La sai la prima?

La più antica ha 4 mila anni. Da allora raccontare barzellette è diventata un’arte. Poco gradita soltanto ai dittatori

moretti
Nanni Moretti

In Ecce Bombo, film cult del 1978, un giovanissimo Nanni Moretti, non invitato a una festa imperdibile, si tormenta al telefono: «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?». Nell’antichità i potenziali “imbucati” non avevano dubbi: ai banchetti ci si andava eccome e senza tenere il muso. Anzi se ne diventava i mattatori, e con un’arma di intrattenimento infallibile, la barzelletta. «Nelle commedie di Plauto (III secolo a. C.) questi personaggi hanno un nome» spiega Mario Andreassi, docente di Letteratura greca all’Università di Bari. «Sono i “parassiti”: vanno alle feste senza invito, con una fame insaziabile e un libricino dove tengono annotate le migliori battute e barzellette. Lo scopo? Sollazzare i presenti, facendo dimenticare tra una risata e l’altra la loro proverbiale rapacità».
Da allora la barzelletta ha avuto alti e bassi: ci sono stati momenti in cui è stata relegata nelle bettole e nelle caserme, altri in cui è diventata punta di diamante del varietà in televisione. Fino a una recente “discesa in campo” nelle sedi più seriose della politica.

Barzellette per la testa
Proprio un libretto promemoria potrebbe essere il Philogelos (in greco “amante della risata”), la più antica raccolta di barzellette e facezie risalente a 1.500 anni fa e giunta intatta fino a noi. «Non ne siamo sicurissimi, ma queste 265 storielle in lingua greca potrebbero aver rappresentato i ferri del mestiere per chi intratteneva la compagnia in feste e banchetti, alla maniera dei “parassiti”» spiega Andreassi. Era, in fondo, il modo più semplice per tenerle sempre a portata di mano, visto che le barzellette fanno spesso fatica a imprimersi nella memoria. «Quest’ultimo aspetto attirò l’attenzione anche di Sigmund Freud (1856-1939) che vi aveva visto una curiosa analogia con i sogni» spiega Jim Holt, autore di una piccola storia della battuta di spirito. «L’uomo dimentica molto velocemente sia le barzellette che i sogni. Questo ne dimostrerebbe la comune origine dall’inconscio. Eppure, sempre secondo il padre della psicanalisi, tra barzelletta e sogno una bella differenza c’è: la prima è fatta per essere compresa, mentre il secondo rimane spesso oscuro, anche per chi l’ha sognato». Ma le barzellette si capiscono davvero sempre tanto facilmente?

«A leggerle oggi, le barzellette del Philogelos sono piuttosto freddine e sono poche quelle che riescono a strapparci un sorriso» dice ancora Andreassi. «D’altronde è difficile capire quanto poteva funzionare una barzelletta, leggendola secoli dopo, decontestualizzata e senza l’abilità del barzellettiere».
Le vittime designate invece sono rimaste quelle di sempre, o quasi. «Oltre un centinaio delle facezie del Philogelos prendono di mira lo skolastikos, ovvero l’intellettuale pedante con la testa tra le nuvole, insomma lo sciocco per antonomasia. Niente di nuovo dunque rispetto alle barzellette su Francesco Totti in cui il calciatore fa la figura del sempliciotto. Anche in questo caso si tratta di freddure vecchissime in cui cambia solo la maschera dello stupido. Si è passati dallo skolastikos dell’antica Grecia ai carabinieri, che per decenni hanno tenuto la scena, fino al calciatore con poco sale in zucca».
Alcune stranezze però ci sono. «Per esempio a essere prese di mira nell’antica raccolta sono anche categorie su cui oggi non ci sogneremmo di scherzare, come i malati di ernia. Poi ci sono quelli con l’alito pesante e la testa pelata. E non manca nemmeno il cosiddetto “umorismo etnico”. Alcune battute colpivano chi veniva da Cuma o da Sidone, città che nell’antichità erano note per la stupidità dei loro abitanti». Un po’ come quelle che al Sud prendono in giro i “polentoni” e al Nord i “terroni”, o quelle che iniziano con “Ci sono un inglese, un francese e un italiano...”.
Le donne, invece, nelle barzellette erano dipinte quasi sempre come assetate di sesso. Un esempio? Lo si legge di nuovo nel Philogelos: “Un giovane chiede alla sua ardente sposa: ‘Donna, cosa facciamo, mangiamo o facciamo l’amore?’. ‘Come vuoi’ risponde lei: ‘Non c’è niente da mangiare’”. A rincarare la dose c’è anche la più antica barzelletta del mondo, almeno secondo la top ten delle più datate stilata l’anno scorso da un gruppo di ricercatori dell’Università di Wolverhampton (Inghilterra). Si tratta di una storiella sumera risalente al 1900 a. C.: “La sapete una cosa che non accade da tempo immemore? Che una giovane donna non scoreggi in grembo al marito”. Insomma anche qui il ritratto di donna che ne esce non è per niente edificante.

Francesco Totti

Va detto che nell’antica Grecia c’era anche chi, le barzellette, le avrebbe proprio vietate: il filosofo Aristotele (384-322 a. C.) diceva che l’arguzia era una forma di educata insolenza. Ma peggio ancora aveva fatto Platone (427-347 a. C.) che nella sua Repubblica raccomandò una revisione della letteratura per epurare i passaggi in cui dèi ed eroi sghignazzavano troppo.
Checché ne pensassero i padri della filosofia, gli antichi Greci non seppero però fare a meno dei loro Gino Bramieri. Ad Atene, a partire dal IV secolo a. C., esisteva persino un circolo di comici, i “Sessanta”, che si riunivano presso il santuario di Eracle alla periferia della città. Appartenenti all’alta società, erano così famosi che ogni barzelletta cominciava con “I Sessanta dicono che...”. Nella patria dei seriosi Platone e Aristotele i comici erano insomma un’istituzione. Del resto, secondo la leggenda, a inventare la barzelletta sarebbero stati nientemeno che due eroi mitici: Radamante e Palamede.

Gino Bramieri

Verità scomode
Nel corso del Medioevo l’arte della barzelletta sembrò dileguarsi e persino il Philogelos andò perduto. Gli unici a potersi permettere qualche battuta erano i giullari, che spesso la portavano a corte assieme a un’altra merce rara: la verità. Che infatti il sovrano apprendeva (specie se scomoda) solo dal buffone di corte. Fu proprio il giullare del re di Francia Filippo VI ad annunciare al sovrano il disastro navale subìto dalla sua flotta all’Écluse, nel 1340. E lo fece proprio con una barzelletta. “‘Questi codardi di inglesi! Questi vigliacchi di Bretoni!’. ‘Ordunque?’ chiese il re. ‘Come ordunque? Essi non hanno avuto coraggio di gettarsi in mare come i vostri soldati francesi, che sono saltati dalla nave lasciando i vascelli in balia del nemico, il quale non ha mostrato alcuna inclinazione a seguirli’”.
Per una riscossa della barzelletta bisognò aspettare la seconda metà del ’400, quando le raccolte di storielle si sprecarono, complice anche una ragione tecnica. Erano da poco nati i caratteri mobili che permisero la diffusione a stampa di molti manoscritti in cui gli amanti del genere avevano annotato le storielle preferite.

Carlo Dapporto con Totò

Tra i primi a farne quasi una mania ci fu l’italiano Poggio Bracciolini (1380-1459) che nel 1450 riunì nel suo Liber facetiarum le barzellette, spesso scabrose, che circolavano a Roma in ambiente pontificio. Bracciolini, segretario di otto papi, in quasi mezzo secolo mise insieme qualcosa come 273 tra motti e aneddoti umoristici. Li aveva sentiti durante i suoi viaggi in Europa, ma soprattutto al Bugiale, il prestigioso “club delle barzellette” con sede nel cuore dei palazzi vaticani, dove i serissimi scrivani papali si riunivano per scatenarsi nel gossip di palazzo.
Il successo editoriale di Bracciolini non tardò ad arrivare e in poco tempo la sua raccolta passò di mano in mano tra le élite di mezza Europa. Le facetiae erano scritte in latino e questo permise al mondo ecclesiastico di godersele senza il timore che corrompessero le masse (che oramai masticavano poco quella lingua). Tanto che dal papa non arrivò alcuna censura, nonostante a essere presi per i fondelli fossero gli spregiudicati uomini di Chiesa e la loro dubbia moralità. «Oggi però anche alle facetiae di Poggio spetta la stessa sorte delle più antiche spiritosaggini del Philogelos: una volta allontanate dall’atmosfera piena di sogghigni del Bugiale e lette in un libro perdono molta della loro verve» precisa Holt.

Walter Chiari

L'ultima
Ancora nel ’600, con buona pace di Nanni Moretti, chi voleva sfondare in società doveva sforzarsi di fare il presenzialista: con la ripresa della vita sociale nei salotti e delle cene in ambienti nobili e borghesi, l’arte di raccontare barzellette acquistò un’importanza strategica. Le raccolte di storielle (i jest books o “libri delle burle”) abbondavano: accuratamente aggiornate dopo ogni serata, diventarono i libri più consultati delle biblioteche private.
Si dice invece che Gino Bramieri, l’uomo che “sapeva sempre l’ultima”, facesse a meno di aiuti scritti. Ma neppure un barzellettiere esperto come lui avrebbe fatto ridere Isaac Newton: pare che lo scienziato inglese abbia riso solo una volta in vita sua, quando qualcuno gli chiese che cosa ci fosse di utile negli Elementi di Euclide. E non è una barzelletta.

Gigi Proietti

Sono state raccontate contro tutti i dittatori, da Mussolini a Hitler, passando per Stalin. E c’è stato anche chi ha organizzato tribunali contro le battute del dissenso. Senza mai riuscire a fermarlo. “Una sera, dalla terra telefonano al cielo: ‘Preparatevi a ricevere Mussolini, viene a farvi una visita’. Dio si spaventa: ‘È un bel guaio! Se quello mi riduce il Paradiso come ha ridotto l’Italia, dichiariamo fallimento’. ‘Ma no, o Signore, qui ci siete voi al di sopra di Mussolini’ lo confortano i cherubini. ‘E che vuol dire? Anche in Italia il re era sopra di lui, e lui se l’è messo sotto’. Alla fine l’Altissimo manda a chiamare san Pietro e gli ordina: ‘Corri, chiudi a doppia mandata tutte le cassaforti del paradiso, arrivano i fascisti!’”.
È solo una delle barzellette raccolte dallo scrittore Carlo Veneziani (1882-1950) in Vent’anni di beffe (Mup editore), libro dato alle stampe nel novembre del 1944 e che riunisce le burle sul fascismo circolati durante il regime. Del resto, lo jus murmurandi, il diritto al mugugno, fu l’arma del dissenso popolare fin dalla marcia su Roma (1922).

Maestro
Oltre che del re Vittorio Emanuele III e di Mussolini, ci si faceva beffe dell’intera macchina governativa, che aveva fama di essere il solito “magna magna”. Come spiegò il famoso umorista Achille Campanile (1899-1977) nel suo Trattato delle barzellette (1961), si giocò molto con la radice “magn” di “magnare”. Così il “fiore fascista” era la magno-lia, Mussolini era magnanimo e poteva essere paragonato ad Alessandro Magno, Carlo Magno, Alberto Magno. Il suo sguardo? Magn-etico. La sua regione? La Ro-magna. E con chi poteva allearsi? Con l’Ale-magna (cioè la Germania).

Bavagli inutili
Dal canto suo, negli Anni ’30 il regime lanciò una crociata contro i mormoratori fino a proibire ufficialmente le barzellette antiregime. «Anche Adolf Hitler era convinto che le storielle comiche potessero diventare pericolose e istituì una sorta di “tribunale della barzelletta” per punire chi irrideva il suo regime. Che il führer avesse uno scarso senso dell’umorismo lo dimostra anche il fatto che fece giustiziare un cabarettista berlinese per il solo fatto di avere chiamato il suo cavallo Adolf» spiega l’esperto di barzellette Jim Holt. Altrove la satira ha invece vinto: secondo Ben Lewis, autore di Falce e sberleffo (Piemme), il Muro di Berlino sarebbe crollato anche a colpi di barzellette, chiamate anekdot.

Mussolini e Hitler

06 Novembre 2009