la localizzazione del paradiso tra i misteri della fede: «Questa comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione », recita il Catechismo della Chiesa Cattolica.

Successo cristiano. Ma non è sempre stato così. Anzi, il successo della religione cristiana, fin dai tempi dell’impero romano, si deve proprio alle rosee prospettive che offre per l’aldilà, a differenza per esempio dell’ebraismo, che nella sua fase più antica aveva descritto l’oltretomba (Sheol) come un mondo oscuro e sotterraneo, dove venivano confinati, dopo la morte, tanto i buoni quanto i malvagi. Più tardi (nel primo secolo dopo Cristo), correggendo il tiro, anche i rabbini introdussero il concetto della resurrezione dei morti e assegnarono ai giusti la vita eterna nel giardino dell’Eden. Un paradiso di pura spiritualità, nel quale il massimo piacere è passeggiare in compagnia di Dio, e per farlo bisogna conoscere alla perfezione la Torah (cioè i primi cinque libri della Bibbia, detti anche Pentateuco).

Secondo la tradizione il profeta Maometto venne condotto dall'arcangelo Gabriele, durante un mirabolante viaggio notturno in groppa a un cavallo alato, dalla Mecca a Gerusalemme affinché potesse vedere il paradiso con i propri occhi. © Coll. De Gigord / adoc-photos / adoc-photos

Città. Un paradiso di pura contemplazione era anche quello prospettato dai primi teologi cristiani, come San Tommaso. Ma il testo sacro che più ha solleticato la fantasia degli esegeti è l’Apocalisse di Giovanni. In essa si descrive come dimora degli eletti, dopo la resurrezione, la Gerusalemme celeste. È una città cinta da mura di diaspro, con le case d’oro e cristallo, decorate di pietre preziose. Nella piazza centrale si trova l’Albero della vita (lo stesso che si trovava nel Giardino dell’Eden), che produce frutti ogni mese.

Presentare il paradiso come una città ha reso molto più concreta la visione dell’aldilà, almeno per i protestanti che, all’interpretazione allegorica dei cattolici, hanno sempre preferito quella letterale. L’evangelico Judson Cordwall, per esempio, nel suo libro Heaven del 1989, non lesina i particolari. Immagina la Gerusalemme celeste come un cubo di 1500 miglia di diametro, formato da 1500 livelli sovrapposti. Ha anche calcolato quanti potrebbero essere, fino a oggi, gli eletti: 28 miliardi.

Il paradiso dei musulmani: chi vi giunge è ricompensato da fanciulle, le “Urì”.

Attico. La promessa più allettante per l’aldilà è comunque quella dell’Islam: nel Corano il Gan Eden viene descritto come un luogo di delizie materiali. Gli eletti possono godere di frutta, carne e miele, vino delizioso, bagni in sorgenti purissime e tante vergini, le urì, per allietare le giornate. “Ma quando rivolgete una supplica al Signore chiedetegli il Firdaws, poiché è il piano migliore e più elevato del paradiso”, ha detto Allah. Il Firdaws è in pratica l’attico del paradiso musulmano, che è concepito come un palazzo di otto piani sulla cui cima sta il trono di Dio. «In comune tra queste religioni c’è la concezione che il paradiso, da luogo di perfezione iniziale, perduta, si è trasformato nel luogo della perfezione finale », spiega lo storico delle religioni Giovanni Filoramo. «Nelle religioni orientali, invece, dove vige una concezione ciclica del tempo, il paradiso non è uno stato definitivo, ma un passaggio che torna a ripetersi tra un ciclo di vita e l’altro».

Così nell’induismo, secondo il quale i paradisi sono molti. «C’è quello di Indra, quello di Shiva, quello di Visnu (il Vaikhunta). Tutti sono luoghi di piacere, con pranzi, bellissime fanciulle, coppieri divini. Però alla fine di questi godimenti l’uomo torna sulla terra. Lo scopo infatti è di migliorare se stessi, di vita in vita, per raggiungere la liberazione definitiva, che è proprio l’annullamento del vivere», dice Stefano Piano, uno dei principali studiosi di indologia italiani.

85 milioni
Il numero massimo di reincarnazioni di un individuo secondo l’induismo.

Su una montagna sacra della catena del Kunlun, nella Cina Occidentale, si trova il paradiso del taoismo. Lì dimora Xi Wang Mu, la Madre regale dell’Occidente e dea della vita eterna, qui rappresentata in un intaglio di giada del XVII secolo. Essa riceve l’uomo, divenuto un genio immortale, e sorveglia sull’equilibrio tra regno celeste e regno terreno.

Nirvana. Non diversa la concezione del buddhismo classico (600 avanti Cristo): il Buddha non parla del “dopo” perché quello che conta è la liberazione dal dolore dell’esistenza. La felicità, cioè il nirvana, è la fine delle continue rinascite, il nulla. In una fase storica successiva, invece, il Buddha, che assume le caratteristiche di una divinità, prospetta agli eletti illuminati il suo regno di perfezione assoluta, la Terra Pura. Nell’amidismo, una corrente del buddhismo, la Terra Pura è fatta di laghi, fiori di loto, foreste di pietre preziose, giardini fatati e musica celeste. Ma è un’eccezione. «L’amidismo infatti descrive anche un Buddha molto umano, buono, che si cura di noi, e che ci salva portandoci nella Terra Pura. È insomma molto vicino al cristianesimo », spiega Raveri. «E questa è anche la ragione del suo recente successo in Occidente. Come potrebbe infatti una cultura come la nostra, fortemente influenzata dal cristianesimo, accettare il buddhismo classico e cioè che la realtà ultima sia il vuoto e la felicità il nulla?»

Le fonti. Ovviamente ciascuna religione fa riferimento ai propri libri sacri. Nel dettaglio ecco quali.

Il paradiso dei cristiani viene descritto nella Genesi e nell’Apocalisse di Giovanni. Tuttavia, anche dopo la Bibbia, molti santi e teologi sono tornati sull’argomento.

Anche per gli ebrei, oltre all’Antico testamento, vale la letteratura post-biblica, cioè le fonti rabbiniche.

La fonte principale per il paradiso islamico è naturalmente il Corano.

Le religioni orientali, invece, non hanno un unico testo sacro. I buddhisti, sulla base dell’insegnamento del Buddha, hanno fondato molte scuole e cia- scuna ha prodotto i suoi Sutra (testi sacri). A parlare di paradiso è la scuola amidista.

Anche l’induismo si divide in molte scuole. Tutte seguono la Bhagavadgita, ciascuna in più ha i propri sampradaya, cioè testi tradizionali. Gli induisti credono che la divinità non abbia una sola forma, ma infinite. A ognuna danno un nome: Shiva, Visnu, Krisna sono le maggiori.

Il taoismo cinese ha come scopo la ricerca dell’immortalità e indica una serie di pratiche per raggiungerla. Il libro fondamentale è il Tao Teh-Ching.

Gli indiani d’America non hanno un unico testo sacro, ma molte leggende, per lo più orali.

5 gennaio 2016
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