Storia

La storia del femminismo e la nascita della Festa della donna

La Festa della donna è soltanto una tappa della lotta delle donne verso l'emancipazione e il femminismo, ma ancora non tutto è risolto.

L'8 marzo è la Festa della donna, anzi la Giornata internazionale della donna che nacque nel febbraio del 1909 negli Stati Uniti, su iniziativa del Partito socialista americano.

Ma quando furono le prime avvisaglie del femminismo? Furono gli ideali di fraternità, eguaglianza e libertà, risalenti al clima della Rivoluzione francese, che ispirarono Olympe de Gouges (1748-1793): fu lei la pioniera in assoluto, promotrice della prima Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, dove affermò che la donna, avendo "il diritto di salire al patibolo" a causa delle sue opinioni, aveva anche quello di "salire alla tribuna". Fu presa in parola e ghigliottinata nel 1793.

Le rivendicazioni furono poi portate avanti, tra le altre, dall’illuminista britannica Mary Wollstonecraft (1759-1797), a sua volta autrice della bellicosa Rivendicazione dei diritti della donna.

Antischiavismo e movimento femminista.  La nascita ufficiale del movimento femminista, però, che intrecciava temi sulla questione femminile e antischiavismo, è avvenuta nel 1848, anno dello storico Congresso sui diritti delle donne, a Seneca Falls (New York), nel quale fu chiesta la cittadinanza politica per "negri" (all'epoca, la parola era questa) e "donne".

Il Congresso fu indetto dalle due instancabili attiviste Elisabeth Cady Stanton (1815-1902) e Susan B. Anthony (1820-1906), detta la “Napoleone del movimento delle donne”. Proprio mentre, in altri convegni, si scatenava un opposto dibattito sulla presunta inferiorità intellettuale femminile, spiegata con argomentazioni scientifiche da filosofi e scienziati, tra cui il patologo Rudolph Wagner (1805-1864) e l’antropologo francese Gustave Le Bon (1841-1931), convinti che il cervello femminile e quello dei neri africani fossero meno sviluppati di quello maschile.

I diritti delle donne italiane. In Italia la marcia verso i diritti è iniziata più tardi ed è avanzata più lentamente. Le prime a sfidare la società sono state la repubblicana e mazziniana Anna Maria Mozzoni (1837-1920), la cattolica Teresa Labriola (1873-1941) e la socialista Anna Kuliscioff (1854-1925), ispiratrice della legge per la tutela del lavoro femminile e dei fanciulli (n. 242 del 19 giugno 1902) e del diritto di voto alla donna (che definiva ironicamente «il primo animale domestico dell'uomo»).

Più di tutte, fu Anna Maria Mozzoni (che scriveva sul quindicinale milanese La riforma del XIX secolo e su La donna, giornale di donne fondato a Venezia nel 1869 da Gualberta Beccari) a mettere in luce le contraddizioni che la società (e il parlamento) riservava alla donna, “angelo del focolare” a parole, sfruttata e sottopagata di fatto.

Avanzò 198 richieste, una cosa inaudita per quei tempi, tra le quali diritto di voto, accesso all’istruzione e separazione dei beni. Ottenne però una sola vittoria: l’abrogazione dell’autorizzazione maritale che, tra le altre cose, impediva alle donne di iniziare un’attività commerciale senza il consenso del marito, prima tappa verso l’autonomia economica.

Lo sciopero delle mondine. L'ammissione delle donne a licei, ginnasi e università avvenne solo nel 1874 (dal 1877 al 1900 le laureate furono 224). Nel frattempo si diffuse la consapevolezza dello sfruttamento femminile, sottolineato con i primi scioperi (per prime scioperarono le mondine, nel 1883), la nascita dei sindacati (il primo fu quello delle lavoratrici tessili, nel 1889), l'accesso agli uffici pubblici, telegrafici e postali, e le prime attività commerciali "rosa" (1882).

Ma il voto, politico e amministrativo, restava un miraggio e furono una sfilza le bocciature a petizioni e disegni di legge: nel 1863, nel 1875, nel 1877, nel 1888, nel 1898 (il regio decreto n. 164 del 4 maggio 1898 rifiuta il voto amministrativo a “analfabeti, interdetti, inabilitati, condannati all’ergastolo, mendicanti e donne”), nel 1906 e nel 1912, anno in cui il liberale Giovanni Giolitti introdusse il suffragio universale maschile, ma sbarrò la strada alle donne nella convinzione, disse alla Camera, che aggiungere sei milioni di donne all’elettorato fosse “un salto nel buio”.

Le donne secondo il Partito fascista. Con il fascismo, mentre le suffragette inglesi avevano finalmente conquistato il diritto di eleggere e di essere elette, i diritti femminili fecero un passo indietro: la concessione del voto amministrativo alle donne (1925) fu subito sospesa dato che non si tennero più elezioni. Perfino le insegnanti furono escluse dalle cattedre di Lettere e filosofia ai licei, e le tasse scolastiche per le studentesse raddoppiarono. Si stabilirono le mansioni lavorative adatte a donne: dattilografe, telefoniste, stenografe, conta banconote e biglietti, segretarie, annunciatrici, cassiere, commesse e sarte (con il regio decreto 838 del 29 luglio 1939).

Per la prima volta le donne italiane al voto.  L'occasione per la rivincita arrivò con la Seconda guerra mondiale, quando le donne furono chiamate a sostituire gli uomini impegnati in guerra, e non esitarono a impugnare i fucili durante la Resistenza. Palmiro Togliatti e Alcide de Gasperi, a capo rispettivamente di PCI e DC, colsero l'importanza della presenza femminile nella società e, seppure in ritardo rispetto ad altri Paesi, come Svezia (1866), Finlandia (1906), Inghilterra (1918), Nuova Zelanda (1893), Australia (1899) e Stati Uniti (1920), con il decreto legislativo del primo febbraio 1945 le donne italiane conquistarono il voto; e votarono per la prima volta il 2 giugno 1946, il occasione del referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica.


La parità giuridica formale è arrivata con la Costituzione del 1948, che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso (art. 3), la parità dei coniugi rispetto ai figli (art. 29 e 39) e la parità tra uomo e donna sul lavoro (art. 51). Sono poi seguite le leggi ispirate ai nuovi criteri costituzionali, quella sulla parità di remunerazione tra uomini e donne, nel 1956 (nel 1950 Angela Cingolani è stata il primo sottosegretario), e quella sull’ammissione della donna a tutti i pubblici uffici (legge n. 66 del 1963), compresa la Magistratura (ed escluse Polizia, Guardia di Finanza e Forze Armate). Si mette così fine alla secolare discriminazione di genere, anche se in molti di quei casi solamente sulla carta.

La riforma del Diritto di famiglia. Le tappe successive verso l'uguaglianza sono arrivate nel privato. A dare il via alle rivendicazioni è stata l'uscita negli Usa, nel 1966, del libro di Kate Millet La politica del sesso, che metteva in luce come i rapporti tra i sessi fossero "rapporti di potere". In questo clima sono nate le leggi sul divorzio (n. 898 del 1970), confermata col referendum del 12 maggio 1974, sulla tutela sociale della maternità e sull'aborto (n. 194 del 1978), confermata dal referendum del 5 agosto 1981. Ma la tappa determinante fu la riforma del Diritto di famiglia del 1975, che ha cancellato il concetto di "capofamiglia" e l'attenuante per delitti d'onore, stabilita dal codice Rocco del 1930.

7 marzo 2020 Focus.it
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