Storia

"La società della neve": la vera storia del disastro aereo delle Ande e dei suoi sopravvissuti

La scienza dietro la vicenda dei 16 sopravvissuti allo schianto del volo 571 su un ghiacciaio nelle Ande, raccontata nel film La società della neve.

È praticamente un miracolo uscire vivi da un disastro aereo. Ma scampare a un incidente aereo, a una valanga e a varie tempeste di neve, a oltre due mesi di fame e in uno dei luoghi più freddi e isolati del Pianeta rasenta l'impossibile. Invece è accaduto ai 16 sopravvissuti dello schianto del volo 571 dell'Uruguayan Air Force in un remoto ghiacciaio delle Ande: della sciagura e dei 72 giorni successivi parla il film La società della neve di J.A. Bayon (Netflix).

Come riuscirono i superstiti a farsi trovare dai soccorritori? Come sopportarono il gelo, le privazioni e i disastri naturali? Abbiamo provato a ricostruire i presupposti scientifici della loro incredibile storia, nota ai più perché al centro, vent'anni fa, anche del film Alive - Sopravvissuti (1993).

Errore fatale. Il 13 ottobre 1972 un aereo di linea regionale Fokker FH-227 Fairchild con a bordo 45 persone si schiantò sulla Cordigliera delle Ande. A bordo c'erano i giocatori di una squadra universitaria di rugby uruguaiana che stavano cercando di arrivare in Cile, oltre ad alcuni tifosi, amici e familiari. La quota raggiungibile da quel tipo di velivolo non permetteva di attraversare le Ande (che in alcuni tratti toccano altezze superiori a 6.000 metri) in un punto qualsiasi; era necessario sorvolarle in corrispondenza di un valico montano.

Ma a circa un'ora dal decollo, un inesperto co-pilota calcolò erroneamente la posizione dell'aeromobile, confuso forse dalla copertura nuvolosa o dall'intensità dei venti. Virò verso nord troppo presto dirigendo l'aereo nel cuore della Cordigliera delle Ande. La torre di controllo non si accorse di nulla e diede istruzioni per la discesa verso Santiago del Cile.

L'impatto e la prima notte. Fuori dalla coltre di nuvole l'aereo trovò ad aspettarlo non una pista di atterraggio, ma una valle d'alta montagna dell'Argentina sulla quale si schiantò. Sopravvissero in 33, incluso il pilota, che prima di morire schiacciato nella cabina di pilotaggio disse ai superstiti che si trovavano dopo Curicó, sul versante cileno (occidentale) delle Ande. I 32 ex passeggeri trascorsero la prima notte accoccolati in quel che restava della fusoliera, protetti dai venti grazie a una barriera improvvisata formata da sedili, valigie e rottami, coprendosi con i rivestimenti dei sedili e sigillando le fessure rimanenti con la neve.

Due passeggeri studenti di medicina, Gustavo Zerbino e Roberto Canessa, bendarono come poterono gli arti fratturati dei compagni con pezzi di vestiti, raffreddando le ferite con la neve.

Un altro superstite, Nando Parrado, si salvò quella prima notte perché fu inizialmente ritenuto morto e non fu idratato; secondo le valutazioni dei neuroscienziati, freddo e disidratazione impedirono alla sua ferita sulla testa di gonfiarsi e di ucciderlo. 

Inferno bianco. Il gruppo era finito a oltre 3.350 metri di quota, dove le temperature minime possono arrivare a -35 °C. L'aria era sferzata da violente tempeste di neve, e a quell'altezza, era così sottile e povera di ossigeno da far restare senza fiato anche senza bisogno di muoversi. Il Sole, quando c'era, accecava e bruciava, riflettendosi sulla neve bianchissima e fresca. Senza cappotti da neve, senza coperte ed equipaggiamento di montagna, i sopravvissuti si svegliavano con abiti e capelli coperti di ghiaccio e trascorrevano le notti abbracciati, riscaldandosi a vicenda con il fiato e pizzicandosi gli arti ormai insensibili.

Fame e sete. A quella quota, per l'aumento della diuresi e l'alto dispendio energetico ci si disidrata assai più rapidamente che al livello del mare, e i superstiti si mantennero idratati mangiando la neve, talmente ghiacciata da bruciare e tagliare la gola e le labbra. Per i primi giorni quella nuova e improvvisata società della neve sopravvisse con le esigue scorte di cibo trovate nell'aereo e nei bagagli: un po' di cioccolato, frutta secca, dolci, cracker, frutta, marmellata, tre bottiglie di vino e qualche liquore. Un pasto poteva consistere in un quadretto di cioccolato o in una porzione equivalente.

Quelle provviste si esaurirono in fretta. Dopo qualche giorno, qualcuno provò a cibarsi di pezzi di pellame strappato dalle valigie. Dopo una settimana, il gruppo dovette affrontare la più difficile delle decisioni.

Abbandonati. Nei primi 10 giorni morirono per gli stenti, il freddo e le ferite altri 10 dei sopravvissuti, mentre era sempre più chiaro che nessuno sarebbe venuto a soccorrere i vivi: la fusoliera dell'aereo bianca come la neve risultava perfettamente mimetizzata dall'alto: il quarto giorno un velivolo sorvolò l'area del disastro senza notarla. Al decimo giorno i superstiti recuperarono un piccolo ricevitore radio dal relitto ed appresero che le ricerche erano state interrotte, perché si riteneva che nessuno fosse rimasto vivo.

Cannibali per non morire. Fu in quella situazione che il team arrivò alla risoluzione radicale di doversi nutrire dei resti dei compagni morti per sopravvivere. Della decisione si discusse un intero pomeriggio e alla fine, la maggior parte del gruppo ammise che non c'erano alternative.

Dell'esperienza del cannibalismo, divenuta tristemente famosa e in seguito molto criticata da chi non aveva vissuto quella tragedia in prima persona parlò nel libro Dovevo sopravvivere (2016) Roberto Canessa: «Non dimenticherò mai quella prima incisione, quando ogni uomo era solo con la sua coscienza su quella cima infinita, in un giorno più freddo e più grigio di tutti quelli precedenti o successivi [...]. Noi quattro, ognuno con una lametta o un frammento di vetro in mano, tagliammo con cura i vestiti da un corpo il cui volto non potevamo sopportare di guardare».

Sepolti vivi. Con il tempo, il gruppetto di reduci iniziò ad acclimatarsi, a imparare a camminare nella neve, a evitare i crepacci e a sciogliere la neve nelle bottiglie per ricavare acqua da bere. A un paio di settimane dallo schianto sui superstiti piombò l'ennesima sciagura: precipitando, l'aereo si era infilato alla base di un canalone dove si accumulava la neve.

Una valanga precipitò sul velivolo seppellendo chiunque stesse riposando sul pavimento della fusoliera. Otto persone morirono e le altre rimasero sepolte nella neve al buio, intrappolate nei resti dell'aeromobile. Dopo poche ore, Parrado ruppe con un pugno il tetto del relitto facendo entrare aria fresca. Il gruppo rimase così per quattro giorni in balia delle tempeste, e quando il vento si fu calmato organizzò turni di 15 minuti per spalare via la neve e aprirsi un varco verso l'esterno.

La spedizione. A quel punto Parrado capì che l'unica remota possibilità di salvezza sarebbe stata andare a cercare aiuto. Le settimane successive furono dedicate all'allenamento, alla preparazione dell'equipaggiamento necessario e all'attesa che il meteo migliorasse. Al 61esimo giorno dallo schianto, tre degli ormai solo 16 passeggeri sopravvissuti - Nando Parrado, Roberto Canessa e Antonio Vizintín - lasciarono la fusoliera attrezzati con sacchi a pelo fatti di cuscini cuciti insieme, di una slitta ottenuta da una valigia, con tre strati di vestiti addosso, aste di alluminio come bastoni e uno zaino con razioni di carne (umana) per tre giorni. In base alle ultime indicazioni del pilota pensavano di dover scalare la montagna che vedevano ad ovest e poi dirigersi verso il Cile.

Un viaggio più lungo del previsto. Partirono il 12 dicembre e in una sola mattina percorsero 600 metri di dislivello: gli esperti sconsigliano di salire per più di 300 metri al giorno quando si è a quote così elevate, e subito arrivò il mal di montagna con i suoi sintomi classici, disidratazione e iperventilazione.

Il trio ci mise tre giorni a raggiungere la cima della montagna, a 4.600 metri. E da lassù si accorse che anche su questo, il pilota si era sbagliato: davanti a loro non c'era ancora il Cile, ma un labirinto intricato di valli e montagne per un totale di circa altri 60-80 km.

L'ultimo tratto. Si decise di proseguire in due. Vizintín tornò all'accampamento scivolando sullo slittino alla fusoliera, lasciando ai due amici le sue scorte così che avessero un po' di cibo in più per continuare il cammino. Parrado e Canessa percorsero una sessantina di km in 10 giorni, barcollando con le loro ultime forze. Come ha raccontato in seguito Canessa: «Nando e io eravamo diventati come una persona sola. Quando lui aveva freddo, avevo freddo anch'io. Gli mettevo un braccio intorno alla schiena perché la sua giacca era piuttosto corta e i suoi reni erano congelati. Eravamo due in uno e camminavamo insieme. Ogni passo era un passo in meno e a ogni passo ci avvicinavamo. Finché avessimo potuto camminare, avremmo raggiunto le valli del Cile».

La forza della disperazione. Molti anni dopo, esperti alpinisti avrebbero detto a Parrado che solo chi ignora i pericoli di quelle montagne può pensare di avventurarsi in una simile traversata. Con il passare dei giorni, davanti ai due uomini il paesaggio cominciava, scendendo, ad addolcirsi, con i primi segni di passaggio umano, di prati, di mandrie di bestiame. Il 20 dicembre la coppia incontrò finalmente al di là di un torrente un altro essere umano, il mandriano cileno Sergio Catalán Martínez.

Canessa ormai non si reggeva quasi più in piedi. Parrado scrisse poche righe su un foglio di carta che legò a un sasso e lanciò con tutta la forza che gli restava fino alla sponda opposta: «Vengo da un aereo che è caduto sulle montagne. Sono uruguaiano. Dobbiamo uscire da qui velocemente. Non abbiamo cibo. Siamo deboli. Non riusciamo neppure a camminare. Quando verrete a salvarci? La prego». Dopo aver lanciato loro del pane, nel giro di un giorno il pastore riuscì ad allertare le autorità cilene della presenza di sopravvissuti tra le montagne argentine.

Mai più gli stessi. Quando arrivò l'elicottero di salvataggio, Parrado e Canessa guidarono i soccorritori fino al luogo esatto dello schianto, conducendoli fino agli altri 14 superstiti, che li accolsero con grida di gioia.

Dopo 72 giorni erano finalmente in salvo. La notizia del "miracolo sulle Ande" fece il giro del mondo, e ben presto il dettaglio della scelta dei reduci di cibarsi di carne umana fu sensazionalizzato dai giornali, suscitando l'indignazione generale e dando luogo a molte false notizie, come l'insinuazione che i superstiti avessero ucciso i compagni per cibarsi di loro.

Ma la maggior parte dell'opinione pubblica dimostrò la massima comprensione per i sopravvissuti e per la loro scelta. Tutti coloro che in seguito al salvataggio accettarono di parlare dissero che non provavano alcuna colpa per la loro decisione, perché non ci sarebbe stato altro modo per sopravvivere.

«Abbiamo donato i nostri corpi», spiegò Canessa qualche anno dopo. «Avremmo potuto morire e aiutare gli altri a sopravvivere. Questa è stata una cosa fantastica che abbiamo fatto insieme. Provo a spiegarlo alle persone e a dire loro che avrebbero fatto altrettanto. Non cerco di giustificare nulla».

I corpi dei morti nell'incidente aereo e nelle settimane successive riposano ancora sulle Ande, vicino al luogo dello schianto.

25 febbraio 2024 Elisabetta Intini
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